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Card. Sarah: «Chi mi oppone al Papa dice più di sé che di me»

ROBERT SARAH
Il cardinal Sarah
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In una lunghissima intervista alla testata online francese Atlantico.fr, il prefetto della Congregazione per il Culto Divino risponde a molte domande, la maggior parte delle quali tese ad avere risposte “esplosive”. Risposte che non sono arrivate, o almeno non quali erano attese.

Dobbiamo continuare ad amare la Chiesa, a comportarci come dei figli di nostra Madre, la santa Chiesa. Bisogna incoraggiare i vescovi, che spesso oggi hanno paura che si venga a scoprire nella loro diocesi qualcosa di gravemente reprensibile e che i media si accaniscano a convincerne la pubblica opinione affermando: «Ecco quello che il vescovo ha deliberatamente voluto nascondervi». E voglio anche dire loro che dietro queste diverse accuse non tutte le rivendicazioni sono giustificate. Alcuni hanno scrupolo della giustizia, ed è vero che i membri della Chiesa che hanno commesso colpe devono rispondere dei loro atti. Altri però strumentalizzano le aberrazioni di un’infima minoranza col solo scopo di mettere a tacere la Chiesa, di costringerla a cambiare assolutamente e totalmente la sua dottrina e il suo insegnamento morale. Ma la dottrina della Chiesa non è la sua propria dottrina, è quella di Dio. E la dottrina di Dio nessuno al mondo può modificarla. Dobbiamo imparare a vivere in questa situazione, cioè che si faccia giustizia e al contempo che in nulla si ceda sulla dottrina della Chiesa. La Parola della Chiesa non è la sua, ma quella di Dio. Ora, nessuno può mettere a tacere Dio.

J.-S. F.: Lei parla di non rinnegarsi, uno dei punti essenziali del suo libro è proprio la descrizione della minaccia che incombe sulla Chiesa con la crisi della dottrina cattolica e la crisi della teologia morale. Lei afferma che quattro colonne sostengono l’unità della Chiesa: la preghiera, la dottrina cattolica, l’amore a Pietro e la mutua carità. Un certo numero di vescovi, specialmente americani, considera che su questo punto papa Francesco tradisca la dottrina cattolica. Al di là delle forze che cercano di far tacere la Chiesa dal di fuori, che dice di questi indebolimenti interni?

+R. S.: Io penso che sia insieme sconveniente, ingiusto e scorretto parlare così del Papa. Tutti noi dobbiamo esaminarci su questo punto. Ad ogni modo, una persona da sola è incapace di snaturare la Chiesa. Ma se noi, tutti, tradiamo, falsifichiamo la Parola di Dio per accomodarci la Chiesa al mondo, allora è molto più grave. Si può comprendere, pur opponendovisi radicalmente, che un vescovo o un cardinale tradisca la Chiesa con le sue parole e il suo comportamento. Comunque gli apostoli erano dodici, e non tutti hanno tradito il Signore o l’hanno abbandonato. Uno solo, Giuda, l’ha tradito, e un altro, Pietro, l’ha abbandonato, avendo detto per tre volte “non conosco quest’uomo”.

San Giovanni restava ai piedi della Croce con la Vergine Maria. Ecco perché ritengo che se – con i loro comportamenti e le loro parole – delle persone gerarchicamente altolocate dimenticano che cos’è la Chiesa – non per questo essa ne risulta indebolita. San Giovanni e la Vergine Maria erano ai piedi della Croce e molte pie donne piangevano non lontano dalla Croce; gli altri avevano paura e si erano nascosti. Bisogna capire che l’anima umana è segnata dalla debolezza e dalla paura. Comunque sappiamo anche che gli Undici, dopo la risurrezione di Gesù, hanno ripreso coraggio. Hanno pubblicamente annunciato il Signore e il suo Evangelo. Che qualcuno indebolisca la dottrina o l’insegnamento della Chiesa dipende dalla sua responsabilità, ma noi dobbiamo sapere che nessuno può snaturare la Chiesa, perché essa è il corpo mistico di Cristo.

J.-S. F.: È questa la ragione per cui lei non vuole lasciarsi rinchiudere nella figura di oppositore di Papa Francesco?

