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Lettera a una giovane aspirante prolife

CHILD
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Da una parte all'altra dell'Atlantico c'è sempre più sensibile fibrillazione attorno ai “temi essenziali” della vita e della morte: la partita è aperta fra bioconservatori e postumanisti, ma vi sono altre fazioni che rendono frammentarie (e non di rado contrastanti) le forze in gioco. E proprio oggi una giovane amica mi ha chiesto un consiglio su dove guardare per un coinvolgimento in favore la vita a tuttotondo. Ecco alcune indicazioni (non esaustive ma meno parziali di molte altre).

Oggi, come avevo previsto, si è scatenato l’inferno in classe mia anche a causa delle storie che ho messo su Instagram con i meme contro l’aborto (anche se dovrei essere libera di postarle come sono liberi quelli che postano storie pro aborto); quindi da lì è iniziata la discussione, anche con i prof, per la quale naturalmente sono molto contenta, dato che questo tema non deve essere un tabù. Però mi chiedevo se tu conoscessi delle persone dei movimenti pro-life italiani. Grazie, prego, ciao

Così mi ha scritto poco fa una ragazza (amica di famiglia) di ritorno da scuola, causando in me una certa commozione e una profonda tenerezza: la serena consapevolezza di aver detto e argomentato cose vere e giuste non la distoglieva dalla naturale ricerca di amici con cui condividere e approfondire convinzioni e ideali. Tuttavia in me s’è presto affiancato alla commozione l’imbarazzo di non sapere bene cosa consigliarle. Ci sono gli Universitari per la Vita di Chiara Chiessi, certo, un gruppo assai promettente ma che deve ancora strutturarsi in molti aspetti strutturali e sostanziali. C’è ProVita, di Toni Brandi, che recentemente si è fuso con Generazione Famiglia in ProVita e Famiglia, ma che commette (a mio avviso) l’errore di affiliarsi in via preferenziale quando non esclusiva a una pars politica. E proprio stamattina una persona mi scriveva:

Ma non c‘è proprio modo di creare un movimento pro-life che arrivi anche a PD e 5s così anticlericali? Non sai quanti cattolici conosco che voteranno ancora PD! [Certe prese di posizione] li tagliano completamente fuori e non capisco perché nessuno creda all’esistenza in buona fede di un esercito di cattocomunisti. C’è semplicemente tanta gente che di politica ci capisce poco o nulla, non si può pretendere che tutti siano sul pezzo. Che un abbondante 30% voti per abitudine è fisiologico. Ma la sensibilità etica, quella no, quella deve restare vigile. Archiviare i cattocomunisti con un altezzoso “finti cattolici” a me pare un errore tattico madornale. Se questi prolife sono tanto innamorati della destra, dovrebbero fare i politici, non gli attivisti prolife. Sono due mestieri diversi, con obiettivi diversi e modi diversi.

Molti temi confusi, come si vede, ma tutt’altro che confusa è la persona che così li ha riassunti. Veramente si ha la percezione di una certa coestensione fra “mondo prolife” e “aree politiche di destra”, nonché – viceversa – fra “mondo prochoice” e “aree politiche di sinistra”. A questa percezione va accostata quella – perfino più esiziale – che identifica con le “aree politiche di destra” la stessa religiosità. E sembra che la radice storica di questa falsa amicizia sia da ravvedersi nella storica riunione degli Stati Generali del maggio 1789, ripresa dopo la Révolution ad agosto: quando si parlava di libertà religiosa, coloro che tentarono di difenderne qualcosa dovettero rintanarsi sulla parte destra dell’emiciclo, dove già avevano preso posto i conservatori, per tutelare la propria incolumità fisica dalle intemperanze dei rivoluzionari più radicali, che stavano nella parte opposta. Già nell’aneddoto eziologico, come si vede, la coincidenza fra religiosità e aree politiche conservatrici appare per quella fortuita circostanza che è: con il passare dei decenni e dei secoli gli scenari politici hanno via via reso sempre più chiaro (ormai è palpabile) che a destra non si respira più fede di quanta se ne respiri a sinistra.

