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Il caso di Giuseppe Lazzati: laico cristiano che ha intrapreso la via della santità

giuseppe lazzati servo di dio
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Vi raccontiamo l' "itinerario spirituale" di questo politico e intellettuale dei nostri giorni (è morto nel 1986), elevato a Servo di Dio

Giuseppe Lazzati (1909-1986) concepisce e presenta l’itinerario cristiano (laicale e non) alla santità come un camminare con Dio, un “esodo” verso la terra promessa e donata, un uscire dal proprio io, dalle proprie sicurezze per andare verso un ignoto dove Dio ci indica e al quale ci chiama. Per egli tale cammino è sempre in salita e sempre duro perché chiede di superare e vincere ostacoli che sono in noi, in ciò che ci circonda, nelle cose. Inoltre questo cammino esige attenzione continua ed è sempre reversibile, perché la tappa raggiunta non è mai conquistata una volta per tutte. Tale cammino è possibile a condizione di usare con umiltà tutti i mezzi che Dio mette a disposizione dell’uomo e le condizioni che Dio stesso pone per raggiungerlo sulla vetta ove la santità è vissuta in Dio con Dio, amando come Dio ama.

Alla base della sua concezione della santità laicale vi è la nozione biblica di uomo, ossia di essere creato a immagine e somiglianza di Dio, per dominare il creato. Secondo tale antropologia, l’uomo è un essere tridimensionale: esso è fatto di corpo, di spirito (intelligenza e volontà), di partecipazione alla vita divina. Queste tre dimensioni devono essere sempre in reciproco equilibrio e in perfetta interazione. Per egli, pertanto, non esiste santità (laicale o no) che possa prescindere da una piena umanità.

Il passaggio logico successivo dell’itinerario alla santità che Lazzati propone è quello che dall’umano passa al cristiano. Il laico cristiano è anzitutto un uomo d è chiamato a vivere e a sviluppare la sua corporeità, la sia intelligenza e volontà. Ma il laico cristiano è un uomo che ha ricevuto il battesimo; per questo è divenuto parte della Chiesa ed ha ricevuto una vocazione che è comune a tutti i battezzati: è chiamato alla santità. Lazzati ha citato e commentato centinaia di volte il cap. V della “Lumen Gentium”, un testo ch egli riteneva rappresentare un salto di qualità decisivo nella Chiesa, perché affermare l’esistenza di un’unica, universale, vocazione alla santità di tutti i componenti del popolo di Dio significava uscire definitivamente dagli equivoci d’una teologia e d’una ecclesiologia che concepivano l’esistenza delle sole vocazioni ecclesiastiche o religiose o monastiche, lasciando i laici in un limbo indistinto di massa differenziata cui si poteva chiedere al massimo di fare ciò che potevano.

Egli vedeva nella concezione dell’universale la vocazione alla santità di tutti i battezzati, il fondamento d’una nozione di laico cristiano positiva e non più dettata esclusivamente da una negazione (laico = non chierico, non religioso). Tutto ciò finalmente consentiva di superare felicemente interi secoli di equivoci non solo quando alla natura e al ruolo del laico, ma quanto alla natura e al ruolo della Chiesa stessa. Lazzati amava ritenere il n. 40 della “Lumen Genitum”: “I seguaci di Cristo, chiamati da Dio non secondo le loro opere, ma secondo il disegno della sua grazia e giustificati in Gesù Signore, nel battesimo della fede sono stati fatti veramente figli di Dio e conpartecipi della natura divina, e perciò realmente santi.

Essi quindi devono, con l’aiuto di Dio, mantenere nella loro vita e perfezionare la santità che hanno ricevuto…E’ chiaro dunque a tutti che tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità”. Nell’ottica lazzatiana il cristiano, il battezzato non si sovrappone all’uomo, ma s’innesta in esso. Si tratta dunque della realizzazione d’uno stadio che sviluppa quello su cui si basa. Bisogna aver chiaro che essere nel mondo, per il laico, non è né causale, né elemento geografico – logistico , né realtà in qualche modo da sopportare come un male necessario o come un momento d’attesa in cui il fastidio e il peso dell’attesa verranno compensati nel futuro nell’aldilà. No. Il mondo, con tutte le sue molteplici e anche ambigue realtà, è il luogo e il mezzo di santificazione in cui e per cui il laico cristiano si santifica santificando la realtà del mondo.

Ossia “trattando e ordinando” tale realtà “secondo Dio” ciò vale a dire: trattando e ordinando il mondo secondo il piano e l’economia della creazione e della redenzione. Quest’opera di ordinamento d’ogni realtà, Lazzati la chiama “operare, da cristiani, la costruzione della città dell’uomo, a misura d’uomo”. Il laico è chiamato a compiere ciò operando dall’interno di tale realtà a modo di fermento che fa lievitare e a modo di sale che da sapore. Le realtà terrene , dunque, costituiscono come la materia d’un sacramento. In conclusione, quanto all’originalità o meno dell’itinerario laicale alla santità proposto da Lazzati, bisogna ammettere che gli elementi singoli che lo compongono non sono certamente originali.

Anzi si vede subito che sono ripresi da fonti diverse, e il più delle volte esplicitamente dichiarate. Basterà pensare alle fonti bibliche, a quelle patristiche, a quelle di tanto magistero ecclesiale. O, ancora, a quelle francesi attive fin dagli anni ’30: Maritain, Journet, Gilson, Mounier, Congar…; originale è, invece, la sintesi che di questo apporti diversi Lazzati ha fatto per sé e in sé. Giustamente don Giuseppe Dossetti ha rivelato che “molti apporti sono confluiti in lui e vi hanno trovato uno sviluppo e una sintesi originale”, tale sintesi, oltre ad essere originale, è anche vitale in quanto è stata prima vissuta e poi enunciata. Perché, anche in questo, Lazzati ha voluto essere alla sequela del maestro che prima ha fatto e poi ha detto (cfr. Atti 1,1).

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