+R. S.: Sono soltanto quelli che mi conoscono per modo di dire che si esprimono in questo modo e cercano di pugnalarmi alle spalle. Di fronte a tali accuse o a tali sospetti insieme ingiusti e fallaci io resto sereno. La mia risposta alla sua domanda è dunque chiara: «Il cardinale Sarah un oppositore del Papa?» No, nel modo più assoluto, e questo vale per il passato, il presente e l’avvenire. Quando io apro la bocca o quando scrivo è per dire la mia fede in Gesù la mia fedeltà all’Evangelo, che non cambia di uno iota, quali che siano le circostanze i periodi e le culture.

J.-S. F.: Lei dice anche che la Chiesa non può essere una società moderna, una democrazia, mentre spesso si sente dire – anche tra cattolici – che la Chiesa dovrebbe essere più aperta, che dovrebbe adattarsi di più al mondo. Che cosa le sembra pericoloso in questo modo di fare?

+R. S.: È pericoloso perché porta a credere che la Chiesa sia una realtà che abbiamo fabbricato noi stessi, e che potremmo oppure dovremmo cambiarla e trasformarla secondo le circostanze, o secondo i voti o l’opinione della maggioranza. Ma la Chiesa non ci appartiene. Essa viene a noi da Dio.

J.-S. F.: I protestanti possono fare ciò che vogliono – è tutta roba loro – ma la Chiesa no?

+R. S.: Il Vangelo secondo San Matteo dice chiaramente: «Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa». Noi non costruiamo la Chiesa da noi stessi, e non abbiamo il potere di modificarla. La Chiesa è Gesù che la costruisce. Essa è la roccia che tutti noi siamo, in quanto battezzati, che tutti noi dobbiamo essere. Non c’è posto in essa per la democrazia. Nella Chiesa non è il popolo che decide. È Dio che decide. Essa appartiene a Dio. Inoltre, lei sa bene come funziona la democrazia: troppo spesso, sono di fatto alcune persone potenti finanziariamente e politicamente a dirigere la società. Gli altri sono lasciati a margine, diciamo anche abbandonati, trascinati a loro insaputa verso decisioni oppure orientamenti disastrosi.

J.-S. F.: Lei spiega pure che dietro le buone intenzioni di persone che vorrebbero modernizzare la Chiesa per permettere di salvarla c’è come una fallacia nel ragionamento: come se, di fatto, queste stesse persone dubitassero di Dio, mentre la fede deve consistere in una speranza e in una forma di abbandono. Il suo stesso principio è il darsi tutti interi a Dio, anche nelle circostanze difficili…

+R. S.: Sì ci sono delle persone intelligenti che vogliono modernizzare o perfezionare la Chiesa, perfezionare il cristianesimo, renderlo più moderno. Ma non si può modernizzare o perfezionare la Chiesa. Come ha scritto Charles Péguy:

È un po’ come se si volesse perfezionare il Nord, la direzione del Nord. Oh, il genio che vorrebbe perfezionare il Nord! Il grande genio […] Il Nord è fisso per natura, il cristianesimo è fisso per natura. Così i punti fissi sono stati dati una volta per tutte nell’uno e nell’altro mondo, nel mondo naturale e nel mondo soprannaturale; nel mondo fisico e nel mondo mistico. E tutto il lavoro, tutto lo sforzo, sta poi al contrario nel conservarli, nel custodirli, non certo nel migliorarli.

Noi non dobbiamo modernizzare la Chiesa. Essa è condotta dalla potenza dello Spirito Santo e sotto la vigilanza di Pietro. E ciò che Dio fa è Santo, puro e perfettamente ordinato a realizzare il suo piano di salvezza per l’umanità. Io non posso intraprendere una qualsivoglia trasformazione della Chiesa senza consultare Dio, cosa che faccio nella preghiera. Quando prego, io so che una cosa non è più opera mia, che devo seguire le ispirazioni che vengono da Dio, e che esse non sono solamente quelle di oggi, ma della Chiesa dalle sue origini fino i nostri giorni. la Chiesa non è mai stata governata da un popolo, ma da una gerarchia. Al principio, essa era costituita dei dodici apostoli di cui uno era Pietro. La sola e vera trasformazione possibile della Chiesa, è che essa si applichi a mettere in pratica la volontà di Dio. E la volontà di Dio è che noi diventiamo dei santi. Così, nella chiesa, tutti – che appartengono alla gerarchia o che siano guidati da quella – sono chiamati alla santità (cf. Lumen Gentium 39). È dio che trasforma la Chiesa facendo di noi dei santi, poiché Egli stesso è Santo. Come scrive Georges Bernanos:

Ma senza i santi, io ve lo dico, la cristianità non sarebbe che un gigantesco ammasso di locomotive rovesciate, di vagoni incendiati, di attrezzi torti e di ferraglie che si arrugginiscono sotto la pioggia. Nessun treno circolerebbe più da tempo sui binari invasi dall’erba.

