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Papa a sacerdoti: non distributori di olio in bottiglia, siamo unti per ungere

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Nella Basilica vaticana stamani, Giovedì Santo, il Papa celebra la Messa crismale con i sacerdoti della diocesi di Roma e li esorta a toccare le ferite delle persone, donandosi, non cercando la propria comodità, e stando in mezzo alla gente

I sacerdoti non sono “distributori di olio in bottiglia”, sono unti per ungere a loro volta la carne ferita di Cristo. È la strada che il Papa indica nell’omelia della Messa crismale. Con il Papa concelebrano, oltre a cardinali e vescovi, anche tutti i sacerdoti della diocesi proprio a significare l’unità della Chiesa raccolta attorno al proprio vescovo. Papa Francesco mette, dunque, ancora in guardia dalla tentazione del clericalismo, esortando a donare sé stessi, non a cercare la propria comodità, e a stare in mezzo “alla nostra gente, il posto più bello”. Una Celebrazione, quella della Messa del Crisma, in cui i sacerdoti rinnovano le promesse fatte nel giorno della loro Ordinazione e vengono consacrati gli Oli santi: il Crisma, l’Olio dei Catecumeni e l’Olio degli Infermi, che vengono portati, davanti al Papa, dentro alcune anfore poste su tre carrelli. Nel Crisma vengono anche versate sostanze profumate.

Chi impara ad “ungere” si sana da meschinità, abuso e crudeltà

Ai sacerdoti della diocesi di Roma, il Papa confida, quindi, che quando amministra il Sacramento della Confermazione e dell’Ordine, gli piace spandere bene il Crisma sulla fronte e sulle mani, perché “ungendo bene, si sperimenta che lì si rinnova la propria unzione”:

Questo voglio dire: noi non siamo distributori di olio in bottiglia. Siamo unti per ungere. Ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore. Mentre ungiamo siamo nuovamente unti dalla fede e dall’affetto del nostro popolo. Ungiamo sporcandoci le mani toccando le ferite, i peccati, le angustie della gente; ungiamo profumandoci le mani toccando la loro fede, le loro speranze, la loro fedeltà e la generosità senza riserve del loro donarsi che tanti descrivono come superstizione. Colui che impara a ungere e a benedire si sana dalla meschinità, dall’abuso e dalla crudeltà.

I sacerdoti tocchino le mani del mendicante

Il Papa inizia la sua riflessione dal brano del Vangelo di luca della Liturgia odierna: Gesù a Nazareth nella sinagoga, affollata di amici e parenti, fa sua la profezia di Isaia, è l’Unto che lo Spirito invia per ungere il popolo. Il Signore non ha mai perso il contatto diretto con la gente, con il popolo nel suo insieme e con ciascuno, nota Francesco soffermandosi, nella sua omelia, proprio sulla visione evangelica della folla. Poveri, prigionieri di guerra, ciechi e oppressi sono i quattro gruppi “destinatari preferenziali dell’unzione del Signore”, secondo l’evangelista Luca. Tra loro la vedova che dona le due monetine, Bartimeo, la figura del Buon Samaritano della Parabola. Volti concreti che sono “i nostri modelli evangelici”, vivificati dall’unzione del Signore. Il papa esorta ad identificarsi con questa gente semplice ed esorta i sacerdoti a ricordare che sono stati “unti per ungere”:

Essi sono immagine della nostra anima e immagine della Chiesa. Ciascuno incarna il cuore unico del nostro popolo. Noi sacerdoti siamo il povero, e vorremmo avere il cuore della vedova povera quando facciamo l’elemosina e tocchiamo la mano al mendicante e lo guardiamo negli occhi. Noi sacerdoti siamo Bartimeo, e ogni mattina ci alziamo a pregare chiedendo: “Signore, che io possa vedere!”. Noi sacerdoti siamo, in qualche punto del nostro peccato, il ferito picchiato a morte dai ladri. E vogliamo stare, noi per primi, tra le mani compassionevoli del Buon Samaritano, per potere poi con le nostre mani avere compassione degli altri.

