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Se Gesù ha avuto paura, perché non dovrei averne anch’io?

JAK RADZIĆ SOBIE Z LĘKIEM

Jose A. Thompson/Unsplash | CC0

Catholic Link - pubblicato il 29/04/19

2. Siamo condannati alla sofferenza?

Si teme che possa sempre arrivare un problema più grande di fronte al quale non si sa come agire? In definitiva no. Quel Gesù timoroso e sofferente di appena 33 anni era sia uomo che Dio, e come
Lui anche noi, essendo suoi figli, abbiamo qualcosa di quel Dio. Non solo nell’anima, ma anche nel corpo, nel cuore.

La Passione non è finita al Getsemani. Gesù si è alzato. È stato semplicemente un aiuto divino intervenuto per pena nei confronti del Dio sofferenze? No, Dio non ha provato pena per suo Figlio. Nel mistero della Trinità, il Padre ha misericordia del Figlio che soffre, è vero, ma non spezza la fragilità del tempo per intervenire in suo aiuto. Non è un padre iperprotettivo.

Cos’è accaduto allora in quel momento in cui la divinità e l’umanità di Gesù si sono apparentemente scontrate? Se il dolore e il timore offuscavano la sua volontà, che atto ha potuto compiere quel Dio addolorato che portava su di sé già dal Getsemani il peso di tutto il nostro dolore? Sicuramente sarà stato un atto non nato dall’umanità, ma che ha origine nel divino. O forse, invece, può essere l’atto più umano che si possa compiere.

Nel Getsemani, Gesù ha iniziato quello che poi avrebbe sopportato per ore sotto il peso della croce. Non ha rifiutato quel peso. Lo ha abbracciato. Ha legato la sua vita a quel legno, pur sapendo che sarebbe stato lo stesso che qualche ora più tardi gli avrebbe strappato la vita. Gesù ha abbracciato la sua umanità. Che atto umano, e al contempo così semplicemente divino! Non spetta all’uomo abbracciare la sua umanità. È un abbraccio che può arrivargli solo dall’alto, dalla divinità. Solo grazie a Cristo, che attraverso la sua incarnazione ha iniziato il cammino verso la croce, verso l’abbraccio perfetto con l’umanità.

3. Cosa significa per noi abbracciare l’umanità?

Significa imitare Gesù. Abbracciare la paura. Abbracciare la croce. Abbracciare la triste incertezza di non sapere cosa accadrà. Smettere di lottare per convincersi di potere. Avere il coraggio di gridare a Dio “Non posso stare senza di te!”, “Ho paura!” Cosa crediamo che gridasse Gesù da terra? Forse “Padre, affronterò con coraggio quello che verrà?” No. Non dimentichiamo che ha chiesto che se fosse possibile lo allontanasse dalla prova, che non gli facesse bere quel calice. Il suo grido è stato “Papà, non ce la faccio, ho paura”.

Disfattismo? Assolutamente no, perché il “Non ce la faccio” dell’uomo è sempre accompagnato dal “Posso” di Dio. Gridare alla vita che non ce la facciamo non ha senso. Guardare Dio negli occhi e dirgli “Non ce la faccio” appartiene a un ordine di saggezza molto superiore, perché tra le righe dell’apparente sconfitta si nasconde la certezza di riconoscere Dio come tale, di intravedere chi è davvero: “Tu puoi tutto”. “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

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gesù cristopaura
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