J.-S. F.: Lei dice che la Chiesa ha bisogno di un capo. Ma se questo capo – che sia Papa Francesco o un eventuale successore – conducesse la Chiesa su vie che la distraessero da quello che ai suoi occhi è il suo vero messaggio, il suo messaggio di Verità, lei teme che la Chiesa sarebbe allora minacciata di scisma o di divisioni tali da mettere in pericolo la sua stessa esistenza?

+R. S.: Ci sono già stati degli scismi, perché alcuni, credendosi ispirati, hanno voluto orientare la Chiesa in una direzione altra da quella che le era stata assegnata da Cristo. San Francesco d’Assisi è vissuto in un’epoca in cui la gerarchia della Chiesa e il clero, ma anche i fedeli cristiani, non erano dei modelli di perfezione. La cattiva condotta di un gran numero di persone dava l’impressione che la Chiesa fosse sul punto di implodere. Ed è in quel preciso momento che Cristo ha domandato a San Francesco di ricostruire la sua Chiesa. Allora, per intraprendere questa magnifica opera di ricostruzione, San Francesco ha optato per la radicalità dell’Evangelo vissuto nel quotidiano della sua esistenza. Francesco ha anzitutto creduto che bisognasse ricostruire la piccola chiesa in rovina di San Damiano, ad Assisi, mentre si trattava in realtà della Chiesa universale. San Francesco avrebbe potuto concepire la riforma della Chiesa alla maniera di Lutero, uscendo dalla Chiesa e criticandola severamente, abbandonando i sacramenti, che sono fonte di grazia, e opponendosi al Papa. Egli era scandalizzato tanto quanto lo sarebbe stato Lutero, dai costumi depravati del clero. Egli però ha scelto di riformare la Chiesa riformando la propria vita, convertendosi, pregando e digiunando, ed abbandonandosi totalmente a Cristo. Egli ha voluto assomigliare assolutamente a Gesù, e il Signore l’ha preso in parola marchiandolo con le sue stesse stigmate, vale a dire con le piaghe della sua dolorosa passione. Non si riforma la Chiesa se non soffrendo con Cristo e morendo con lui e per lui.

J.-S. F.: Nel suo libro lei lo ripete: non sono le istituzioni che sono messe in discussione, ma gli uomini e quello che c’è nei loro cuori. Lei crede molto, del resto, alla forza dell’esempio. Il titolo del suo libro rimanda questo: “la sera scende e il giorno già declina”, citazione di San Luca di cui manca però il principio: «Resta con noi, la sera scende e il giorno già declina». Questo “resta con noi” che nel Vangelo si rivolge a Gesù, che gli apostoli non hanno riconosciuto quando lo incrociano sulla strada di Emmaus dopo la sua crocifissione, a chi si indirizza nel caso del suo libro? Che cosa hai spiegato in lei questa citazione particolare?

+R. S.: Questa frase non deve essere isolata dal suo contesto. Si tratta di una lunga catechesi che la Chiesa ha ricevuto prima di giungere a quella tappa espressa dalla frase “resta con noi perché la sera scende e il giorno già declina”. Io direi che nella situazione attuale abbiamo l’impressione, come i discepoli di Emmaus, che la speranza sia scomparsa come un braciere di cui restano soltanto le ceneri. L’episodio dei discepoli di Emmaus avviene alla sera di Pasqua; tre giorni prima, Cristo era stato crocifisso, era morto ed era stato sepolto. Sembrava allora che ogni speranza fosse vana. Ecco perché i discepoli di Emmaus, vinti dallo scoramento, provavano una grande tristezza e ritornavano a casa loro per riprendere la loro vita ordinaria, come se Gesù non fosse mai esistito. Oggi il Signore ci chiede – anche noi – perché siamo tristi. Egli sembra essere scomparso. Di fatto, Gesù non è più al centro della nostra vita. Noi viviamo come se Gesù non fosse mai esistito. La sua parola non orienta più la nostra vita, il nostro lavoro, le nostre famiglie.

