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La lezione alla Edith Stein che mi ha dato un ventenne benvestito in Baviera

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Perché tante gente devia dal suo percorso per fermarsi in chiese apparentemente vuote?

Qualche mese fa mi trovavo in una bellissima vecchia chiesa sulla cima di una collina in Baviera. Come accade di solito in questa parte della Germania, non ero sola. In buona parte del mondo è difficile trovare una chiesa aperta. Nella maggior parte dell’America anche quelle aperte sono in genere vuote al di là della Messa. Le nostre chiese sono troppo lontane dalla nostra vita impegnata per farci prendere in considerazione l’idea di fermarci lì per qualche minuto.

In Baviera, però, la chiesa è ancora un luogo di preghiera privilegiato, in cui una nonna porta per mano un nipotino vestito di tutto punto mentre una manciata di anziani entra e si inginocchia per pregare, apparentemente senza riconoscersi anche se probabilmente si conoscono fin da bambini. Due signore di mezza età entrano insieme ma si separano alla porta; non sono qui per socializzare. Una famiglia va in una cappella laterale ad accendere delle candele, e gli adolescenti non sembrano affatto imbarazzati di fronte al vecchio rituale che eseguono i genitori.

I personaggi variano, ma mi sono abituata a quelle figure silenziose che si fermano mentre stanno andando a fare la spesa o tornano a casa dal lavoro. È confortante vedere le loro devozione, la convinzione (indipendentemente dal fatto che riescano a esprimerla a parole) che ci sia qualcosa – qualcuno – lì, in quel vecchio edificio pieno di statue a colori vivaci.

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Stavolta, una di quelle figure ha catturato la mia attenzione: un ragazzo sui vent’anni vestito alla moda. Mi ha colpito perché sembrava fuori posto in quel monumento a una fede che per il mondo sta morendo – un uomo così pieno di vita, che in quel momento avrebbe potuto fare tante altre cose.

Come gli altri ha fatto la genuflessione, poi è andato in un banco e si è inginocchiato. Per dieci minuti, forse quindici.

Mentre stavo tornando alla mia macchina, però, l’ho visto di nuovo. Con una spavalderia che apparentemente non gli costava alcuno sforzo, si è fatto strada nel vento gelido fino alla sua auto. E in qualche modo è questo che mi ha colpito. Non era entrato in chiesa per sfuggire per un attimo al vento, o per senso del dovere vista la vicinanza dell’edificio. Quel giovane aveva guidato fino in cima alla collina e aveva salito 50 gradini per sedersi in una bella chiesa. E poi se n’era andato.

Non gli era di strada. Aveva scelto deliberatamente di visitare un edificio che molti definirebbero poco meglio di un piccolo museo.

Ma stava facendo visita a un amico.

… stava facendo visita a un amico.

È lo stesso motivo, ovviamente, per cui eravamo lì io, gli anziani, la famiglia e la nonna col nipotino: eravamo andati a trovare un amico, il Dio-uomo presente ovunque ma che dimora in particolare nel tabernacolo, un prigioniero d’amore che ci aspetta sull’altare, spesso solo e rifiutato.

Una scena simile si è impressa nella memoria di Santa Edith Stein prima che diventasse cattolica. Era nella cattedrale di Francoforte e vide una donna con un cestino della spesa fermarsi a pregare. Rifletté al riguardo anni dopo:

“Per me era una cosa completamente nuova. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato, la gente andava semplicemente ai servizi religiosi. Qui, invece, vedevo una persona che veniva direttamente dal mercato in quella chiesa vuota, come se stesse andando ad avere una conversazione intima. È qualcosa che non ho mai dimenticato”.

Santa Edith in seguito arrivò a credere che qualcuno vivesse nella cattedrale, come vive in ogni chiesa cattolica del mondo, e che fargli visita lì offriva un’intimità più profonda nella preghiera. Molti di noi sono profondamente consapevoli del potere dell’adorazione eucaristica, di visitare il Signore quando è esposto nel tabernacolo. Ci iscriviamo all’ora santa di modo che Gesù non venga mai lasciato solo… qualcuno viveva in quella cattedrale…

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E che dire di quei luoghi e quegli orari in cui l’adorazione non è disponibile? Nel tabernacolo vive lo stesso Gesù, realmente presente come quando possiamo guardarlo. Anziché andare oltre, possiamo fermarci per qualche minuto? Possiamo rendere una priorità il fatto di trascorrere del tempo con il corpo, il sangue, l’anima e la divinità di Gesù?

Molte chiese sono chiuse quando non vi si celebra la Messa, anche se per la maggior parte del tempo qualcuno dell’ufficio parrocchiale vi farà entrare. Se non riuscite a farlo, fate come San John Francis Regis e il venerabile Fulton Sheen, che facevano un’ora santa sui gradini antistanti quando era necessario. La presenza reale di Dio è potente, e avvicinarsi a Lui nell’Eucaristia vale tutto lo sforzo. Chiedete ai bavaresi.

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