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Quando diciamo a Dio ciò che non intendiamo

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Meg Hunter-Kilmer - pubblicato il 29/04/19

Vale la pena di esaminare le preghiere che recitiamo, cercando di capire quali righe salteremmo se vi prestassimo davvero attenzione

Questo weekend, le chiese di tutto il mondo mostravano un’immagine di Gesù data a Santa Faustina Kowalska nel 1931. Il Signore ha raggi rossi e bianchi che escono dal suo cuore misericordioso e un atteggiamento di viva supplica, pregando anche i peccatori più incalliti di tornare alla casa del Padre.

Sotto l’immagine ci sono queste parole: “Gesù, confido in te”.

È splendido, e lo ripeto continuamente, soprattutto nei momenti di grande difficoltà.

Il fatto è che non metto in pratica queste parole.

Non confido in Lui. Non lo faccio davvero. Ci provo, ma voglio avere tutto sotto controllo. Voglio comandare, nella mia vita e – siamo onesti – anche in quella di chiunque altro. Voglio cose molto particolari dal Signore, e mi viene da rimproverarlo quando il suo progetto o la sua tempistica non si adattano ai miei.

Ho lo stesso problema quando prego dicendo “Sia fatta la tua volontà”. Pronuncio queste parole una dozzina di volte al giorno, ma non le intendo davvero. Nei momenti di massima onestà sono in grado di ammettere che voglio che Dio approvi e metta in pratica la mia volontà. Non desidero davvero che si faccia la Sua.

E allora perché continuo a pregare dicendo cose che non sono vere?

Perché vorrei che lo fossero.

Vorrei avere davvero fiducia in Lui. Vorrei non lasciarmi andare immediatamente al panico o alla rabbia quando le cose vanno male. Vorrei non essere così insistente nel volere le cose a modo mio. E allora prego dicendo quello che non è ancora vero sperando che Egli lo renda realtà, confidando nel fatto che il mio atto di volontà trasformi i miei sentimenti.




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Alla fin fine, i sentimenti non contano molto, e comunque non in termini di peccato o virtù. Dio non ci può ordinare di sentirci in un modo o nell’altro, perché non possiamo controllare il modo in cui ci sentiamo. Ci dice di scegliere, di dire “Sia fatta la tua volontà”, di pregare “Gesù, confido in te”, non perché ci sentiamo completamente privi di incertezze, ma perché vogliamo amarlo più di quanto amiamo noi stessi.

Non è disonesto pregare ripetendo cose che non proviamo, come non è falso agire nel modo in cui ci vorremmo sentire nei confronti dei bambini, della famiglia acquisita o dei cassieri tremendamente lenti. Quando recitiamo queste preghiere, chiediamo al Signore di conformare il nostro cuore al Suo, di farci desiderare ciò che Egli vuole per noi.

Vale la pena di esaminare le preghiere che recitiamo, cercando di capire quali righe preferiremmo saltare se vi prestassimo davvero attenzione. Forse non vogliamo davvero che il nostro angelo custode ci regga e ci governi, forse non pensiamo a Dio come a un Padre, o magari l’idea di rendere gloria a Dio per gli errori della nostra vita sfida il nostro cuore amareggiato. O forse sono le parole della Messa, l’umile ammissione che non siamo degni che il Signore entri sotto il nostro tetto o la supplica a Dio perché ci salvi mediante la sua croce e la sua resurrezione.

C’è qualcosa di splendido nel fatto di conoscere così bene quei termini poetici, potenti e trascendenti da poter richiamare il saluto angelico della Madre di Dio senza battere ciglio, ma sarebbe ancora più bello cercare di ascoltare ciò che ci esce tanto facilmente dalla bocca, parole che ci toglierebbero il fiato se le ascoltassimo per la prima volta.

Questa settimana, dedicate un po’ di tempo ad analizzare le preghiere che recitate senza pensarci, il Padre Nostro, l’Ave Maria o l’atto di dolore, o anche le risposte della Messa. Trovate la riga che vi suona come falsa, che sentite di non capire completamente. Prendete poi solo quella riga – “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, o “porta in cielo tutte le anime”… – e pregateci su, con decisione e impegno, chiedendo al Signore di conformare il vostro cuore al Suo perché un giorno possiate davvero intendere ciò che dite.

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