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La voce che calma davvero la solitudine (mia e degli altri)

SECRET WHISPERING

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 21/05/19

Non mi seducono più altre voci, non mi lascio tentare dai canti di sirena che promettono quello che non possono darmi

Il deserto e la sete. Il lago e il torrente. L’anima anela al cielo e si trascina sulla terra. Come dice una canzone, “come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio”.

Ho sete nell’anima e cerco fonti che la plachino, correnti d’acqua. Ho una sete profonda che nulla riesce a placare. Sete di un’acqua pura che riempia tutto dentro e calmi le mie ansie per sempre.

Voglio un mare dentro di me. Non fuori. Voglio un’acqua viva che calmi per sempre la mia inquietudine. Un pozzo la cui acqua non smetta mai di scorrermi nell’anima.

E mi addentro nel deserto cercando correnti d’acqua. Tra le rocce. Sotto un calore asfissiante. Quello stesso deserto che ha percorso Gesù. Così vicino a Gerico, così vicino al fiume Giordano.

Il deserto mi appare pieno di cerve che cercano correnti d’acqua. Pieno di grotte nascoste nella sabbia in cui l’anima affronta la solitudine più fredda, più dolorosa. Sentendo il silenzio passato. Camminando con incertezza e paura.

E provo una sete che mi fa male dentro. È quella sete di un’acqua che possa placare il fuoco che mi brucia le ossa. In mezzo a un deserto tanto vicino al fiume.

È duro quel calore pieno di voci in mezzo alla sabbia. Voci di Dio che sussurrano risposte. Altre voci del demonio che insinuano tentazioni. Nel deserto il mio cuore dubita di tutto.

Accanto al fiume sentivo il calore dell’amore di Dio. La pienezza dello Spirito. La luce del sole e il cielo aperto. L’acqua che riempie il mio pozzo vuoto, irrigando la mia terra arida e sterile.

Nel fiume avevo meno paura e più pace. Più allegria repentina. Più abbracci stretti. Ma nel deserto la sabbia ardente nell’anima, sui piedi, fa male. E le pietre feriscono la mia pelle stanca.

E mi vedo solo tra i venti che solcano la sabbia… Come posso seguire le orme di Gesù amando per le strade quando distinguo appena i suoi passi?

Il cammino passa accanto a me lasciando da una parte il fiume e dall’altra il deserto. E sale da Gerico a Gerusalemme. O scende da Gerusalemme a Gerico come quell’uomo che scendeva a Gerico ed è stato attaccato.

Nella sua parabola, Gesù mi spiega chi è quel prossimo che devo amare. E io non lo conosco, non so bene chi sia.

Perché associo il mio prossimo al mio amico, quello che mi favorisce, quello che mi piace. Quella persona è vicina alla mia vita. Mi fa bene.

Gesù, però, mi dice che il mio prossimo è quell’uomo gettato al lato della strada. Tra il fiume e il deserto. Abbandonato alla sua sorte. Disprezzato da tutti. Assetato nell’anima e nel corpo. Senza acqua con cui pulirsi le ferite e calmare le sue ansie.

Un uomo solo in mezzo al pomeriggio, o alla notte. Solo e sconosciuto. Come sarà il mio prossimo, quando vado di fretta e non lo conosco? Non fa parte della mia vita, come non fanno parte del mio cammino tanti uomini solitari che incrociano il mio percorso.

E passo oltre perché penso che siano lontani, che non siano sufficientemente vicini ai miei interessi.

E il mio amore è scarso, non basta per muovere la mia misericordia. O penso che non sia il mio momento per tendere una mano e perdere il mio tempo.

Non voglio complicarmi la vita e dover cambiare agenda, iniziando così un’avventura di misericordia quando sono abituato a pensare a me, alla mia vita, ai miei problemi, al mio prossimo affabile e vicino. Quello che non dà problemi.

Penso a tutto ciò che è più vicino ai miei desideri e dimentico quelli che sento lontani. I loro problemi non mi toccano. Le loro necessità non mi legano.

Supro il cammino che scende a Gerico. O che sale a Gerusalemme. Non mi fermo. E la mia vita continua ad essere quel cammino che percorro su questa terra che scorre tra l’acqua e la sete.

