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Clericalismo e funzionalismo nelle lezioni di Francesco e Benedetto XVI

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 13/05/19


CARDINAL REINHARD MARX AND CARDINAL RAINER MARIA WOELKI

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Ma” la Chiesa cattolica in Germania è scossa in queste settimane da pensieri ben poco teologici: due settimane fa sono stati resi noti i risultati di un’inchiesta del Forschungszentrum Generationenverträge dell’Università di Freiburg le cui proiezioni nel tempo sembrerebbero indicare che la Chiesa Cattolica in Germania andrà a perdere da un terzo alla metà dei suoi attuali membri entro il 2060. E giù consultazioni diocesane che cercano di correre ai ripari approntando casse di credito interdiocesane, fra le immancabili proteste delle “vergini sagge” che non vogliono condividere il loro (ancora) abbondante olio con le colleghe stolte: nell’isteria generale riprendono vigore le solite polemiche di area germanica, che invocano il sacerdozio uxorato e l’ordinazione femminile come antidoto al tracollo ecclesiale (e sembrerebbe che per l’angoscia non abbiano neppure letto tutto lo studio, altrimenti saprebbero che le comunità evangeliche, cui affannosamente corrono dietro, stanno messe perfino peggio (proiezione del 51% contro il 48%). Ora mirano al Sinodo per l’Amazzonia, sperando di poterne lucrare un escamotage per rimpiazzare i pezzi cadenti (e anche qui cascano male, ché già Francesco ha posto limiti invalicabili sui loro desiderata).




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Ma il punto non è il derby “protestanti-cattolici”, che anzi nel mal comune diventa tanto più patetico: il punto è che mai nelle considerazioni di certi pastori si sente parlare di cose come “evangelizzazione”, “cristianesimo”, “vita ecclesiale”. Sempre e solo “ministeri”, “uffici”, “cariche”, “prebende”. E viene fuori che le Chiese più versate nel predicare di “clericalismo” sono quelle che – a causa dell’estremo funzionalismo di/in cui [soprav]vivono – risultano più a rischio riguardo a quel male esiziale.




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Non mancano tuttavia voci cattoliche (di nome e di fatto), come quella del vescovo di Regensburg Rudolf Voderholzer, che proprio pochi giorni fa è stato confermato come membro della Congregazione per la Dottrina della Fede e che sabato ha preso la parola ad Heiligenkreuz, vicino Vienna, escludendo nel modo più assoluto che il depositum fidei permetta all’autorità ecclesiastica di “inventare” sconvolgimenti in materia di ministeri e sacramenti: «Non abbiamo bisogno – ha detto il pastore – né di laicizzare i chierici né di clericalizzare i laici».

La verità è quella che Francesco ha recentemente ricordato alla propria diocesi, in Laterano, e che Benedetto XVI con bonario rimprovero richiamò alla Chiesa cattolica in Germania:

Da decenni assistiamo ad una diminuzione della pratica religiosa, constatiamo un crescente distanziarsi di una parte notevole di battezzati dalla vita della Chiesa. Emerge la domanda: la Chiesa non deve forse cambiare? Non deve forse, nei suoi uffici e nelle sue strutture, adattarsi al tempo presente, per raggiungere le persone di oggi che sono alla ricerca e in dubbio?

Alla beata Madre Teresa fu richiesto una volta di dire quale fosse, secondo lei, la prima cosa da cambiare nella Chiesa. La sua risposta fu: Lei ed io!

Questo piccolo episodio ci rende evidenti due cose: da un lato, la religiosa intende dire all’interlocutore che la Chiesa non sono soltanto gli altri, non soltanto la gerarchia, il Papa e i Vescovi: Chiesa siamo tutti noi, i battezzati. Dall’altro lato, essa parte effettivamente dal presupposto: sì, c’è motivo per un cambiamento. Esiste un bisogno di cambiamento. Ogni cristiano e la comunità dei credenti nel suo insieme sono chiamati ad una continua conversione.

Come deve configurarsi concretamente questo cambiamento? Si tratta forse di un rinnovamento come lo realizza ad esempio un proprietario di casa attraverso una ristrutturazione o la tinteggiatura del suo stabile? Oppure si tratta qui di una correzione, per riprendere la rotta e percorrere in modo più spedito e diretto un cammino? Certamente, questi ed altri aspetti hanno importanza, e qui non possiamo affrontarli tutti. Ma per quanto riguarda il motivo fondamentale del cambiamento: esso è la missione apostolica dei discepoli e della Chiesa stessa.

[…]

La Chiesa s’immerge nell’attenzione condiscendente del Redentore verso gli uomini. Quando è davvero se stessa, essa è sempre in movimento, deve continuamente mettersi al servizio della missione, che ha ricevuto dal Signore. E per questo deve sempre di nuovo aprirsi alle preoccupazioni del mondo, del quale, appunto, essa stessa fa parte, dedicarsi senza riserve tali preoccupazioni, per continuare e rendere presente lo scambio sacro che ha preso inizio con l’Incarnazione.

Nello sviluppo storico della Chiesa si manifesta, però, anche una tendenza contraria: quella cioè di una Chiesa soddisfatta di se stessa, che si accomoda in questo mondo, è autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo. Non di rado dà così all’organizzazione e all’istituzionalizzazione un’importanza maggiore che non alla sua chiamata all’essere aperta verso Dio e ad un aprire il mondo verso il prossimo.

Per corrispondere al suo vero compito, la Chiesa deve sempre di nuovo fare lo sforzo di distaccarsi da questa sua secolarizzazione e diventare nuovamente aperta verso Dio. Con ciò essa segue le parole di Gesù: “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,16), ed è proprio così che Lui si dona al mondo. In un certo senso, la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore.

[…]

Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa distaccata dal mondo emerge in modo più chiaro. Liberata dai fardelli e dai privilegi materiali e politici, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell’adorazione di Dio e al servizio del prossimo. Il compito missionario, che è legato all’adorazione cristiana e dovrebbe determinare la struttura della Chiesa, si rende visibile in modo più chiaro. La Chiesa si apre al mondo, non per ottenere l’adesione degli uomini per un’istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi e così condurli a Colui del quale ogni persona può dire con Agostino: Egli è più intimo a me di me stesso (cfr Conf. 3,6,11). Egli, che è infinitamente al di sopra di me, è tuttavia talmente in me stesso da essere la mia vera interiorità. Mediante questo stile di apertura della Chiesa verso il mondo è, insieme, tracciata anche la forma in cui l’apertura al mondo da parte del singolo cristiano può realizzarsi in modo efficace e adeguato.




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