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Card. Sarah: «Chi mi oppone al Papa dice più di sé che di me»

ROBERT SARAH
Il cardinal Sarah
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In una lunghissima intervista alla testata online francese Atlantico.fr, il prefetto della Congregazione per il Culto Divino risponde a molte domande, la maggior parte delle quali tese ad avere risposte “esplosive”. Risposte che non sono arrivate, o almeno non quali erano attese.

Egli è configurato e identificato a Cristo. Egli è la presenza fisica e il prolungamento del Mistero di Cristo sulla terra. Prolungare Cristo non è cosa compatibile con la realtà di una vita coniugale. Non si può pretendere di identificarsi con Cristo mentre si pretende di dissociare il celibato dal sacerdozio. Eppure un movimento in tale direzione affanna la Chiesa dall’interno. Il sinodo sull’Amazzonia del prossimo ottobre prevede, pare, di toccare la questione dell’ordinazione sacerdotale di uomini sposati, i viri provati. Io spero vivamente che questo non accada e che l’autorità superiore, il Papa, non autorizzerà mai una tale rottura con la storia recente della Chiesa1.

J.-S. F.: Se il sinodo lo facesse, sarebbe per volontà di far evolvere il senso del sacerdozio o più prosaicamente per mancanza di preti?

+R. S.: Sì, per penuria di preti, dicono. Solo che non siamo mai stati a corto di preti: Gesù Cristo ha ordinato dodici preti… per tutto il mondo! Non mille, duemila, tremila, ma dodici. Già nel VII secolo il Papa San Gregorio Magno diceva:

Il mondo è pieno di preti, ma raramente s’incontra un operaio nella vigna del Signore; accettiamo sì la funzione sacerdotale, ma non svolgiamo il lavoro di questa funzione.

Il vero problema è collocarsi non sul piano del numero, ma della fede, della decisione di assomigliare a Cristo.

I dodici sacerdoti scelti da Gesù hanno sconvolto tutto il mondo con la forza della loro fede, con la potenza irresistibile dell’ardente zelo con cui annunciavano l’Evangelo, e col loro martirio. La questione del numero è quindi per me un argomento che non ha senso. Se ogni diocesi dell’America Latina desse un prete per l’Amazzonia non mancherebbero preti in Amazzonia. Bisogna mettere in atto la solidarietà. Esiste un certo numero di paesi che hanno ancora molti preti; ciascuno di essi potrebbe inviarne uno o due, e tutto andrebbe bene. Il numero troppo esiguo non è che un alibi. In realtà, il demonio si serve di questa rivendicazione per cambiare la Chiesa e i suoi ministri, per ridurli a una dimensione esclusivamente terrestre, vale a dire solamente umana.

La Chiesa soffre della tiepidezza e della mondanità del clero, e dunque di un abbandono su punti essenziali della sua dottrina, dei sacramenti e della morale.

J.-S. F.: Nel libro lei spiega che tali abbandoni sono particolarmente attribuibili al fatto che una parte della Chiesa si è molto data all’attivismo sociale, e che questa l’ha condotta a rinunciare alla radicalità della fede…

+R. S.: Sì. Si è creduto che bisognasse essere dinamici, che bisognasse ad ogni costo essere attivi, realizzare progetti più o meno sofisticati, in breve essere ad immagine della nostra società in perpetuo movimento. Conseguentemente, si è abbandonato Dio, si è abbandonata la preghiera e alcuni preti sono diventati degli “operatori sociali”.

J.-S. F.: Lei insiste molto sulla preghiera…

+R. S.: Certamente! La preghiera è la nostra prima missione. Il prete è fatto per tenersi costantemente davanti a Dio, per essere un ponte fra Dio e gli uomini. La sua funzione primordiale, troppo spesso lo si dimentica, è la preghiera. Tutta la sua vita è una liturgia, un faccia a faccia con Dio. Dopo la preghiera, il prete deve anche parlare di Dio, e quindi annunciare l’Evangelo della Salvezza. Ma prima di poter parlare di Dio, bisogna che egli l’abbia incontrato personalmente nel silenzio della preghiera. Il prete deve fare come Cristo, che per trent’anni non ha detto niente, ma ha unicamente pregato e lavorato con le sue mani a Nazaret. Prima di cominciare la sua missione pubblica, Gesù si è ritirato quaranta giorni e quaranta notti nel deserto per essere unicamente, in un’intimità silenziosa con Dio suo Padre [sic!]. E spessissimo, quando era con i suoi discepoli, abbandonava la folla per andarsene solo, nel deserto, e lì pregava per tutta la notte. Senza la preghiera nulla si può. Si è come un fiume separato dalla propria sorgente. Certo, il fiume può continuare a scorrere abbondantemente e maestosamente, per un certo tempo, ma dopo pochi anni sarà a secco. Così pure un albero dalle proporzioni gigantesche, grande e forte, se gli si tagliano le radici, muore. Lo stesso accade per il prete che non prega più. È come un cadavere vivente. Cammina, corre qua e là, si agita, ma senza portare frutto. È nocivo come un pesce mortale per le anime.

