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Valorizzare il bello della Chiesa? Valorizzare il meglio delle comunità!

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By Manuel Alvarez | Shutterstock
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Aperti al Mab è anche riflessione su come si rende fruibile un bene culturale: il 3 giugno a Roma si parlerà di questo

Mentre a lunghi passi ci avviciniamo al mese di giugno e all’inizio della settimana dal 3 al 9 giugno “Aperti al MAB col suo carico di iniziative per il pubblico, Aleteia anticipa alcuni degli interventi che si terranno proprio il primo giorno dell’iniziativa, il 3 giugno, a Roma in un convegno volto a fare il punto sulla conservazione dei beni culturali ecclesiastici in Italia e la loro valorizzazione presso il grande pubblico. Conservare e valorizzare sono due facce della stessa medaglia quando si tratta di cultura e conoscenza. Non si può infatti tutelare qualcosa senza renderlo fecondo, senza metterlo in gioco attraverso la sua fruizione. Le iniziative di Aperti al MAB, di cui abbiamo fornito un piccolo assaggio nel nostro precedente articolo relativo ad alcune delle proposte museali in giro per l’Italia, continuano a crescere e vi invitiamo a sfruttare il ricco portale messo a disposizione dalla CEI a questo scopo, il portale Beweb.

Poiché il centro della settimana è presentare al grande pubblico le meraviglie conservate dagli istituti museali, degli archivi e delle biblioteche diocesani, ma anche di far collaborare tra loro queste realtà per il bene della Chiesa stessa, e la sua capacità di mettersi al servizio dei territori, Aleteia ha parlato con monsignor Stefano Russo, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana e Vescovo di Fabriano-Matelica.

Monsignore che vuol dire questa settimana per la Chiesa italiana?

Questa iniziativa ha un grande significato pastorale e culturale che mette insieme diverse realtà attive nella chiesa che sono diffusissime nel territorio nazionale e che si stanno attivando perché siano un segno di servizio alle persone, che sono un segno di attenzione al territorio. C’è un lavoro enorme di catalogazione e fatta con spirito di servizio verso la comunità, fatta con un linguaggio

La bellezza ha un ruolo nella fede?

Sicuramente sì perché l’incontro col Cristo ci porta a voler scoprire la bellezza dentro di noi e la bellezza attorno a noi, se l’incontro con il Cristo è vero, è reale, allora non possiamo non avvicinarci a quello che ci circonda con superficialità, in esso troveremo un segno creativo di Dio. A volte c’è una difficoltà nella contemporaneità a tradurre certi linguaggi che sono propri della fede, in opere all’altezza del messaggio che devono trasmettere, anche la Chiesa a volte ha fatto degli errori in questo senso, però proprio per questo siamo chiamati a valorizzare la bellezza che ci è stata affidata: la Chiesa nel tempo è stata committente di opere di indiscusso valore, non tanto per un fatto estetico, ma perché quelle opere ci aiutano a portare il nostro cuore e le nostre intelligenze verso Dio, nei nostri percorsi dobbiamo avere sempre presente questa meta.