Le premesse politico-culturali italiane

In Italia l’eredità dei cristiani in politica è stata onorata e rivendicata da una parte e dall’altra (del centro), ma proprio don Luigi Sturzo rivendicava l’indipendenza del partito dalla Chiesa non “per avere le mani libere” o “per dare a Cesare quel che è di Cesare” (formula usata unilateralmente da tutti quanti intendono negare a Dio quel che è di Dio), bensì perché la missione della Chiesa è massimamente unitiva, quella dei partiti è metodicamente divisiva.

Sempre in Italia, il recente passato politico-culturale vanta mirabili pagine di Pier Paolo Pasolini, comunista tormentato, a proposito dell’aborto. Ricordiamo rapidamente la più celebre di esse, quella comparsa sul Corriere della Sera il 19 gennaio 1975:

Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioé del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio.

Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gl’uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni.

E non ricorderemo almeno en passant la sconsolata incredulità del socialista ateo Norberto Bobbio, che a Giulio Nascimbeni (sempre per il Corriere della Sera) rilasciava questa storica dichiarazione che l’8 maggio 1981 sarebbe comparsa nel contesto di una sontuosa intervista?

Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere.

Si stupiva, Bobbio; era traumatizzato, Pasolini. Avrebbero dubitato della consistenza di ragioni popolari e concrete per continuare a dividere i politici fra “destra” e “sinistra”, Augusto Del Noce e Giorgio Gaber. Noialtri invece sembriamo dare per assodato che il posto dei prolife sia a destra, dove starebbero anche i credenti. Com’è accaduto tutto questo in così pochi decenni?

Venti forti e contrastanti d’Oltreoceano

In questi giorni l’euforia dei prolife occidentali (e fra questi si annovera evidentemente anche chi scrive) è alle stelle per via dello “Human Life Protection Act” firmato l’altra notte (ora italiana) dalla governatrice dell’Alabama Kay Ivey (Matt Walsh ironizzava su come la legge sia stata fatta e votata perlopiù da donne: «Molto femminile, questo patriarcato!»). “Ogni vita è preziosa e ogni vita è un sacrosanto dono di Dio” sono parole che nel nostro arido mondo zampillano come una sorgente d’acqua fresca… epperò se “ogni vita” è preziosa perché quegli stessi politici insistono per la liberalizzazione della vendita e della detenzione di armi da fuoco ai privati? Perché continuano a sostenere la pena di morte, malgrado dispongano di carceri di massima sicurezza? Perché in molti guardano con disprezzo ai tanti disperati della terra che cercano di dare ai propri figli una vita migliore della propria? Non si ha ragione di vedere in questa morale sbilenca e schizofrenica l’ideologica asserzione che la vita è sacra dal concepimento alla nascita – mentre poi ognuno se la deve cavare da sé in un mondo di lupi?

Molto opportunamente la mia amica Lucia sintetizzava l’aspetto politicamente ancipite dello scenario, sul nostro blog:

Nei primi sei mesi del 2019 negli Stati Uniti sono state promulgate 21 leggi che in varia misura limitano l’aborto e in 28 Stati sono state presentate proposte di legge che introducono una qualche forma di divieto di abortire. In quindici casi si tratta dei cosiddetti heartbeat bill, provvedimenti che vieterebbero l’interruzione di gravidanza quando si può avvertire il battito cardiaco del bambino, cioè circa dopo le sei settimane: di fatto questo è il limite giuridico della famosa espressione “grumo di cellule”.

Anche gli abortisti, però, assestano colpi: a New York è stato tolto lo status giuridico di persona ai figli indesiderati, per cui i bambini nati vivi da aborti possono essere lasciati morire o proprio uccisi senza commettere reato.

L’ultima legge in ordine di tempo, ma la più clamorosa, è quella dell’Alabama: qui l’aborto è vietato in ogni condizione, stupro compreso, salvo il pericolo di vita della madre, e i medici rischiano pene fino all’ergastolo. Lo scopo di questa legge tanto spropositata nelle sanzioni è quello di suscitare un ricorso alla corte suprema per riaprire il famigerato caso Roe vs Wade del 1973, ora che la maggioranza della corte è composta da membri repubblicani contro l’aborto, e rendere illegale l’aborto in tutti gli stati federali.

