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Fraternità universale: La Civiltà Cattolica torna con calma sul Documento di Abu-Dhabi

Vincenzo PINTO / AFP
Le pape François salue le grand imam égyptien Azhar Ahmed Al-Tayeb après avoir signé des documents lors de la réunion de la fraternité humaine au Mémorial des fondateurs à Abu Dhabi le 4 février 2019. - Le pape François a rejeté la "haine" et violence "au nom de Dieu.
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Il professor Felix Körner – titolare fra l’altro della cattedra di “Teologia del dialogo interreligioso” in Gregoriana – ha firmato un denso commento al testo firmato insieme da Papa Francesco e dal Grande Imam Ahmed al-Tayyeb il 4 febbraio scorso negli Emirati Arabi Uniti. Ne passiamo in rassegna alcuni passaggi salienti.

Due osservazioni a margine

Il testo del professor Körner è ricco e arricchente: giunge a riaprire una discussione parzialmente già dismessa (i tempi folgoranti delle dialettiche al tempo dei social!) ma lo fa con un apporto che rende utile il tutto. Due margini di perfettibilità ci permettiamo qui di sollevare, uno con una domanda e uno con una questione esegetica.

La domanda è questa: tornando da Abu Dhabi Papa Francesco disse ai giornalisti che non era personalmente a conoscenza di polemiche sul documento nella ricezione in ambienti musulmani, ma che poteva facilmente immaginarsele presenti. Ecco, poiché l’autore dispone di una lunga e accurata conoscenza di molti di quegli ambienti (e difatti l’articolo pullula di considerazioni “ex altera parte”), sarebbe stato interessantissimo leggere di una rassegna di tali polemiche.

La questione esegetica riguarda il secondo dei due riferimenti (il primo è Mt 12,50) rapidamente offerti dal Professore come parterre scritturistico al tema della fraternità universale: «Onorate tutti, amate la fratellanza» (1Pt 2, 17). A leggerla così, sembra effettivamente che all’interno dei due membri posti in parallelo il sostantivo “fratellanza” rimandi al pronome “tutti” come i due verbi si riecheggiano l’un l’altro; ma così il versetto è citato solo a metà, perché la parte finale prosegue specularmente: «Temete Dio, onorate il re». A questo punto i membri non sono più due ma quattro, e la seconda coppia è decisiva nell’indicare – mediante i verbi e mediante i sostantivi – come anche nella prima la scansione non sia quella di un merismo, ossia come la seconda parte non vada a reiterare e rafforzare il concetto della prima, ma ad esprimerne una sua versione ridotta. Come infatti il re è infinitamente inferiore a Dio, e come c’è una distanza altrettanto infinita fra il timore reverenziale che si esprime nel rispetto delle istituzioni e il φόβος [phobos] della creatura davanti a Dio; così c’è pure una distanza fra l’“onore” che si deve a tutti e l’“amore” che va riservato alla “fratellanza” (o “fraternità”). Infine, la disposizione chiastica dei quattro verbi, con “τιμάω” [timao] in prima e quarta posizione ci porta a ritenere che l’autore avvicinasse decisamente il dominio di “tutti” a quello del re e la pertinenza della “fraternità” a quello di Dio. Insomma, sembra discutibile che per l’autore di questo testo tutti gli uomini siano fratelli.

Ma la ragione per cui vale la pena sottolineare questa indecidibilità è che nell’oscillazione storica del semantema di “ἀδελφότης” [adelphotes] l’uso – ancora per secoli impiegato perfino come formula di cortesia (penso all’epistolario di Sinesio di Cirene) – avrebbe presto portato la parola a indicare il solo consesso dei cristiani (già in Eusebio di Cesarea!) e poco dopo addirittura la vita monastica (per esempio come grecismo nelle lettere di Gregorio Magno), insomma gruppi via via più ristretti.

Concludendo

Né desta stupore, ché la fraternità è sempre stata predicata in molti modi, stricto sensu e poi in accezioni via via più analogiche: ancora oggi un religioso che parla della “sua fraternità” indica il convento (o l’equivalente) in cui vive; l’aderente a un particolare movimento presenta disinvoltamente “un suo fratello di comunità”, noi stessi – tutti quanti – ci sentiamo talvolta “più fratelli” di persone cui ci legano le esperienze e gli ideali che di quanti sono uniti a noi dalla carne e dal sangue. Tutto ciò si riflette immancabilmente anche negli scritti canonici e nelle opere teologiche: quel che è certo è che ogni prospettiva teologica che ammetta un’azione creatrice e redentrice, insomma provvidente, di Dio, può fondare il concetto di fraternità senza che questo intralci le vie altrui o contamini le proprie.

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