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Ada Negri: ogni parola di Santa Caterina è un arcangelo armato di spada fiammeggiante

ADA NEGRI, SANTA CATERINA
Wikipedia
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Parole come lava incandescente, una carità instancabile e un cuore divorato dall’incendio di Dio, questa la sintesi con cui la poetessa lombarda ritrasse la Santa di Siena.

L’inquietudine può essere ansia o premura. È inquieto chi scarpina su una strada che non conosce, ma è inquieto anche chi scalpita per arrivare alla meta che brama e vede con chiarezza. È inquieto lo smarrito ed è inquieto il santo, insomma.

Perciò un’anima inquieta nella sua ricerca di senso come Ada Negri fu attratta dall’inquietudine infuocata d’amore di Santa Caterina, che si festeggia oggi. Il volume intitolato Oltre, e che fu pubblicato postumo due anni dopo la morte della poetessa lombarda, contiene come epilogo tre brevi prose su altrettante sante: Caterina da Siena, appunto, e poi Madre Cabrini e Teresa di Lisieux.

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Sono tre intensi ritratti che possono essere guardati come autoritratti. La Negri non osa identificarsi alle sante, ma compie un gesto coraggioso: messo da parte lo specchio, prova a mettere a fuoco se stessa guardando la luce di tre donne straordinarie. Nel caso di Santa Caterina è quanto mai inevitabile chiamare in causa il fuoco; ma non è una posa letteraria, quella di Ada Negri, piuttosto un consiglio quotidiano per tutti.

Quella nostra ansia che nasce dall’incertezza può farsi ardore se teniamo come compagni di viaggio quei santi in cui vediamo splendere come virtù quelle che in noi trattiamo solo come ferite.

«Qual è la natura mia? È il fuoco»

Io non ho nome. — Io son la rozza figlia

dell’umida stamberga;

plebe triste e dannata è mia famiglia,

ma un’indomita fiamma in me s’alberga. (da Fatalità)

È la poesia che più spesso si cita di Ada Negri ed evidenzia le sue origini umili e l’intuizione vaga di una battaglia a cui vuol essere devota, senza conoscere ancora il proprio vero nome. Per Ada sarà un viaggio complesso, contorto, addolorato capire per cosa brucia la fiamma indomita della sua anima e s’incontrerà, negli anni maturi della vita, con la Santa più focosa che il mondo abbia conosciuto. Così la Negri comincia il suo ritratto di Caterina da Siena:

Pensare a Caterina, meditare sul miracolo della sua vita significa tuffarsi realmente tra vampe d’incendio e odore e bollore di sangue: sono le vampe inestinguibili della fede. (da Oltre)

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Le separano sei secoli di storia, ma s’incontrarono ugualmente: Caterina visse negli anni in cui la Chiesa pativa la ferita della cattività avignonese, Ada attraversò entrambe le guerre mondiali. Ebbero entrambe negli occhi il peggio che l’umano può tirar fuori.  Non ci fu titubanza alcuna in Caterina nel dare un nome chiaro al suo incendio: Dio. Per Ada, invece, chiamare per nome il Padre fu un procedere a tentoni, dandogli prima altri nomi buoni eppure insufficienti: una spiccata sensibilità ai diseredati e ai miserabili la avvicinò alle ipotesi socialiste, poi virò su un umanesimo più intimo grazie alla maternità. Ma non era ancora l’approdo giusto. Un matrimonio fallito, il successo letterario, il divampare della guerra contribuirono a renderla inappagata di ogni soluzione puramente umana. Suor Maria Stella Peraboni l’ha giustamente paragonata alla Samaritana, assetata di un acqua che disseti per sempre e che per la Negri arrivò con la piena maturità. Confessa lei stessa:

Quando ero giovane non praticavo la Fede, ma sentivo la grandezza del Cristo. Non conoscevo la bellezza intatta del Dogma cattolico, non riuscivo a penetrarlo. Poi i miei occhi si aprirono e il dolore mi restituì la fede.

E sono questi occhi, che hanno tanto patito per arrivare a guardare nel verso giusto, che si stupiscono della chiarezza veemente con cui, al contrario, Santa Caterina da Siena non distolse mai lo sguardo dalla sua vocazione tutta protesa a Dio:

Dietro il velo d’una dolcezza che non è mai debolezza, una volontà d’acciaio si nasconde nella giovinetta dall’apparenza delicata, che si piega a divenire in casa, per punizione, la serva, la sguattera, l’ultima dell’ultime, condannata ai piú vili uffici, pur di non contrarre matrimonio.

Obbedisce all’infallibile istinto che spinge la sua intelligenza verso l’imperioso dominio delle anime. Da questa prima affermazione di se stessa in avanti, Caterina non ha un attimo di dubbio, d’esitazione, di smarrimento. Dalle diaboliche tentazioni che non mancano d’assalirla sotto forma di sogni allettatori o d’incubi terrificanti, sa prontamente difendersi, reagendo con la veemenza del suo abbandono alla Croce. (da Oltre)

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Carità, non umanitarismo

Guardarsi attraverso gli occhi di un santo ci aiuta a dare un nome più autentico a ciò che ci preme. L’impegno umanitario è una cosa buona, ma perché in fondo? Come si chiama – per davvero –  l’impulso che ci spinge a stare dalla parte dei deboli? È, in ultima analisi, la carità che, se sradicata dal nesso con Dio, si riduce a misero buonismo. Ada Negri sentì forte l’imperativo sociale, le bruciavano le ferite delle ingiustizie che colpivano le classi più umili, e quando si confrontò con la figura di Caterina si rese conto dell’unico nodo che ci può legare al mondo in modo virtuoso, senza fare del mondo un idolo. E della Santa di Siena scrive infatti:

Il mondo la riguarda se non perché contiene innumerevoli anime da conquistare, amare, salvare. Il coraggio della sua carità non conosce limiti. Non esita di donare a un mendico, non avendo altro da offrirgli sull’istante, il proprio mantello nero del Terz’Ordine: eppure sa che, in Siena, solo le donne di malavita possono percorrere le vie della città senza mantello. E alle rimostranze degli amici, che glielo riscattano, risponde: «Preferisco essere senza mantello che senza carità». Durante l’imperversar della peste, ella è dappertutto: nell’ospedale, nei ricoveri, nelle piú luride case, ad assistere infermi, a confortar moribondi, a vegliare i morti. Aiuta anche a seppellire i cadaveri. (da Oltre)

Ardente e infuocata anche nell’essere indaffarata e operosa al fianco dei derelitti, fu Caterina. Ma li guardava come anime, e qui sta tutta la differenza.

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