Avendo uno stomaco di ferro, Lucia è andata poi a sfogliare pagine piene di sedicenti “prolife” che scrivevano cose irripetibili sulla dignità della donna e sui giusti diritti acquisiti. Ecco il punto: lo scontro continua sul piano ideologico come una guerra fra poveri (siamo tutti dei poveracci, almeno sul piano esistenziale) che sembrano non centrare il punto. L’aborto – questo è il punto – non guarisce nessuno, non rimedia ad alcuna ingiustizia anzi – quasi per una furia dilagante – ne perpetra un’altra, perfino più grave. Proibire l’aborto non è un atto contro la donna, ma anzi è una sua maggiore tutela, e certo resta un atto politico sbilanciato e contraddittorio se non è sostenuto da una repressione durissima dei delitti sessuali (lo stupro andrebbe penalmente equiparato all’omicidio, o quasi) e da un sostegno fattivo alla maternità. Il tutto sul piano culturale e su quello politico. Certo, sarà difficile che in un contesto democratico il piano politico legiferi meravigliosamente laddove a livello prepolitico c’è tanta confusione, tanta approssimazione, tanta starnazzante ideologia.

Live Action, la versione di Lila

«Love them both» [«Amiamoli entrambi!», i.e. “madre e figlio”] è invece il geniale ed efficacissimo claim con cui la giovanissima Lila Grace Rose ha sospinto dal nulla il brand della sua Live Action verso le orbite delle grandi tv nazionali e federali statunitensi (ormai è ospite abituale nelle trasmissioni della Fox): così il femminismo può essere non sconfitto, ma liberato dai propri circoli viziosi, pacificato e messo in condizione di offrire il proprio specifico contributo alla temperie culturale del nostro tempo, ché non abbiamo certo terminato di dare al “genio femminile” (© Giovanni Paolo II) il suo spazio.

Lila Rose non ha accesso (per il momento) ai circuiti liberal legati al Partito democratico USA, ma comprende ugualmente l’importanza vitale di non legarsi a filo doppio al Partito Repubblicano, pur essendo questo de facto, al momento, il principale interlocutore dei movimenti prolife: fino a ieri sera tirava le orecchie al repubblicano McCarthy, e quando scoppiò la questione delle famiglie divise al confine messicano bacchettò senza esitazioni lo stesso Donald Trump (quel Presidente che incredibilmente manda il suo vice in persona a rappresentare ufficialmente la White House alla March for Life)!

Ci vuole spina dorsale, per fare il prolife così, ma questo è l’unico modo se non si vuole diventare un più o meno consistente serbatoio di voti per una pars politica di riferimento. La solita Lucia completava la sintesi paventando il peggio (che è sempre possibile):

Buona parte del popolo dei vip si sta mobilitando a favore dell’aborto: ormai si sprecano le dichiarazioni su Twitter, le proposte di protesta più o meno provocatorie (dallo sciopero del sesso alla vasectomia obbligatoria per gli uomini), le prese di posizione indignate e la parola “diritti” sventolata come un vessillo. Dall’altra però, accanto ai prolife della prima ora, quelli veri, che recitano il rosario in silenzio davanti alle cliniche da tempi non sospetti di opportunismo, che combattono l’aborto nella pratica, offrendo alle donne confuse delle alternative concrete, si sta radunando una massa di invasati che meritano tutti gli epiteti poco gentili che i progressisti, generalizzando, inviano all’indirizzo dell’intera categoria prolife: sessisti, patriarcali, razzisti, anche violenti.

[…]

Sussiste il rischio, non remoto, che la causa prolife genuina diventi un’arma contundente di lotta politica per strappare consensi nelle urne, attraverso una polarizzazione acritica del dibattito e la contesa del cosiddetto primato morale di una parte sull’altra: non sono “buoni” solo i pro-choice che combattono per i sacri diritti delle donne (mettendoci dentro di tutto, sappiamo ormai di che si parla), ma sono “buoni” anche i repubblicani armaioli e guerrafondai, perché adesso sono “prolife”, un’etichetta tanto bella che sistema la coscienza, anche se sotto questo cappello ci nascondono un sincero sessismo.

