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Nicola Perin, promessa del rugby: ora il suo “terzo tempo” è senza fine!

NICOLA PERIN
Nicola Perin, il mediano di Dio
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Un giovane pieno di talenti che ha speso tutta la sua vita, anche nei momenti durissimi della malattia, alla Presenza di Cristo, sua unica “tattica vincente”. E’morto di leucemia il 24 dicembre del 2015.

Classe 1998, Nicola nasce a Rovigo il 2 febbraio da mamma Adriana e papà Roberto che felicissimi lo accolgono come figlio unico, pronti a dare il massimo per educarlo dal punto di vista umano e religioso. Giovane promessa del rugby, diventa mediano di mischia nella Monti Junior Rovigo con la maglia numero 9. (Credere, 28 ottobre 2018)

Così lo introduce Cristiano Bonaldi, autore della prima biografia sul giovane atleta, edita dalle Paoline e da poco in distribuzione. Non me ne intendo di rugby, ma di questo sport arriva anche a me, del tutto profana, l’aria salubre che pare riesca a far respirare nel suo ambiente: dallo spogliatoio, alle partite, fino al pub, nel dopo partita più famoso dello sport.

Il terzo tempo è proprio un’invenzione loro. Ed è un’ottima pratica da esportare in tutti gli ambiti. Per questa storia ce ne serviremo come innocente metafora per riferirci a quelle realtà ultime e prime e sommamente significative che poco si raccontano, ma che restano il solo orizzonte di senso all’altezza dei nostri cuori, umani.

Nicola Perin è già morto, sì. Ed è per questo che ci tocca raccontarne la storia come già conclusa, umanamente parlando. O meglio esistenzialmente parlando. Perché è a questo che lui, come innumerevoli schiere di giovani giganti dello spirito, continuano ad alludere: alla vita eterna, a ciò che dura per sempre e per bene.

E non è altro che la nostalgia per il Cielo che sono in grado di riaccendere in tanti cuori quasi spenti queste vite accese, come quella di Nicola.

Prima del conclamarsi della malattia di Nicola si manifestano tanti talenti, compresa una ricchezza interiore alla quale si dedica con impegno, come fa negli altri ambiti.

appassionato anche di pesca sportiva, un hobby che gli permette di entrare in sintonia con la natura. Tutto procede al meglio, a scuola ottiene ottimi risultati, i suoi coetanei lo rispettano ed è sempre pronto ad aiutare chi non ce la fa. Scrive sul suo diario: «Vivere nella concretezza di ogni giorno il perdono, l’amicizia, la solidarietà, l’accoglienza mi dà una gioia immensa».

La diagnosi di leucemia arriva come una condanna senza possibilità di appello

Un giorno però si sveglia più stanco. E sembra inizialmente solo normale, semplice stanchezza: comprensibile, visti i ritmi della sua giovane vita impegnata su tanti fronti. Eppure i genitori e il ragazzo capiscono che forse val la pena approfondire.

 (decidono di fargli) fare qualche esame del sangue e, dopo pochi giorni, viene richiamato con urgenza in ospedale: leucemia. Diagnosi devastante per chiunque, ancor più per un ragazzo di 15 anni! Era il 9 luglio 2013. (Ibidem)

Cosa fa un ragazzo con la stoffa di Nicola davanti ad una notizia del genere? Come mostra la tempra dell’eroe?

Si dispera, piange, si ribella forse. Grazie Nicola, perché così ci fai sentire normali, ci parli di un’umanità vera, che non camuffa la propria fragilità, ma fa una cosa più audace e vera: lascia che un Altro la trasfiguri. Lo stesso che ha deciso di spogliare se stesso per rivestirsi di noi. E vincere la partita più importante per ogni uomo, quella contro il peccato e la morte.

Versate le lacrime che aveva da versare Nicola si rimette in partita:

Gesù per Nicola era «tutto», la sua «tattica vincente». Ecco il suo “segreto”: la forza di non mollare affidandosi al Signore. (Ibidem)

L’incontro con un “coach” speciale

Nemmeno il campione più dotato può fare a meno di un allenatore. Soprattutto davanti alla sfida decisiva: Nicola, una volta presa la decisione di “giocare fino in fondo” incontra un frate, Gianluigi Pasquale che diventa il suo confessore e padre spirituale.

«Fu quello il primo momento in cui intravidi la vivida luce della fede emanante dall’iride dei suoi grandi e meravigliosi occhi color verde smeraldo, luce che, successivamente, rimbalzava nei miei occhi quando lo incontravo coricato sul letto dei vari ospedali», testimonia il padre cappuccino. (Ibidem)

Quando il rapporto d’amicizia con Cristo si fa più intenso e serrato succede una cosa strana: che le condizioni esterne restano pressochè identiche, salvo eccezioni che non mancano affatto – e che lasciamo amministrare al Signore- ma cambia il cuore, lo sguardo, la resistenza. E arriva la pace. Per questo Nicola, forte come un leone, mansueto come un agnello, accetta la durezza dei ricoveri, l’asprezza delle terapie, l’umiliazione di esami, prelievi, iniezioni senza soccombere e senza trasformarsi in peso per gli altri. E così, immerso nella vita nella sua forma più nuda e drammatica, si accorge con un’intensità e una lucidità che è negata a tanti uomini più ricchi di anni e tragicamente più poveri di sapienza, che la vita è un dono, prezioso e fragile.

Un giorno Nicola confida ai genitori: «Ho sempre immaginato di diventare grande, che un tempo avrei avuto le rughe e i miei capelli sarebbero diventati bianchi. Ho sognato di fare una famiglia. La vita è così. Fragile, preziosa e imprevedibile. Ogni giorno che passa non è un nostro diritto, ma un dono che ci viene dato. Amo la mia vita, sono felice e in debito con i miei cari. Non so quanto tempo devo vivere, quindi non voglio perdere tempo a essere triste».

Non ha bisogno di tecniche di mindfullness, di strategie particolari, di libri di auto aiuto: sta nella realtà, obbedisce alla realtà, e ne riconosce la verità: dura e bellissima insieme. Ma soprattutto Nicola sa che la sua vita, la sua stanza d’ospedale, le poche ore che ormai gli restano da vivere su questa terra sono abitate. E con quella Presenza cambia tutto.

Mi aiuti, papà?

Poco prima di morire, privato quasi del tutto del vigore che ha speso meglio che ha potuto nei suoi primi 15 anni, si rivolge al suo papà e gli chiede che lo aiuti. Deve fare un gesto, vuole fare un gesto, gli serve di compiere proprio quel gesto:

Due giorni prima di lasciare la terra, chiede al papà: «Mi aiuti a fare il segno della croce?». (Ibidem)

E’ il 24 dicembre quando la vita di Nicola Perin finisce per non finire mai, per cominciare quella parte della vita che, ne siamo certi, è promessa a tutti noi. Solo il cristiano è costretto a questo ossimoro di sentimenti e stati interiori: dolore intenso, perché il cuore almeno in parte si è fatto di carne da pietra che era, e gioia incontenibile perché un nostro fratello, figlio, amico è già nella vita piena, è già di fronte all’Amore che tutto spiega, al volto di Dio che anche noi, miseri e senza merito, desideriamo far risplendere sul nostro.

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