Secondo San Luca, i discepoli di Emmaus avrebbero detto all’uomo che domandava perché loro fossero tristi: «Solo tu non sai quello che è successo a Gerusalemme? Quello che noi consideriamo il Messia l’hanno ammazzato, è sepolto da tre giorni, e noi abbiamo deciso di tornare a casa nostra». Allora, Gesù apri il loro spirito al senso delle Scritture e, a partire dall’Antico Testamento, egli spiegò loro quello che i profeti avevano annunciato. Anche noi dobbiamo oggi riprendere questa catechesi. Dobbiamo riscoprire l’insegnamento della Chiesa. È lì che Cristo si vede presente e rivela tutto di sé. Gesù ha rivelato ai suoi discepoli che il Messia doveva soffrire per la salvezza dell’umanità. In effetti, quando si ama si soffre. Non esiste amore senza sofferenza. La più grande prova di amore è morire per gli altri. E il Messia, che ama tutti gli uomini, ha vissuto fino alla fine questo amore supremo, quello della Redenzione.

Mentre Gesù spiegava il senso delle sacre Scritture camminando di fianco all’oro, i due discepoli lo ascoltavano. Essi arrivarono in un villaggio chiamato Emmaus. Gesù fece come per continuare la sua strada, ma i due discepoli gli domandarono di restare con loro, perché si stava facendo tardi. Egli accettò il loro invito. E là, mentre erano a tavola, egli ripetè i gesti della Santa Cena del giovedì santo: la Santissima Eucaristia. Egli prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. I discepoli lo riconobbero ma egli scomparve dalla loro vista. Noi abbiamo alterato così tanto l’Eucaristia, abbiamo sfigurato così tanto la liturgia eucaristica, che essa è divenuta troppo spesso una sorta di spettacolo, del teatro, del folklore. Si è arrivati fino a far partecipare delle persone anziane, ospiti di una casa di riposo, alla Messa delle Palme in realtà virtuale. Non c’è alcun prete per dare loro la gioia di una Messa celebrata con loro e per loro, per prepararli a questo incontro, non virtuale ma reale, con Dio. Se non ritroviamo l’insegnamento di Gesù, dall’Antico al Nuovo Testamento, se non ricominciamo a celebrare correttamente e degnamente la Santa Eucaristia, non abbiamo alcuna speranza di incontrare di nuovo Gesù, di riconoscerlo e di sentire il nostro cuore che arde d’amore per lui e per la nostra missione di evangelizzazione.

Bisogna che siamo come i discepoli di Emmaus, il cui cuore ardeva per l’insegnamento di Gesù; bisogna che non ci fermiamo per riposare, ma che “la sera stessa” torniamo a Gerusalemme per ricreare la comunità ecclesiale, per ricostruire la Chiesa. Quando arrivarono dissero agli altri di aver visto il Signore. Quelli che li avevano ricevuti replicarono che anche a Gerusalemme avevano visto il Signore risorto. Il nostro problema essenziale è che abbiamo abbandonato l’insegnamento, che abbiamo abbandonato la liturgia. C’è un adagio che dice “Lex orandi, lex credendi”: si crede allo stesso modo in cui si prega. Cercando di dissociare questi due elementi, si provoca la crisi della fede, e anche la disperazione di cui soffriamo della nostra epoca. Svilendo la liturgia e snaturando la dottrina, noi provochiamo una terribile crisi nella Chiesa è una grande disperazione nel mondo.

J.-S. F.: A proposito, mi permetto di sottoporle qualcosa di non “molto cattolico”. Non so se lei conosce Michel Houellebecq, un famoso romanziere francese che ha molto descritto la disperazione dell’uomo nelle nostre società contemporanee, la depressione di quelli che si sentono abbandonati, perduti in una società liberistica in cui tutto è mercificato – i beni, i corpi, il desiderio. Il suo ultimo romanzo si chiama Serotonina. La serotonina è un ormone che permette di fabbricare un farmaco contro la depressione. Ecco le ultime parole del suo libro, le ascolti e poi mi dica che cosa le ispirano:

Veramente Dio si occupa di noi. Egli pensa noi in ogni istante e dà delle direttive, talvolta anche molto precise. I suoi slanci d’amore, che affluiscono dei nostri petti fino a mozzarci il fiato, le sue illuminazioni, le estasi inspiegabili se si considera la nostra natura biologica, il nostro stato di semplici primati, sono dei segni estremamente chiari. E io comprendo oggi il punto di vista di Cristo, il suo ripetuto adirarsi davanti all’indurimento dei cuori. Ma come, hanno tutti i segni e non ne tengono conto! Davvero vale la pena, in più, che io dia la mia vita per questi miserabili? Bisogna essere veramente espliciti a tal punto? Sembrerebbe di sì.