Gli fanno eco, nel nostro percorso di avvicinamento al 3 giugno, le parole dei relatori della giornata, a cominciare dal dottor Serge Noiret, membro dell’Istituto Europeo Universitario di Fiesole e presidente dell’Associazione Italiana di Public History “Nella Chiesa italiana abbiamo una ricchezza enorme a tutti i livelli, sia materiale che immateriale, dalle tradizioni popolari, al patrimonio storico-artistico e archivistico. Soprattutto se si parla di patrimonio materiale ed immateriale della cristianità si parla anche di fede, l’Associazione Italiana di Public History intende mostrare con degli esempi specifici di buone pratiche, come valorizzare questi patrimoni. Di questo si parlerà nella giornata di studio promossa da Aperti al MAB. Tutte le comunità, e dunque anche la comunità dei credenti, hanno bisogno di storia e di memoria e di un ancoraggio ad una storia collettiva che definisce anche la loro identità culturale: la public history si fa carico di questi bisogni con il rigore dello storico, ma con un approccio sul campo con e per il pubblico” ci spiega il docente al telefono. Ma che cos’è la public history, e perché può aiutare le istituzioni culturali (sia ecclesiastiche che laiche) a stabilire una relazione positiva con la comunità che le ospita? Il dottor Noiret ci viene in soccorso: “La public history è un campo all’interno delle discipline storiche. È anche una disciplina interna alla storiografia che forma figure professionali specifiche, forti di un insieme di pratiche specifiche con il pubblico e per il pubblico che portano la storia fuori dall’università: la public history si pratica nella società con altre professionalità come archivisti, curatori di mostre e musei, web designer, ecc.. Inoltre, il public historian [letteralmente lo “storico pubblico”, ndr] è consapevole che molte persone hanno delle conoscenze e che queste conoscenze vanno mediate per portarle al grande pubblico e nutrire la memoria collettiva delle comunità”. Tutto questo perché quando si chiede a qualcuno di portare le proprie memorie e fonti su un evento storico, il public historian si mette in gioco e condivide una parte della sua autorità professionale con il pubblico. Inoltre, anche storici accademici fanno public history nella “terza missione” delle università (dopo la ricerca e l’insegnamento), cioè divulgando e discutendo nelle comunità locali e con le comunità locali della loro storia, valorizzandola, rendendola “tramandabile”. “Ci sono sia accademici che altre professionalità esterne al mondo universitario – continua Noiret – che però utilizzano le medesime competenze per valorizzare la storia e i beni culturali italiani. Aperti al MAB è una occasione in questo senso: pensare a come meglio valorizzare i beni culturali ecclesiastici per riaffermare una storia e una presenza sul territorio”.

È un campo, quello della comunicazione, che sempre di più – con il web – incrocia inaspettatamente quello dell’etica e quello di una comunicazione responsabile, credibile e autorevole. In una fase storica come quella attuale, in cui il dibattito pubblico è inquinato dalle cosiddette fake news, ricostruire la fiducia tra lettori e “narratori” è fondamentale. Narratori in questo caso ha un senso ampio, di chi racconta la storia, sia come giornalista, che come storico o come documentarista, o anche solo come guida turistica. Il professor Paul G. Weston, dell’Università degli Studi di Pavia, che è anche referente progetti archivi e biblioteche CEI, mette in guardia proprio da questo pericolo: “Gli accadimenti di cui le cronache dell’ultimo anno hanno fornito ampi resoconti e che hanno prodotto uno spaccato talvolta assai preoccupante dell’universo dei sistemi digitali che utilizziamo per informarci, per acquistare prodotti e servizi e per coltivare contatti e amicizie, unitamente ad alcuni filoni di discussione che hanno animato numerosi forum in ambito archivistico, bibliotecario e museale, rendono evidente come la questione etica, più che quella squisitamente tecnologica o catalografica (in senso lato), costituisca lo snodo tra un sistema culturale di qualità, rispettoso dei valori della persona e volto alla trasmissione della conoscenza, e un sistema che, al contrario, distorce la conoscenza e sfrutta le tecnologie per manipolare e controllare gli individui” e ci ricorda che quello che è in gioco “è la responsabilità dell’essere umano – dice il professor Weston – posto davanti a un bivio: percorrere la strada della responsabilità e dell’ecologia umana o, in alternativa, favorire l’affermazione di una tecnocrazia senza limiti, che rischia di porre l’uomo al servizio delle macchine e non viceversa”.

Su questa stessa strada si è incamminato da tempo Federico Badaloni, caporedattore e architetto dell’informazione presso il Gruppo editoriale GEDI (quello di Repubblica e l’Espresso per intenderci) che ci esorta a capire come la persistenza delle notizie in rete obblighi tutto il sistema dell’informazione ad un salto di qualità e di responsabilità: “La generazione della fiducia può avvenire solo all’interno di una rete di relazioni in cui la “cura” è il tema centrale. Le strategie di comunicazione del territorio attraverso la rete, vuol dire raccontare il territorio spingendo gli abitanti a viverlo in maniera diversa, lavorare pensandosi come parte di una relazione. Ogni pezzo deve essere inserito in modo corretto e il contesto è un aspetto chiave, così all’interno di un contenuto di una pagina web le cose che decidiamo di linkare esprimono una gerarchia di relazioni che hanno un senso e devono trasmetterlo al lettore, dicendogli questo per noi è rilevante ed autorevole. Lo stesso vale per i beni culturali che vanno inseriti in una rete di cose “importanti per quella comunità”, solo così verranno percepiti come un elemento fondativo dell’identità di quella comunità”

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