Nella Chiesa, ma anche a livello della società, assistiamo a cambiamenti terribili e, in certi campi, veramente orribili.

J.-S. F.: Ciò che colpisce, nel suo libro, è che lei sembra camminare su una cresta sottile, in continua tensione ma mai in contraddizione: lei denuncia senza ambiguità le derive della Chiesa ma dice pure che non bisogna cedere al demone della divisione, che la divisione nella Chiesa è l’opera del diavolo. Come riuscire a portare una parola forte, che possa risvegliare le coscienze, senza andare a finire in lotte politiche?

+R. S.: Gesù ha detto:

La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha inviato. Se qualcuno vuole fare la sua volontà riconoscerà se la mia dottrina è di Dio o se parlo da me stesso2.

Cristo non ha insegnato la propria dottrina, ma quella del Padre. Egli non è venuto per contraddire i farisei o i sommi sacerdoti. Il suo ruolo era quello di proclamare la Parola di Dio, di insegnare la dottrina di suo Padre, nient’altro. Da parte mia, non ho fatto la scelta di combattere o di contraddire qualcuno. Desidero e voglio soltanto dire la parole che ho ricevuto dai missionari, la Parola di Gesù, e trasmettere l’insegnamento della Chiesa. Non desidero affatto battermi oppure oppormi a qualcuno. Comunque lei mi dice che parlando così io creerei delle divisioni… al contrario, voglio contribuire a unificare la Chiesa nella sua fede perché essa viva nell’amore e nella comunione. Insegnare la dottrina, essere fedeli all’insegnamento intangibile della Chiesa, significa contribuire a creare la comunione e l’unità della Chiesa. È triste vedere una famiglia divisa.

J.-S. F.: No, le chiedevo semplicemente come tenere una posizione difficile. Un articolo del Figaro comparso la settimana scorsa rincarava la dose sulle sue parole circa l’immigrazione o l’identità dell’Occidente – parole molto lontane dallo spirito di quelle usate dal Papa durante il suo viaggio in Marocco – per presentarla come un oppositore di Francesco. Questo corrisponde in qualche misura al vero?

+R. S.: Tutti quelli che vogliono oppormi al Papa sprecano il loro tempo e le loro energie. Le loro dichiarazioni sono del vento… o un paravento che maschera la loro propria opposizione al Santo Padre. E qui non parlo specificamente del Figaro. Affermare che io mi opponga al Papa è insieme ingiusto e disonesto. Si ha l’impressione che ai nostri giorni sia proibito riflettere. Perché si vuole proibire a un Africano di riflettere su una questione tanto grave e lo si oppone al Papa? Tutti dovremmo sviscerare e approfondire il tragico fenomeno delle migrazioni, invece di opporci gli uni agli altri. La mia riflessione sulle migrazioni, presente nel mio libro, Le soir approche et déjà le jour baisse, pubblicato il 20 marzo 2019, risale a più di un anno fa. Perché opporla a quella del Papa! Ognuno si esprime con le proprie parole, assumendosi le responsabilità delle proprie dichiarazioni davanti a Dio. Ad ogni modo, mai la Chiesa potrà cooperare a quella nuova forma di schiavismo, di disprezzo della dignità umana. L’Occidente destabilizza Paesi pieni di risorse minerarie, crea caos e guerre con le armi che fabbrica e che spaccia per impadronirsi, con la forza e con la corruzione, delle ricchezze di questi paesi. Si fa finta di fare la carità e di accogliere quelli a cui si sono previamente demoliti il paese e la stabilità. Dio e la storia ci riveleranno un giorno la verità di questo fenomeno tragico e inedito.

J.-S. F.: Il libro si apre sul mistero di Giuda e del tradimento. Alcuni ritengono che Giuda fosse una sorta di male necessario perché il Signore soffrisse e offrisse la propria passione agli uomini. Lei direbbe che oggi alcuni – in seno alla Chiesa – sarebbero delle specie di Giuda: traditori che le causano un gran male ma il cui tradimento potrebbe provocare lo choc che le permette di salvarsi?

+R. S.: Non lo credo. Il solo male necessario, o piuttosto felice, per sant’Agostino, è il peccato originale, che ci ha meritato il Salvatore. Io non so se Giuda fosse necessario. Il Signore ha pronunciato a suo riguardo delle affermazioni estremamente severe:

Il Figlio dell’Uomo se ne va come sta scritto di lui, ma guai a all’uomo dal quale il Figlio dell’Uomo è tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato3.

