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Quando Gregorio XV canonizzò insieme mistici, riformatori e… un contadino

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Aleteia - Giovanni Marcotullio - pubblicato il 15/05/19

Il 15 maggio, la Chiesa festeggia sant’Isidoro l’agricoltore. Questo contadino del XII secolo fu canonizzato quasi quattro secoli fa da Gregorio XV in compagnia di quattro altri santi illustri. Una cerimonia eccezionale che avrebbe segnato per sempre la storia della Chiesa cattolica.

I loro nomi sono su tutte le labbra: quella mattina del 12 marzo 1622, l’Urbe era in fermento – era tutto un friccicore. Immaginatevi che la Chiesa celebri una canonizzazione quintupla. Già così… scusate se è poco. Ma sentite i nomi: Ignazio di Loyola e Francesco Saverio, missionari (e praticamente co-fondatori) della Compagnia di Gesù; Filippo Neri, fondatore degli Oratoriani, Teresa d’Avila, grande riformatrice del Carmelo in Ispagna… e Isidoro il Contadino, oggi patrono degli agricoltori. Quattro spagnoli e un italiano. Tanto basta a far ingelosire qualche italiano sciovinista (non sono molti, difatti la parola è francese…), e da qualche parte si sente la battutaccia: «Quattro spagnoli e un santo…». Un evento straordinario che avrebbe segnato la storia della Chiesa per i secoli a venire.




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Siamo a quasi sessant’anni dopo la conclusione del Concilio di Trento, che ha segnato un tornante decisivo nella storia del cattolicesimo. I fedeli sono ammassati davanti alla rutilante facciata della nuova basilica di San Pietro, la cui ricostruzione è stata completata da meno di dieci anni (capolavoro del grande architetto Carlo Maderno). Oltre alla grandiosa processione nelle strade di “Roma Capoccia”, la cerimonia che si svolge sotto la cupola della basilica celebra le virtù eroiche di cinque grandi figure del cristianesimo. Pompe e magnificenze a più non posso: all’interno dell’edificio, tendaggi purpurei riccamente trapuntati in oro, gonfaloni finemente ricamati e candelabri a perdita d’occhio – insomma, un fasto adeguato alla circostanza, niente era eccessivo per un simile giorno. Il santuario è tutto un vasto teatro in cui si mescolano canti e preghiere, mentre uno sbuffo d’incenso sale verso il cielo.

Una bella botta all’evangelizzazione

Papa Gregorio XV, sulla cattedra di Pietro da meno di un anno, ha deciso di canonizzare cinque grandi figure della Chiesa cattolica. Nientemeno! E avrebbe favorito i suoi beniamini? Facile pensarlo: formato dai gesuiti, è sensibile alla questione degli ordini religiosi e delle missioni. Appena tre mesi dopo questa canonizzazione express, mette in cantiere la Sacra Congregatio de Propaganda Fide, oggi chiamata Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli. Ai gesuiti avrebbe pure affidato la cura della pontificia università gregoriana, e avrebbe ordinato la costruzione della chiesa di Sant’Ignazio a Roma. E nessuno se ne stupisce più.




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Molto attivo, il Papa decide di beatificare in quello stesso anno anche Alberto il Grande, gigantesco teologo domenicano (e maestro di Tommaso d’Aquino). Se il Vescovo di Bologna fu solo un “papa di transizione”, – il suo pontificato durò appena trenta mesi – la sua azione fu nondimeno assai feconda. Morì l’8 luglio 1623, in piena canicola, e il suo corpo è inumato nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola (a poche centinaia di metri dalla Chiesa del Gesù, dove riposa lo stesso Ignazio). Un omaggio a colui che l’aveva canonizzato.


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Ma Isidoro non aveva fondato né riformato ordini, non aveva costruito monasteri, non aveva lasciato grandi opere dottrinali e/o mistiche: aveva amato una donna (Maria Toribia, beatificata anch’ella alla fine del XVII secolo), allevato e pianto un figlio e coltivato la terra. In un’epoca ancora pienamente feudale, nessuno aveva avvertito un problema nella spontanea devozione del Popolo santo di Dio per questo meraviglioso e semplicissimo cristiano. Quando si era ancora in pieno Ancien Régime, mentre la rivoluzione di dicembre, quella di luglio e quella di ottobre erano ancora nel regno dei futuribili, la Chiesa impaginava nel proprio santorale vite spese sotto i riflettori della ribalta mondiale, nel nascondimento di un chiostro o in quello della campagna. E sono tutte pagine circonfuse di luce abbacinante.

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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