Credo che la difesa della vita meritasse soldati più leali e più puri di questa armata di mercenari assatanati. Sarà pure vero che ogni progresso legislativo contro l’aborto è positivo, ma è anche vero che negli USA il vento cambia in fretta perché le elezioni decidono davvero la direzione del timone e al prossimo giro sul cocchio dei vincitori dei democratici (che prima o poi capiterà, è la democrazia), vittorie strappate con tanto furore e senza motivazioni profonde e disinteressate verranno ribaltate con altrettanta rabbia.

A questi processi e a questi tempi deve guardare un movimento prolife solido e responsabile, che non cerchi di lucrare un lavoro nel breve periodo e/o un incarico a qualche tavolo nel medio: love them both.

La questione ecologica

E “both” non si riferisce necessariamente ed esclusivamente a un femminile e/o a un maschile: può ben intendersi in riferimento all’uomo (homo) e all’ambiente. Un vero movimento prolife sentirà riguardo alle istanze ambientali, mutatis mutandis, la medesima bruciante domanda che Bobbio poneva ai compagni di partito: perché lasciare agli ambientalisti il privilegio e l’onore di difendere la nostra casa comune? Spesso, peraltro, fra gli ambientalisti rivivono rovesciate le medesime schizofrenie che albergano tra i prolife: praticamente tutti si schierano contro la separazione dei cuccioli di cane dalle madri ma in molti affermano che la barbara pratica dell’utero in affitto, barbara per chiunque abbia gli occhi in testa, amplierebbe “i diritti”; non pochi arrivano al vegetarianismo in nome della dignità degli animali però “l’aborto non si tocca”; qualcuno sceglie l’intransigenza vegana… e pazienza se i propri figli (che non hanno scelto di essere dei mammiferi onnivori) patiscono varie forme di astenia.

Ho l’impressione che da una parte regni una sottile ma insistente misantropia mentre dall’altro gorgogli un’euforica ebbrezza: una parte dell’umanità si odia e lo esprime affermando che anche i sassi meritano maggiori cure di noi stessi; l’altra parte pare affermare la propria autocoscienza in pratiche che paiono espressione di un ingenuo suprematismo.

Ingenuo per forza, perché potremo anche restare gli uomini più ricchi e privilegiati del pianeta, ma non potremo evitare che le microplastiche galleggino nell’acqua in cui sguazzeranno i pregiati salmoni che offriremo ai nostri figli, né che le mille forme di inquinamento da noi prodotte (da quello luminoso, che danneggia il ritmo circadiano, a quello atmosferico che appesta i polmoni) lascino illese le loro vite. La verità era plasticamente espressa dallo spot che il Consorzio per il Recupero degli Imballaggi finanziò qualche anno fa: tutta l’immondizia che produciamo diventa già oggi il box in cui mettiamo a giocare i nostri bambini.

“Ambiente” poi significa tante cose ancora, e anche per quelle vale il motto “love them both”: nei giorni scorsi è stato nuovamente bersagliato di critiche il gigantesco manifesto di ProVita e Famiglia, che è tornato a campeggiare a Roma con una “versione beta”, il richiamo all’attenzione mondiale riscossa da Greta Thunberg sui temi ambientali.

L’idea sarebbe anche buona, anzi ottima, perché davvero pretendere salvare il mondo senza avere a cuore l’uomo significa predestinarsi a più o meno larvate forme di misantropia sociale; peccato che nella fattispecie essa sia stata espressa da una pars che ha banalizzato (quando non irriso) e la causa ambientale e la medesima persona di Greta Thunberg – senza mai articolare la critica oltre la stanca e trita battuta delle “gretinate”.

Quando Cristiano Ceresani, nel suo Kerygma, ebbe il meritorio coraggio di affrontare la tematica ambientale restituendole il respiro trascendente che le è proprio, parve che venisse sommerso da due valanghe di pernacchie: una da quelli che lo schernivano per aver “parlato del diavolo in riferimento al global warming” e l’altra da quanti dicono di prendere molto sul serio il diavolo… ma poi negano una cosa documentata e seria come il global warming. Ricordo benissimo che quando con Ceresani dedicammo una Tavola Rotonda di Radio Maria ad alcuni contenuti del suo robusto tomo giunse proprio una telefonata del tipo “ma lo sappiamo che il global warming non esiste, suvvia…” – ed immantinente (con implacabile cortesia) Ceresani subissò l’ascoltatore di dati.

