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Quello che mi insegna la Settimana Santa su chi sono davvero

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 17/04/19

Guardo la croce e mi ci rifletto goffamente

Voglio scoprire il dono che ho nascosto nell’anima. Il tesoro che Dio ha posto dentro di me creandomi. Il mistero che nella mia vita svelo goffamente. Cercando di giungere a un ideale che nasce dentro di me, ben nascosto.

Spesso sono lungi dall’essere me stesso… Lontano dalla mia missione, del mio cammino. Guardo la croce nella Settimana Santa, e mi ci rifletto goffamente. Sono così ferito e spezzato…

Ho un dono, un compito, una missione da realizzare in mezzo agli uomini. Sono di passaggio per questi giorni fugaci. E voglio passarci facendo il bene.

Come si può placare tanto dolore? L’uomo soffre tanto… Il cuore è così ferito nei suoi limiti… Desidera fare tanto e riesce così poco…

Il mio dono, il mio compito, la mia vita donata per altri. Effusa dalla mia croce. Sarà questo il senso dei miei passi? Chi sono io?

Guardo Gesù in questi della Settimana Santa. Mi addentro nel mistero della mia vita. Ho un immenso desiderio di donare il cuore. E al contempo sono troppo impacciato per farlo.

Voglio aiutare molte persone a trovare il senso dei loro passi. Dando libertà, mettendo da parte il controllo.

Voglio confidare in quello che Dio può fare con quello che mi ha affidato. Con me stesso. Non voglio vivere con la paura di sbagliare. Del danno che deriva dalle mie azioni errate.

Sono carne della carne di Dio. Sono un uomo che vuole amare con un cuore grande. Padre Josef Kentenich mi ricorda come dev’essere la mia vita:

“Disponibilità gioiosa al sacrificio, un chiarissimo spirito di lotta per il bene e un’ampia consapevolezza della missione e della vittoria” [1].

Sacrificio, lotta, missione, vittoria… Sono disposto a donare la vita per fare il bene, per amare?

Può essere che la mia missione non sia vistosa, ma voglio accompagnare Gesù dal mio posto nella vita. Da dove sono arrivato. Quel luogo in cui Dio vuole che stia.

Non mi ribello. Prendo il mio dono tra le mani. È un tesoro prezioso che voglio condividere.

Mi fa male incontrare persone che non vedono un senso nella vita che conducono. Non sono felici. Non rendono felici gli altri. Sono così anch’io? Voglio scoprire il mio tesoro e aiutare molte persone a trovare il senso dei loro passi.

Dio mi ha sognato. Mi ha voluto fin da quando sono concepito. Quanto è difficile a volte vederlo!

Sono tentato di non valorizzare ciò che c’è entro di me. Mi paragono. Mi fermo ai limiti senza apprezzare le possibilità.

In ogni fallimento c’è una nuova opportunità, in ogni porta chiusa una deviazione, un nuovo cammino. Gesù prende su di sé la croce e mi ricorda “Io faccio nuove tutte le cose”.

Prende una croce su di sé. Viene condotto alla morte. E sta facendo tutto nuovo. Non lo capisco. Proprio quando non fa altro che obbedire.

Non è padrone dei suoi passi. Le sue mani sono legate e continua a benedire. Rimane in silenzio e continua ad annunciare la Buona Novella. È odiato e dal suo cuore sboccia un amore sereno e profondo. Un amore vero che diventa sangue sulla croce.

Mi commuove il suo perdono. È il senso della sua vita. Vivere e morire amando. Apparentamente non è una vita di successo.

I farisei non riescono a comprendere le sue parole. Provano rabbia, ira. Vogliono far fuori l’uomo che compie i miracoli.

Che paradosso! Fa il bene e vogliono ucciderlo. Non ferisce, non diffama, non condanna. Ma viene condannato.

La missione della mia vita. Guardo la vita di Gesù. Guardo la mia. Ho un tesoro custodito sotto pareti spesse.

Mi fa paure mostrare al mondo la mia verità. La mia missione segreta. Il mio compito impossibile. Rispettando il mio modo originale di essere e di amare. Essendo me stesso tra gli uomini. Voglio pensare alla mia missione. Non è solo per qualche anno, ma per tutta la mia vita eterna.

Commenta padre Kentenich:

“Ciò che abbiamo abbracciato e desiderato qui sulla terra, quello per cui ci siamo sforzati, può e dev’essere oggetto, per quanto possibile, della nostra occupazione nell’eternità. Santa Teresina era convinta che in cielo e dal cielo avrebbe continuato e perfezionato il compito ricevuto sulla Terra” [2].

Penso a quel sogno di Dio custodito nella mia anima. Alla missione che trascende il mio presente. Voglio riconoscerla e amarla.

Resto in silenzio per incontrare il volto di Gesù che mi si svela in questi giorni santi. Cammina con me verso il Calvario.

Mi porta per mano fino al profondo della mia vita, alla parte più nascosta, perché impari a baciare la mia croce. Mi conduce dove neanch’io mi riconosco. Dove mi ricorda ciò che valgo e quanto sono importanti le mie parole e i miei gesti.

Ho un compito prezioso. Non mi scoraggio perché so che il mio modo unico di essere è necessario.

Ciò che non faccio, quello che non dico… resterà non fatto, non detto. Questo risveglia tutte le mie forze. Posso fare qualcosa che nessun altro potrà fare al posto mio. Guardo Gesù in questo momento. Chiedo la sua pace per affrontare la vita.

[1] J. Kentenich, El Fundador a las familias, 1966, p. 60-61
[2] Kentenich Reader Tomo 3: Seguir al profeta, Peter Locher, Jonathan Niehaus

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