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Perché – e come – andare a cercare chi si è allontanato da Dio

EMPATIA
Shutterstock
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Il vero significato dell’indicazione di Gesù di cercare la pecora smarrita

Il pastore rischia la vita di 99 pecore al sicuro nell’ovile quando esce a cercare un’unica pecora perduta. Le lascia tutte sole per salvarne una. Ha senso?

Qualsiasi imprenditore non giustificherebbe quel rischio. È eccessivo. In assenza del pastore si possono perdere altre pecore. Perché rischiare tanto? Può arrivare il lupo e fare strage delle pecore nell’ovile.

Non lo capisco. È vero che non comprendo la dinamica di Gesù. Cerco di spiegarla, ma non la capisco completamente. Gesù dice: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento”.

Gesù dà per scontata la reazione del pastore, ma è davvero così palese? Forse mi sono abituato male a vivere in questo mondo utilitaristico.

Se una persona diventa anziana e dipendente non interessa più – richiede spese e dedizione. Se arriva un bambino con dei problemi è meglio che non nasca, richiederebbe troppo.

In quello stesso modo di pensare, si giustifica il fatto di lasciare che una pecora si perda se al contempo si salva il resto delle pecore vigilando su di loro. L’utilità. Il numero. Una contro cento. Vale la pena di salvare le altre.

Questo sguardo meschino riempie il mio cuore di tristezza. Ci cado spesso e mi allontano. Smetto di essere il buon pastore. Non penso alla pecora smarrita. Mi concentro su quelle che stanno bene e al sicuro.

Non penso a chi è lontano, perduto, solo, senza aiuto, senza mezzi. Vivo accarezzando pecorelle che vivono al sicuro. Temendo di uscire a cercare pascoli migliori.

Oggi guardo Gesù. Va a cercare la pecora smarrita. Gli importa più di qualsiasi cosa a questo mondo. Vuole attirare a sé chi è solo, abbandonato, triste, perduto. E torna portandolo sulle spalle.

Mi piace molto questa immagine. Un pastore coperto dalla pecora che riposa sulle spalle del pastore.

La stola con cui il sacerdote si riveste per impartire i sacramenti è la pecora perduta. Mi commuovo sempre quando bacio la stola prima di indossarla. Mi copre. E mi ricorda perché sono venuto.

Non mi copre di dignità. Mi copre di misericordia. Perché serve uno sguardo misericordioso per lasciare le pecore al sicuro nell’ovile e intraprendere un cammino incerto. Il cammino della ricerca.

Vado verso chi è perduto. Posso tornare a casa a mani vuote. O posso tornare felice con la pecora che copre le mie spalle doloranti.

Quella pecora che ha sofferto e si è perduta. Quella pecora che ha sognato amori impossibili e ha fallito, è caduta. Quella pecora che ha desiderato di possedere l’infinito sulla Terra e ha bevuto l’amara bevanda della solitudine.

Quella pecora che ha desiderato amori profondi e veri e ha sprecato in sorsi amari la sua grande capacità di amare. Quella pecora audace e cieca che voleva possedere il mondo intero ed è rimasta sola nella lotta.

Guardo quella pecora che ha un nome. Non voglio abituarmi a permettere che si allontani.

Non mi conformo ad accogliere come pastore alla porta del mio ovile chi arriva. Accogliendo, abbracciando, aspettando. Con pazienza e allegria.

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