Clericalismo: disinteressarsi della gente e cercare propria comodità

Folla non è un termine “dispregiativo”, chiarisce il Papa. “Forse all’orecchio di qualcuno potrebbero suonare come una massa anonima, indifferenziata”, ma come si vede nel vangelo quando interagiscono con il Signore, “le folle si trasformano”. Papa Francesco mette quindi tre grazie che caratterizzano la relazione fra Gesù e le folle. La prima è quella della sequela: il seguire della folla è “senza condizioni, pieno di affetto” e contrasta con “la meschinità” dei discepoli il cui atteggiamento “rasenta la crudeltà” quando suggeriscono al Signore di congedarli perché si cerchino da mangiare.

Qui – io credo – iniziò il clericalismo: in questo volersi assicurare il cibo e la propria comodità disinteressandosi della gente. Il Signore stroncò questa tentazione. «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37), fu la risposta di Gesù: “fatevi carico della gente!”.

La grazia dell’ammirazione e del discernimento

La seconda grazia che la folla riceve quando segue Gesù è quella di “un’ammirazione colma di gioia” per Gesù che, a sua volta, è ammirato dalla fede della gente. La terza grazia è quella del discernimento: quando dottori della legge e farisei discutevano con Lui, la gente riconosceva “l’Autorità di Gesù”, cioè “la forza della sua dottrina capace di entrare nei cuori e il fatto che gli spiriti maligni gli obbedivano”. E che “per un momento lasciasse senza parole quelli che mettevano in atto dialoghi insidiosi”. E come l’unzione con l’olio si applica su una parte e la sua azione benefica si espande in tutto il corpo, così il Signore segue la dinamica della “preferenzialità inclusiva”: la grazia che si dona a una persona o a un gruppo, “ridonda” a beneficio di tutti.

Gesù restituisce brillantezza allo sguardo

Nel corso dell’omelia il Papa, come detto, tra i poveri ricorda la figura della vedova che dona le due monetine che erano tutto quello che aveva. Un gesto che passa inosservato agli occhi di tutti, tranne che di Gesù che con lei “può compiere in pienezza la sua missione di annunciare il Vangelo ai poveri”.  Lei non si rese conto che il suo gesto sarebbe stato menzionato nel Vangelo: “il lieto annuncio che le sue azioni ‘pesano’ nel Regno e contano più di tutte le ricchezze del mondo, lei lo vive dentro di sé, come tanti santi e sante ‘della porta accanto’”. Poi il Papa a proposito dei ciechi come Bartimeo, menziona l’unzione dello sguardo. Proprio al nostro sguardo, Gesù può restituire quella “brillantezza che quotidianamente ci viene rubata dalle immagini interessate o banali con cui ci sommerge il mondo”.

Nell’unzione della carne ferita di Cristo il rimedio per chi è ai bordi della storia

E ancora gli oppressi. La radice di questo termine in greco rimanda alla parola “trauma” e, quindi, alla Parabola del Buon Samaritano che fascia, appunto, le ferite dell’uomo picchiato a morte. Nell’unzione della carne ferita di Cristo – sottolinea Francesco – “sta il rimedio per tutti i traumi che lasciano persone, famiglie e popoli interi fuori gioco, come esclusi e superflui, ai bordi della storia”.

Le città imprigionate dalla colonizzazione ideologica

E, infine, i prigionieri di guerra, condotti a “punta di lancia”, un’espressione che Gesù usa riferendosi alla deportazione di Gerusalemme. “Oggi le città si imprigionano non tanto a punta di lancia, ma con i mezzi più sottili di colonizzazione ideologica”, sottolinea il Papa evidenziando che “solo l’unzione della nostra cultura propria, forgiata dal lavoro e dall’arte dei nostri antenati, può liberare le nostre città da queste nuove schiavitù”. In conclusione, il Papa esorta dunque, ancora una volta, i sacerdoti a stare in mezzo alla gente, con Gesù, per implorare la sua misericordia per il popolo “a noi affidato” e per il mondo intero. Papa Francesco ha anche voluto regalare ai sacerdoti presenti il libro edito dalla Lev “La nostra fatica è preziosa per Gesù. Omelie nelle Messe crismali”, con tutte le sue omelie pronunciate nelle Messe del Crisma del Giovedì Santo, compresa quella di quest’anno.

 

Qui l’originale di Vatican News

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