+R. S.: È evidente che Dio non ci abbandona, che gli è sempre con noi, che gli invia dei segni, che ci parla. Ciò che dice Michel Houellebecq è totalmente vero e può essere compreso secondo un’accezione cattolica. Noi siamo creature di Dio, dei figli prediletti di Dio. Dio ci ama come un padre. Ed egli utilizza dei mezzi che possono sembrarci strani, per parlarci, per rivelarci delle verità, per esplicitare ciò che ci domanda, vuole e si aspetta da noi. Ma noi siamo spesso ciechi: noi abbiamo occhi ma non vediamo; abbiamo orecchie ma non udiamo. Preferiamo prendere degli antidepressivi per sentirci meno soli, ma ignoriamo l’amore di Dio che è già presente nei nostri cuori, la sua presenza così tenera e così attenta alle nostre sofferenze. Proprio come è per l’uomo che lei ha citato, Michel Houellebecq, che – con la grazia di Dio – deve ancora varcare questa soglia decisiva. Bisogna spiegare meglio questo amore? Eppure, tutto è già stato detto nella Bibbia e nella vita dei santi. Bisogna che l’uomo ridiscopra che, quando adora e riceve la Santa Eucaristia, egli tocca il Cristo stesso. Quando beve il Sangue dell’Eucaristia, egli beve Cristo. E quando egli contempla e adora l’Eucaristia, egli contempla e adora Dio. Questa è la nostra fede. Dio resta costantemente con noi. Egli è là, ci parla tramite le sacre Scritture e nell’Eucaristia.

J.-S. F.: Abbiamo bisogno di più testimoni?

+R. S.: Gli esempi di testimoni di Cristo esistono. Citiamo gli apostoli, i santi martiri dei primi secoli. Citiamo il Papa San Giovanni Paolo II, che credeva profondamente, realmente nell’Eucaristia: lo si vide sempre mettersi in ginocchio davanti alla presenza reale, anche quando la sua salute era talmente degradata che si era obbligati a sollevarlo perché gli potesse inginocchiarsi, e poi rialzarlo perché non era più capace di alcun movimento autonomo. Santa madre Teresa di Calcutta diceva che non sarebbe stata capace di occuparsi dei poveri se non avesse avuto questa relazione quotidiana con l’Eucaristia. Mi fa piacere citare anche San Padre Pio, San Josemaría Escrivá, le cui vite erano totalmente invase e possedute da Dio. Essi irradiavano la luce e la santità di Dio. Certo, bisognerebbe che quest’esempio venisse anche da noi preti e da noi, vescovi e cardinali. Tuttavia, posso assicurarle che esistono migliaia di Giovanni Paolo II e di madre Teresa, fra i cristiani, in particolare fra i piccoli e le anime consacrate.

Bisogna che siamo degli uomini di preghiera, che riponiamo la nostra fiducia in Gesù, in Dio, e non nelle nostre opere o nelle nostre capacità personali. Oggi siamo immersi nel pelagianesimo. La grazia non conta più: contano soltanto le nostre opere, la nostra intelligenza, le nostre capacità. Gesù invece ha detto: «Senza di me non potete fare niente». Ecco perché Gesù ha sempre insistito su questo punto: dobbiamo vivere costantemente nella preghiera. Senza questo legame intimo con Dio, senza questa relazione personale con lui, senza questo cuore a cuore con Gesù, noi non siamo niente. Noi, i preti, dobbiamo costantemente riposare il nostro capo sul cuore di Gesù, nella preghiera. È solo così che possiamo cambiare la Chiesa, renderla più luminosa, più atta a portare la salvezza a tutto il mondo.

 

Qui la traduzione di Giovanni Marcotullio apparsa su Breviarium

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