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Perché Gesù vuole che i suoi siano poveri?

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Perché Gesù domanda a tutti quelli che invita a seguirlo di lasciare tutto? Perché vuole che i suoi siano poveri? 

Questa richiesta non riguarda solo i consacrati che fanno voto di povertà, ma in un certo modo tutti i cristiani, perché tutti siamo chiamati a vivere la povertà quantomeno nella forma del distacco.

Bisogna precisare infatti che la povertà non è da intendere in senso soltanto materiale, come mancanza di beni. Povertà è non contare sulle proprie risorse, essere distaccati dai nostri beni, dai nostri affetti, dalla nostra intelligenza, dalle nostre capacità, dal nostro potere.

Si capisce allora perché è una condizione necessaria per seguire: perché i ricchi non seguono.

Seguire significa rinunciare alla propria volontà, mettersi interamente nelle mani di un altro e questo i ricchi semplicemente non lo fanno. La tentazione di mantenere il controllo sulla propria vita è troppo forte e non appena ne abbiamo una minima possibilità subito rispunta. Siamo così vili che saremmo capaci di cercarci un posto comodo perfino sotto la croce!

Rinunciare alla propria volontà! Solo un pazzo lo farebbe. Chi volontariamente potrebbe decidere di abbandonarsi interamente nelle mani di un altro? Di lasciare ad un altro potere di vita e di morte su di lui? Chi rinuncerebbe volontariamente a pianificare il suo futuro, a vivere senza nessuna certezza, senza la sicurezza che deriva da una casa, da una famiglia, da un terreno stabile sotto i piedi? Solo un pazzo lo farebbe.

Un pazzo oppure un innamorato.

Sì, seguire significa amare, e come nessuna rinuncia appare troppo gravosa ad un uomo innamorato, che anzi mette tutto il suo desiderio nel compiacere l’amata, così è per noi se ci innamoriamo del Signore. Nulla è più faticoso, nulla è più difficile e tutto si fa come di slancio.

Bisogna tenere il fuoco acceso.

È inevitabile di tanto in tanto ricadere nella fatica della sequela perché egoismo e controllo sono demoni subdoli e persistenti, che traggono la loro forza direttamente dal peccato originale che tutti ci portiamo dentro, ma non bisogna scoraggiarsi. Solo, bisogna ricordare che se non ce la facciamo a seguire è inutile sforzarsi, non si può seguire per forza di volontà o per senso del dovere. Bisogna invece riaccendere il fuoco che si è spento, rinnovare l’amore.

Una delle cose più difficili da lasciare per seguire il Signore è il nostro passato. È questo il senso dell’invito, ripetuto più volte nel Vangelo, a seguire senza voltarsi indietro. Ognuno di noi lascia dietro di sé una serie di questioni irrisolte. È la vita, non c’è nessuno che possa dire di aver sistemato tutti i suoi conti con il passato.

Un fallimento, una storia finita male, una brutta lite, una delusione grave… tutti abbiamo qualche ferita e qualche pendenza non ancora sistemata, la tentazione allora è quella di voler tornare indietro per difendersi, per provare e riprovare ad aggiustare le cose, o anche soltanto ritornare indietro con la memoria ad un tempo felice, cullandoci nella nostalgia, che però troppo spesso scivola nel veleno dolce e insidioso dell’autocommiserazione.

È una tentazione sottile, perché nasconde sotto sotto una volontà di controllo sulla nostra vita, una pretesa di aver ragione che ci impedisce di riconoscere le nostre responsabilità, una volontà di tutelare qualcosa, di “salvare il salvabile”, come si dice. Il problema è che questo atteggiamento mentale ci fa stare rivolti all’indietro e quindi ci impedisce di vedere le grandi cose che il Signore ha preparato per quelli che lo seguono.

Lasciare il passato è un atto di fede: è credere che il Padre ha in serbo per noi un futuro assai migliore di quello che potremmo costruirci da soli, che sarebbe al più un passato rappezzato.

E tuttavia un futuro di pace è preparato per quelli che seguono il Signore. Dio non è un tiranno che pretende la morte dei suoi figli, non è un vampiro che si nutre del sangue delle sue vittime!

La storia della Chiesa è disseminata di morti e feriti, lasciati sul terreno da una concezione falsa e moralista di questa rinuncia alla volontà, come se il Signore non volesse il nostro bene e fosse nemico dei nostri desideri e della nostra gioia. Non si rinuncia alla propria volontà per rinunciare alla gioia, ma perché si crede che il Signore ha in serbo per noi qualcosa di meglio.

E questo è talmente vero che a quelli che rinunciano a tutto per seguirlo il Signore promette il centuplo!

E vorrei che si facesse attenzione ad un punto: Dio è molto concreto, non è uno spiritualista. Il centuplo promesso è della stessa natura di ciò che è stato lasciato: hai lasciato una casa? Dio te ne dà una migliore. Hai lasciato una famiglia? Dio te ne dà una nuova e più grande. 

A volte si tende a pensare che sia il Signore stesso a saziare i nostri bisogni con la sua presenza e il suo amore, e questo in parte è senz’altro vero, ma Lui è così buono che tiene conto anche delle esigenze della nostra umanità. Anche prima del peccato Adamo passeggiava con Dio nel giardino, eppure si sentiva solo, perché non aveva qualcuno che “gli fosse simile” che potesse appunto riempire la sua solitudine. L’amore di Dio ci consola, ma non possiamo fare a meno di quello degli uomini. Per questo il centuplo ci è promesso non in astratto, ma in case e fratelli e sorelle e madri.

È il mistero della comunità cristiana, che quando è vissuta fino in fondo e alimentata dalla preghiera crea legami che sono ancora più forti di quelli della carne e del sangue e che davvero possono saziare il nostro bisogno di amore.

Chi si dispone a seguire quindi, chi compie la follia di lasciare le proprie ricchezze e il proprio passato e si apre al futuro che il Signore promette troverà davanti a sé la Chiesa, quel luogo straordinario di comunione ed amore che ci è stato promesso.

Solo bisogna anche ricordare che in questo mondo tutto questo ci è dato “insieme a persecuzioni”, cioè significa che non è mai un possesso definitivo, che sempre va rimesso in discussione, che va difeso e custodito, che anche si rinnova di tanto in tanto, avvicinandoci sempre di più al Regno, al giorno mirabile in cui tutti interi noi saremo in Dio ed Egli sarà tutto in tutti.

Qui l’articolo originale da La Fontana del Villaggio

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