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C’è qualcosa di buono nelle umiliazioni?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 06/05/19

Gli uomini possono essere molto grandi, ma Dio può usarli per i suoi fini solo quando diventano piccoli

Mi è chiara l’importanza di amare la mia piccolezza. È il mio cammino di santità. Ma sono ancora molto lontano.

Diceva padre Josef Kentenich: “Non possiamo prenderci sufficientemente sul serio. Non possiamo sentirci sufficientemente importanti. Ma perché? Sempre la stessa cosa: i miei limiti, il mio nulla, la mia miseria sono la forza che mi spinge e mi introduce nelle mani e nel cuore del Dio Eterno”.

Parlo molto della mia povertà, della mia piccolezza. Ripeto spesso che Dio è nella mia piccolezza, che abita nella mia povertà.

Ma poi mi costa tanto pnsare di passare inosservato. Mi costa essere invisibile in questa vita in cui ciò che conta è quello che faccio, quello che produco, il mio merito, ciò che si vede.

È vero che mi si riempie la bocca parlando della piccolezza, come se all’improvviso quella parola avesse a che vedere con la mia anima. La ascolto e qualcosa si accende dentro di me. Un’eco profonda. Ha a che fare con me, lo so.

Ma poi, quando provo a renderla realtà nella mia vita quotidiana, risulta che è tutto molto più complicato. Molto difficile. Mi costa non stare al centro, che non si menzioni il mio nome, non essere il riferimento quando mi piace che si parli di me.

Vivo pensando a me, a quello che penso, a quello che ho fatto, a ciò che sto vivendo. Sono il centro dell’universo. I miei sentimenti, le mie paure, le mie gioie.

Vivo pensando a quello che posso ottenere a base di lotte e conquiste. Vivo ossessionato in modo malato dal fatto di avere successo e di lasciare un’impronta in questo mondo caduco. È un’illusione vana.

Mi sento spinto dal mio affanno di protagonismo. Desidero lodi che non sempre ricevo. Cerco di spiccare e di essere importante. Di far sì che parlino di me. Mi fa paura essere così. Dov’è la mia ricerca della piccolezza?

Sono restio ad accettare i miei errori. Non sono capace di chiedere perdono. Non riconosco in pubblico le mie debolezze. Come farà Dio a stare nella mia piccolezza se non permetto che si veda? Mi fanno male le umiliazioni e le critiche. Le evito. E quando si verificano le nascondo.

Ci passo accanto senza imparare. Le umiliazioni sono sempre una scuola per imparare ad essere più umile. Se le lascio sfuggire perdo un’opportunità d’oro.

Tendo a pensare di non confondermi mai. Che siano gli altri a sbagliare. Credo di stare bene e che il mondo sia molto malato. Sembra che io abbia tutte le risposte, e gli altri solo domande. Vivo cercando di aggiustare la vita degli altri, senza soffermarmi a pensare alla mia.

Penso alla mia piccolezza. Anch’io mi confondo. Abuso del mio potere. Approfitto dei miei privilegi. Cerco i posti migliori. Aspetto gli applausi per tutto ciò che faccio. Desidero essere riconosciuto e valorizzato. Pretendo di essere elogiato. Mi manca tanta umiltà. Voglio imparare ad essere prescindibile.

Diceva padre Kentenich: “Gli uomini possono essere molto grandi, ma Dio può usarli per i suoi fini solo quando diventano piccoli”.

Voglio accettare di essere piccolo e debole. Piccolo nel mio peccato di superbia e orgoglio. Piccolo nelle mie pretese di essere imprescindibile. Sono debole e bisognoso. Dio non può far nulla senza il mio “Sì”.

Leggevo giorni fa: “Fare giorno dopo giorno ciò che ci viene chiesto con semplicità, dolcezza, pace, umiltà e fiducia trovando sostegno in Dio e non in noi stessi. Accettando le nostre debolezze e limitazioni umilmente, con pace e senza scoraggiarci. Non contare se non sul buon Dio”.

Dio è nella mia piccolezza. Abita nella mia carne malata. Si rafforza con la mia debolezza. Può fare cose grandi con me solo quando io divento piccolo. Quando riconosco la mia fragilità. Può agire solo quando lo lascio entrare aprendo la porta dei fallimenti.

Accetto di non fare tutto bene. Tocco la povertà della mia vita schiava e malata. Non si sento superiore a nessuno. Non uso nessuno per i miei scopi. Non mi dono sperando di ricevere qualcosa in cambio. Non esigo un trattamento speciale da nessuno.

È questo atteggiamento umile che Dio mi chiede. Che diventi piccolo. Che riconosca la mia fragilità. Che tocchi commosso le mie ferite. E mi guardi sempre con misericordia.

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