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Cinzia: la SLA ha ucciso mio marito, ma Dio opera miracoli nascosti

CINZIA DAGOSTINO, SLA, PAPA

Cinzia DAgostino

Firenze, 10 novembre 2015

Annalisa Teggi - pubblicato il 13/05/19

Ci comunicava tutto attraverso gli occhi. Chi parla di vite poco dignitose scambia l’immobilità del corpo per immobilità dell’anima. Se il malato non parla, lo si associa al fatto che non possa capire. I nostri amici mi hanno confessato di essersi sentiti imbarazzati dallo sguardo di Marco: mi dicevano che era così penetrante da sentirsi messi a nudo.


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Tu hai imparato a guardare tutto in modo nuovo. Me lo racconti?

Ho maturato innanzitutto la certezza della presenza di Dio nella nostra vita. La mano della Provvidenza è arrivata nei momenti delle emergenze, nei momenti più impensabili. Ho imparato, poi, ad andare alla sostanza nella vita e nei rapporti con le persone. Oltre a molto altro di effimero, la società ci abitua a pensare che valiamo non momento in cui «facciamo», in realtà valiamo perché «siamo».

Poi il tuo matrimonio arriva al momento del congedo. Quella parola tanto temuta, morte, cosa ha significato quando l’hai vissuta?

Negli ultimi giorni avevo capito che Marco stava arrivando in fondo alla sua vita. Avevo la percezione fisica di un pugnale nello stomaco: come faccio a sopravvivere senza di lui? Poi ho visto il suo corpo diventare esausto, come quello di un novantenne. Una sera, standogli accanto ho detto: «Signore, Marco è tuo». Il Signore ha consentito a Marco di vivere 11 anni con la malattia, le previsioni dei medici erano di 4-5 anni. La morte è arrivata in modo naturale, con quella stanchezza che sopraggiunge alla fine di una vita molto lunga. Marco è passato dal sonno alla morte senza soffrire; è morto in camera sua, con me accanto. Mi sono permessa di chiedergli questo, negli ultimi giorni e senza accennare alla morte: “Marco, io mi sono presa cura di te, ma tu mica dimenticare che sei mio marito!” e intendevo dirgli che quando sarebbe stato in Cielo avrebbe dovuto prendersi cura di me.

CINZIA DAGOSTINO, MARITO, SLA
Cinzia DAgostino

Com’è senza di lui?

È dura. Mi sento disorientata, perché prima c’era Marco che mi mostrava il cammino. Lui era garanzia di sicurezza, non c’era possibilità di deviare dal cammino che dentro la malattia mi aveva fatto scoprire un modo di vivere profondo, tutto spalancato sul presente. Sono due anni che è morto, ma l’amore vissuto con lui è stato così pieno e profondo che a me sembra di aver vissuto una vita matrimoniale lunga.


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In realtà noi siamo stati insieme 15 anni, 11 dei quali nella malattia; ma ho condiviso tutta l’intensità che due sposi possono vivere trascorrendo una lunga vita insieme. Non è mancato niente. Ora sento la sua mancanza, ma dentro sento anche la pienezza dell’amore che ci siamo scambiati. Questo è il magazzino a cui vado ad attingere quando avverto di più la solitudine. Rientrare nella vita senza di lui non è facile, ora ho delle categorie diverse con cui affrontare la realtà e sono quelle che ho scoperto durante la malattia. A questo proposito è significativo un fatto che capitò all’inizio della malattia, mi svegliai una domenica mattina e piansi. Molto ingenuamente gli chiesi: “Marco, a te capita mai di pensare cosa sarà il futuro, a come sarà tra un anno?”. La sua risposta fu rivelatrice, disse: “Mah … Cinzia, non so se è per incoscienza, ma io non ci penso a cosa sarà tra un anno. Io penso solo a domani; io prendo un giorno alla volta”. Fu la chiave di volta!

Questo è un messaggio importante da far passare, soprattutto per i giovani che vengono esclusivamente spinti a vivere sovrappensiero il presente, e a rifugiarsi nei sogni per il futuro. La tua scoperta del presente è stata: tutto quello che c’è ora e qui non è da perdere.

Non è da perdere! Io l’ho capito attraverso la malattia; io prima vivevo di progettualità. Progettare era proprio importante di per sé, al di là della realizzazione: nella mia testa il significato dell’esistenza lo dava il fatto stesso che mi mettessi a progettare. Ho messo in discussione questo mio modo. Oggi le persone, talvolta mi chiedono: “Che progetti hai per il futuro?”. Io non ne ho, di progetti; e mi rendo conto che chi mi ascolta può fraintendere, tipo “questa vive in balia degli eventi”.


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Ma la mia visione non è questa, bensì: io sono disposta ad accogliere quello che di giorno in giorno la vita mi darà. La vita, guardando bene, mi ha dato qualcosa di più importante di quello che io potevo sognare. Mi ha dato la possibilità di vivere un amore vero e pieno: il mio futuro era nel presente vissuto con Marco giorno per giorno. La vita mi ha dato un amore vero, cosa posso chiedere ancora di più? Non mi resta che vivere nel modo più intenso e gioioso gli anni che il Signore mi darà da vivere prima di riunirmi a Marco. Lo sento che mi accompagna e quando il mio pensiero va a lui, non riemerge il dolore ma la gioia. E quando prego Dio, non me lo immagino più solo ma in compagnia di Marco. Questo mi dà la forza di stare qui.

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fedemalattiamatrimonio
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