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C’è qualcosa di buono nelle umiliazioni?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 06/05/19

Tendo a pensare di non confondermi mai. Che siano gli altri a sbagliare. Credo di stare bene e che il mondo sia molto malato. Sembra che io abbia tutte le risposte, e gli altri solo domande. Vivo cercando di aggiustare la vita degli altri, senza soffermarmi a pensare alla mia.

Penso alla mia piccolezza. Anch’io mi confondo. Abuso del mio potere. Approfitto dei miei privilegi. Cerco i posti migliori. Aspetto gli applausi per tutto ciò che faccio. Desidero essere riconosciuto e valorizzato. Pretendo di essere elogiato. Mi manca tanta umiltà. Voglio imparare ad essere prescindibile.

Diceva padre Kentenich: “Gli uomini possono essere molto grandi, ma Dio può usarli per i suoi fini solo quando diventano piccoli”.

Voglio accettare di essere piccolo e debole. Piccolo nel mio peccato di superbia e orgoglio. Piccolo nelle mie pretese di essere imprescindibile. Sono debole e bisognoso. Dio non può far nulla senza il mio “Sì”.

Leggevo giorni fa: “Fare giorno dopo giorno ciò che ci viene chiesto con semplicità, dolcezza, pace, umiltà e fiducia trovando sostegno in Dio e non in noi stessi. Accettando le nostre debolezze e limitazioni umilmente, con pace e senza scoraggiarci. Non contare se non sul buon Dio”.

Dio è nella mia piccolezza. Abita nella mia carne malata. Si rafforza con la mia debolezza. Può fare cose grandi con me solo quando io divento piccolo. Quando riconosco la mia fragilità. Può agire solo quando lo lascio entrare aprendo la porta dei fallimenti.

Accetto di non fare tutto bene. Tocco la povertà della mia vita schiava e malata. Non si sento superiore a nessuno. Non uso nessuno per i miei scopi. Non mi dono sperando di ricevere qualcosa in cambio. Non esigo un trattamento speciale da nessuno.

È questo atteggiamento umile che Dio mi chiede. Che diventi piccolo. Che riconosca la mia fragilità. Che tocchi commosso le mie ferite. E mi guardi sempre con misericordia.

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