Tra il sole e le ombre. Tra il mare calmo e la tempesta violenta. Così è nella mia vita. Non tutto è pace. Non tutto è lotta.

E confido in quel cammino incerto. Come ho sempre fatto. Quando ho sete confido nel fatto che Gesù calmerà la mia agonia con la sua acqua. Quando mi sentirò incapace di calmare le acque. Supplicherò che la sua voce semini la pace dentro di me, e non smetterò di guardare da entrambi i lati del mio cammino cercando le sue orme. Cercando prossimi da amare e soccorrere uscendo dal mio percorso, dal mio progetto, dai miei piani.

Non perdo la speranza di incontrare il mio prossimo. E nel mio prossimo vedrò il suo volto, quello di Gesù. È quello che importa per amare davvero come Gesù mi ama.

Cerco il ferito partendo dalla mia stessa ferita. L’assetato in mezzo alla mia sete. Quello che affonda metre io sto affondando in acque agitate. È l’atteggiamento del mio cuore che importa. È il mio sguardo che conta davvero.

Importa la mia capacità di amare e donarmi. L’amore che diventa donazione è quello che vale. Come quello di Gesù che perdona sulla croce.

È l’amore umano in lacrime quello che guarisce e purifica davvero. L’amore che si fa carico di chi è caduto, di chi è ferito.

Quando mi avvicino a chi è ferito diventa prossimo. Smette di essere lontano. Mi importa. E allora non contano più il tempo e lo sforzo.

L’amore vero non misura, semplicemente si dona. Non tiene i conti, rispetta. Non aspetta, semplicemente ama. E dà tutto in cambio di niente.

Perché Dio è così con me. Mi ama alla follia e senza aspettarsi niente da me. Non vuole che io sia perfetto, o che faccia tutto bene. Vuole solo la risposta timida del mio piccolo amore. Per questo mi porta nel deserto per sedurmi.

Osea 2, 16-17: “Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”; “Là canterà come nei giorni della sua giovinezza”.

Così fa Gesù con la mia anima. Mi conduce nel deserto per rinnovare l’amore della mia gioventù. Il mio primo amore.

E al contempo mi fa addentrare nelle acque del fiume o nel mare agitato per chiedermi di confidare, di non temere, per dirmi che mi ama come suo figlio prediletto.

Questo mi basta per poter amare chi mette sul mio cammino. Basta per resistere nel deserto alla sete e alla solitudine.

Per questo mi confortano le parole di padre Josef Kentenich: “La filialità ci aiuta a sviluppare una singolare sicurezza istintiva e una capacità di indovinare le cose. Ci permette di identificare con sorprendente sicurezza la voce del Padre del cielo tra milioni di altre voci che ci interpellano cercando di sedurci” [1].

Nelle acque del Giordano ho imparato ad essere figlio. Riconoscendo la sua voce tra tante. Abbracciando il suo corpo ferito.

Dio mi porta nel più profondo della mia anima. In mezzo al deserto la sua voce mi seduce. La riconosco. Non voglio dubitare del fatto che stia bussando alla mia porta per farsi aprire. Aspettando davanti alla mia porta chiusa.

Le altre voci non mi seducono più. Non mi lascio tentare dai canti di sirena che promettono quello che non possono darmi.

Credo nella voce del Padre, del pastore delle pecore, dell’amante ferito. Quella voce che mi solleva al di sopra delle mie paure e delle vertigini. Mi tira fuori dalla prostrazione. Mi porta accanto al suo cuore ferito.

E lì mi sostiene affondandomi nelle acque della sua misericordia. E placa la mia sede quando vago perduto nella sabbia del deserto.

Dio mi ha condotto fin lì per sedurmi. È il suo sguardo che mi trapassa. Il suo amore vero che prende tra le braccia il mio corpo ferito, la mia anima piagata, per guarirmi.

È Lui che viene da me. Riconosco i suoi passi e la sua voce. E la sua vita diventa pace in mezzo al mio cammino. E provo meno sete, e ho meno paura. E confido nel fatto che Egli sia capace di cambiare il mio cuore e di riempire il mio sguardo.

[1] J. Kentenich, Un paso audaz: El tercer hito de la familia de Schoenstatt, Rafael Fernández

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