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La cattedrale di Alessandria ospita la Via Crucis dipinta dai detenuti

VIA CRUCIS, DETENUTI, ALESSANDRIA
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"Siamo tutti uomini nudi di fronte all'arte" dice il pittore Piero Sacchi che ha guidato i detenuti del carcere di San Michele a mettere le loro mani, macchiate di colpe e bisognose di perdono, all'opera sulla via del dolore.

“Il processo, la condanna, gli sputi della gente, la donna che allevia i dolori, sono eventi che loro conoscono bene” scrive Alessandro Decarolis commentando le immagini della Via Crucis dipinta da un gruppo di carcerati del penitenziario di San Michele ad Alessandria. E questi novelli artisti hanno aggiunto anche una stazione in più rispetto alle canoniche 14: la loro quindicesima stazione rappresenta l’incontro di Gesù in Croce col buon ladrone.

Più che una licenza poetica è l’accadere di uno sguardo libero che si confronta con l’abbraccio della Passione. Infatti, l’esperienza della libertà non è preclusa a chi vive dietro le sbarre: nel carcere di San Michele esiste dal 2009 una Bottega di Pittura guidata dal pittore Piero Sacchi che racconta così il senso di questa proposta,

[…] l’approccio al bello, all’arte, è qualcosa di universale, che trascende gli spazi nei quali si è rinchiusi e ha anzi una profondità sul piano esistenziale che è tutta da indagare, e qui non sono mancate le occasioni per farlo. Per lavorare occorre entrare in rapporto con se stessi, essere capaci di ascoltarsi. (da Alessandria News)

Liberi dentro

Si chiama Povero Nemico questa bottega di pittura in cui i detenuti di Alessandria hanno l’opportunità di fare un’esperienza di cosiddetta riabilitazione. Eppure questa parola non rende bene l’occasione che è sondare la propria anima attraverso l’uso dei colori. E’ ancora il pittore Sacchi a indicare l’orizzonte giusto:

In un qualsiasi conflitto non c’è mai solo il tempo del prima, la mano che si è alzata e non è stata fermata, ma c’è anche la gestione del dopo. A volte mi domando cosa possono aver fatto le mani con le quali vedo che i detenuti sono capaci di realizzare opere straordinarie. Chi sono ora e che cosa sono stati. La verità è che una persona viene condannata a pagare per aver commesso un reato, ma la persona che sconta la pena è un’altra. Io ho davanti a me delle persone, e con quelle lavoro. Conta il qui e ora, il rapporto che si crea, lo scambio anche intellettuale ed emotivo che si riesce ad avere fra noi, oltre che un sostegno reciproco che nasce dall’incontro e dalla riscoperta nell’altro delle stesse paure e che ogni uomo ha. La pena da scontare è un fatto, ma per noi è una situazione di sfondo. Siamo tutti uomini nudi di fronte all’arte. (Ibidem)

VIA CRUCIS, DETENUTI, ALESSANDRIA
Alessandro Decarolis | Facebook

La trappola di ogni colpa è quella di ingabbiarci nel passato, nel portare in dote un’immobilità emotiva che pesa come cemento armato sul presente. Conta il qui e ora, dice Sacchi. Conta chi nel qui e ora è capace spaccare la logica del male con un cambiamento radicale del cuore, non solo con lo sconto di una pena. Ecco che la Via Crucis è una voce viva per chi la percorre come uomo nudo, bisognoso di perdono.

I quindici dipinti sono stati donati alla Cattedrale di Alessandria che li ospiterà per tutta questa Settimana Santa; sono un dono che il vescovo Guido Gallese ha gradito con commozione. Ma c’è di più. I tre detenuti che hanno consegnato l’intera opera portavano con sé anche una richiesta precisa: chiedono che nel carcere possa essere di nuovo celebrata la Messa, soprattutto in tempo di Pasqua. Commenta Alberto Ballerino, che ha seguito la storia:

La richiesta della messa è stata ribadita dalle tre persone uscite venerdì dal carcere in rappresentanza di tutti i detenuti che hanno partecipato alla realizzazione delle tavole. L’importanza dell’assistenza religiosa nelle case di reclusione appartiene alla storia della detenzione. Questo bisogno di conforto nella spiritualità d’altra parte è visibile già nella scelta di dipingere le tavole della Via Crucis. (da Alessandria News)

Questa richiesta è il sintomo più evidente di una libertà rinata, dentro storie segnate dal male. Rapina, frode finanziaria, documenti falsi sono i nomi delle colpe che questi tre detenuti, portavoce della domanda aperta al Vescovo, hanno sulle spalle, e possono mettersi alle spalle. Scontando la giusta pena, certo. Ma avendo la possibilità di incontrare un interlocutore nuovo nella propria vita. Essere capaci di una domanda, precisa e bisognosa, è essere già liberi, dalle grinfie del buio. Chiedere al proprio vescovo di riportare la Messa dentro il carcere è l’opera d’arte vera, il capolavoro di anime ancora zoppicanti che vogliono camminare dietro Qualcuno.

La mano che ferisce, la mano che implora

Le mani, mi colpiscono nei dipinti di questa Via Crucis. Anche i colori forti mi colpiscono  … infatti nella testa ho ancora l’eco della voce del pittore Franco Vignazia che mi suggeriva che la vivacità del colore non è semplicemente gioia, ma soprattutto dramma. Dunque i colori sono testimoni delle nostre battaglie interiori, dove luce e tenebra si contendono il senso del nostro vivere. E le mani allora di cosa sono segno?

Questi novelli artisti, apprendisti pittori ed ex ladri, truffatori, violenti disegnano mani grosse, aperte, in primo piano. Sono forza in azione, le mani. Possono esercitare violenza, o possono essere una resa impotente. Non ricordo, forse per pura ignoranza personale, un’altra rappresentazione che metta al centro dell’immagine sofferente di Maria dietro la Croce le sue mani nude e spalancate, che ricevono appieno il dolore senza poterlo lenire. E’ un tocco vivo e nuovo per lo Stabat Mater, difficilmente mi si toglierà dalla memoria.

VIA CRUCIS, DETENUTI, ALESSANDRIA
Alessandro Decarolis | Facebook

Sembra quasi la posa che hanno i delinquenti quando vengono messe loro le manette. Il cuore ammanettato di Maria poteva penetrarlo e intuirlo solo un detenuto, segno che Dio fa cose grandi con i mattoni o solo la sabbia che ciascuno mette a disposizione. Consegnata alla volontà di un altro, Maria è tutta Sua, si lascia guidare e segue.

I critici d’arte potranno fare le loro riflessioni estetiche e tecniche su queste opere, potranno anche evidenziarne limiti e ingenuità. Ma l’arte è innanzitutto un’esperienza, è essere disposti a mettersi in rapporto con un evento, una persona, un’emozione. Un quadro, più che una affermazione, è una risposta all’urto di un impatto vivo. In questo caso è anche una preghiera, perché fa tremare di speranza il pensiero di uomini che, a tu per tu con le proprie colpe e mani sporche, abbiano avuto il bisogno, il coraggio e la forza di immedesimarsi nella sofferenza atroce della creatura più pura, la Madonna.

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