Penso quindi alla ragazza che all’inizio di questo pomeriggio mi ha mandato quel messaggio e mi trafigge il cuore la parafrasi prolife dell’amara considerazione di Bobbio: occorrerebbe un movimento di ecologia integrale, che voglia ogni giorno indagare gli invisibili nessi che tengono insieme le varietà ornitologiche (oggi decimate dall’inquinamento industriale) e i diritti dei bambini down; la ricerca scientifica sulle staminali adulte e la varroa che negli ultimi anni minaccia le api di tutto il pianeta; e che poi si opponga ai programmi neomalthusiani per il terzo mondo e si adoperi fattivamente per una decrescita programmata del primo, finalizzata a una redistribuzione equa e solidale delle risorse del pianeta. Un’ecologia integrale che abbia a cuore il progresso dei popoli e sappia dominare potenzialità e insidie del web, combattendo senza quartiere ogni forma di pornografia e di schiavismo, a cominciare dalla prostituzione. A tale traguardo lo stesso Papa Francesco ha rimandato non più tardi di due giorni fa a mezzo di un tweet.

Trovo che il modello di Live Action debba essere preso in considerazione da ogni aspirante prolife del nostro angolo di mondo, soprattutto per la scienza comunicativa che vi si esprime; e non sarebbe male stemperare alcuni spigoli statunitensi nell’elaborazione di una rivista simile alla francese Limite (preziosissima e tuttora unica nel suo genere).

«Saluto e augurio»

Che dirò dunque alla mia giovane amica? Non mi risulta che esista un simile movimento prolife, ma il giorno che sorgerà non sarà mai troppo presto, «e forse è già nato» (riecheggiando Dante) qualcuno che potrà raccogliere cotanta sfida. Penso a ProVita e Universitari per la Vita, gli amici che ho citato prima: sarei felicissimo se da quei ceppi si sviluppassero questi germogli, che vedo sempre più necessarî. Dei cattolici avrebbero uno strumentario d’eccezione per contribuire a un simile movimento – Greta dovevamo invitarla e coinvolgerla, altro che sfotterla… –, semplicemente perché sono titolari dei concetti di ordine, di universo e di provvidenza, nonché di verità, giustizia, prossimità e carità. E non sarà un caso che la bella Lila Rose sia una cattolica vicina all’Opus Dei. Ella stessa non ne fa mistero, quando anche pubblicamente – ma senza mai diventare macchiettistica – dà testimonianza della sua fede e delle ragioni che sostengono la sua speranza. Ma proprio perché intimamente e profondamente cattolici, in un simile movimento possiamo far posto veramente a tutti. Per questo alla mia giovane amica (e ai suoi tanti amici che ora intravedo soltanto, con gli occhi della mente) consegno infine alcune parole di un non cristiano e non credente. “Forse la mia ultima lettera a Mehmet” del turco comunista Nazim Hikmet, è una specie di testamento poetico che mi lesse mia madre quando ero un bambino e che mi è rimasto nel cuore. Trovo incantevole come un uomo che pure aveva rimpiazzato la speranza del Cielo con l’illusione del Sole dell’Avvenire (ed era esule in Russia, nel 1955, quando il figlio aveva quattro anni) mantenesse tuttavia un’attitudine così contemplativa dell’esistenza. Com’è possibile che dei cristiani non facciano proprie queste parole e non ne offrano l’esegesi più alta e più piena?

[…] non ci si può saziare del mondo,

Mehmet,

non ci si può saziare.

Non vivere su questa terra

come un inquilino,

oppure in villeggiatura

nella natura:

vivi in questo mondo

come se fosse la casa di tuo padre;

credi al grano, al mare, alla terra,

ma soprattutto all’uomo.

Ama la nuvola, la macchina, il libro

ma innanzitutto ama l’uomo.

Senti la tristezza

del ramo che si secca,

del pianeta che si spegne,

dell’animale infermo,

ma innanzitutto la tristezza dell’uomo.

Che tutti i beni terrestri

ti diano gioia,

che l’ombra e il chiaro

ti diano gioia,

ma che soprattutto l’uomo

ti dia gioia.

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