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Cosa insegna la Chiesa inserendo tanto spesso il Gloria nella liturgia?

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Philippe Lissac | GoDong

Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 14/05/19

Come può una persona che si sente completamente sola rendere gloria a Dio?

La Liturgia delle Ore ha un ritmo che diventa familiare nel corso del tempo. Il Padre Nostro arriva ogni mattina e ogni sera alla fine, le antifone vengono ripetute dopo ogni salmo, il canto al Vangelo è sempre caratterizzato dal segno della Croce, e quando si è in dubbio si ricorre alla dossologia.

“Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo”, recitiamo, cogliendo in fallo chi ha più familiarità con la leggera variazione usata nel Rosario: “Come era nel principio, ora e sempre, nei secoli dei secoli”.

Lo recitiamo per iniziare ogni ora, dopo ogni salmo, alla fine di ogni cantico, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento. La dossologia punteggia anche il responsorio, correndo il rischio di diventare un rumore di fondo, parole che sorvoliamo mentre giriamo pagina o ci sistemiamo i capelli, noncuranti nei confronti del grido di lode che la Chiesa ci chiama a elevare continuamente nell’ufficio divino.

Questo mormorio di gloria a Dio è quasi incessante, e tuttavia non è affatto ripetitivo, perché a volte caratterizza la nostra gentile richiesta a Dio di aiutarci nella preghiera, mentre in altre occasioni grida la gioia di un popolo redento. Ogni dossologia parla in modo diverso, a volte piena di gioia, altre pronunciata a denti stretti, perché a volte segue salmi che non ci fanno inneggiare alla gloria. A volte arriva al termine di salmi di lamentazione, dopo parole amare o pensieri che arrivano quasi alla disperazione.

A volte la giustapposizione sembra più crudelmente ironica che piena di preghiera. Come può una persona che si sente completamente sola rendere gloria a Dio? Sospetto che la maggior parte di noi preghi la dossologia più come una conclusione non correlata, un segno della croce più lungo, che come una preghiera direttamente collegata a ciò che l’ha preceduta.

C’è però un motivo per cui la Chiesa ci invita a recitare questa preghiera alla fine sia dei salmi tristi che di quelli gioiosi: Dio regna anche nella nostra miseria. Anche nella solitudine e nella disperazione, nella confusione e nel dolore, Dio regna. È sempre buono, indipendentemente da quanto siano negative le circostanze in cui viviamo, e opera anche nella nostra sofferenza, forse ancor di più quando non riusciamo a vederlo.

Rendiamo gloria a Dio per la sua bontà e la sua generosità, e questo non è particolarmente difficile, ma gli rendiamo gloria anche quando sembra distante e ci sentiamo abbandonati e senza speranza. Dio non merita la nostra lode per quello che fa, ma per ciò che è; nella Liturgia delle Ore ricordiamo a noi stessi questa verità (quando ci facciamo attenzione). Pronunciamo parole di timore e vergogna, ma rendiamo comunque gloria a Dio. Offriamo preghiere che non vengono ascoltate ma diamo lo stesso gloria a Dio.

Diamo gloria a Dio per quello che è, ma quando preghiamo continuamente questa dossologia – o piuttosto quando iniziamo a farci attenzione – cominciamo a vedere che forse Dio sta facendo qualcosa di positivo anche attraverso i sentimenti che sembrano eliminarlo dal nostro campo visivo. Forse la mia solitudine è in qualche modo un dono. Forse la mia confusione è un’opportunità per rendere gloria a Dio, non qualcosa da ignorare per paura che diminuisca la mia lode.

Mi colpisce che questo modello di preghiera sia un approccio eccellente all’analisi degli eventi di una giornata, cercando di rendere gloria a Dio per ogni trionfo e ogni sconfitta, ogni gioia e ogni lotta. Potrebbe essere anche un altro modo per offrire la sofferenza, se rispondiamo a frustrazioni e difficoltà con questa dossologia anziché con rabbia o autocommiserazione.

Il Salmo 136 descrive la storia di Israele, insistendo sul fatto che ogni suo momento si è verificato perché l’amore misericordioso di Dio dura per sempre. Potremmo fare lo stesso con le nostre storie? Potremmo riflettere su ogni gioia e ogni dolore della nostra vita e recitare queste parole, chiedendo a Dio la grazia di lodarlo per il suo amore all’opera nelle vicende positive e in quelle negative?

Ci saranno alcuni eventi, certi momenti terribili e traumatici in cui non riusciremo a spingerci a lodare Dio, ma più lo facciamo, pronunciando parole di gloria, più ci ritroveremo davvero a saperlo lodare per la sua azione nella nostra vita, visibile e non. Ho trascorso anni recitando questa preghiera più di una ventina di volte al giorno – forse è il momento di fare un passo indietro e di pregarla, piuttosto che pronunciarla soltanto.

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