Quel che ha fatto è orribile perché era stato scelto dal Signore ed era quindi stato testimone di tutto quanto Gesù aveva fatto. Egli l’aveva iniziato alla preghiera, nella solitudine, quello aveva ricevuto il suo insegnamento; egli gli aveva aperto il mistero della salvezza, ma a questo Giuda era refrattario. Ciò che amava era il denaro. E san Giovanni dice: «Poiché teneva la borsa rubava quel che vi veniva messo dentro»· Io penso che Gesù abbia fatto di tutto per salvarlo, anche al Getsemani, nel Giardino degli Ulivi. Il Signore gli tende ancora la mano dicendogli: «Amico, perché sei qui? Quel che sei venuto a fare, fallo».

I sommi sacerdoti avrebbero potuto mettere le mani su Gesù servendosi di quel reparto armato che essi stessi e gli Anziani avevano inviato. Essi avrebbero potuto fare a meno di Giuda: costui non fu un male necessario. Resta il fatto che Gesù fu molto severo a suo riguardo.

È vero che al giorno d’oggi tutti possiamo essere dei Giuda, e anche diventare dei Pietro, colui che tre volte ha tradito Cristo dicendo “non conosco quest’uomo”. Lo siamo quando rinneghiamo Gesù, il suo Evangelo, volendo un evangelo “liquido”, che non esige niente.

J.-S. F.: Lei dice che la Chiesa ha ceduto troppo spesso alla comodità.

+R. S.: Certamente. E la facilità ci allontana da Gesù perché il Figlio dell’Uomo non aveva neppure dove posare il capo. Quelli che l’hanno seguito in modo radicale, come Pietro o Paolo, hanno abbandonato tutto, lasciato il loro mestiere, la loro famiglia… Ma oggi la maggior parte di noi cerca il denaro, il potere, la facilità… Siamo un po’ tutti come Giuda. Quel che c’interessa è la nostra tranquillità e il nostro comfort. Allora nessuno osa più dire niente, si rinuncia alla radicalità della fede, la si mette in ammollo in un linguaggio segnato da ambiguità e confusione, un linguaggio epurato da ogni convinzione e da ogni esigenza, e questo ci evita di essere attaccati, basta che ci lascino tranquilli.

J.-S. F.: A proposito, i vescovi di Francia si riunivano qualche giorno fa. Nel suo libro lei scrive che «né gli abbracci né i ghetti possono risolvere durevolmente, per il cristiano, il problema del mondo moderno». Lei direbbe che alcuni vescovi hanno ceduto all’una o all’altra delle tentazioni che lei evoca – quella di una troppo grande facilità nell’abbracciare il mondo piuttosto che quella del ripiego senza più cercare di dare l’esempio della santità?

+R. S.: Io credo che Gesù abbia sull’argomento una parola molto chiara: «Siete nel mondo, ma non siete del mondo». Quelli che sono legati a Cristo sono costretti ad essere nel mondo, ma non sono nel mondo. Noi dobbiamo mostrare questa separazione e al contempo anche dire che siamo portatori di un messaggio per il mondo, che a questo mondo abbiamo da proporre una luce, al mondo di oggi sprofondato nelle tenebre del peccato e dell’ignoranza. Dobbiamo essere il sale e la luce per illuminare il mondo e dargli il gusto di vivere.

Nell’Antico come nel Nuovo Testamento vediamo che il mondo cammina nelle tenebre. Noi, i cristiani, siamo la “luce del mondo”, siamo il “sale della Terra”. Dunque non possiamo allinearci al mondo. Non dobbiamo abbandonare il mondo ma salvarlo, come ha fatto Gesù. Noi rendiamo omaggio alla verità mostrando che non apparteniamo al mondo. Siamo chiamati a portare la Luce di Dio e dunque a condurre il mondo verso Dio, per non lasciarlo affondare nel suo egoismo, nella sua violenza e nelle sue ambizioni. Anche se il mondo realizza talvolta eccellenti progetti. Comunque, se quanto la persona umana realizza è buono unicamente per questa vita terrena, io non penso che ciò corrisponda interamente alla sua vocazione, che è di vivere pienamente con Dio.

J.-S. F.: Lei dice che questo libro ha vocazione a riconciliare i cristiani e i preti fedeli, quelli che non hanno perduto di vista il messaggio ma hanno potuto essere spiazzati dalle evoluzioni di questi ultimi decenni. Trova che il Papa o altri prelati si siano talvolta discostati dalla loro missione e dalla fedeltà a questa parola vera?

+R. S.: La mia intenzione è veramente di incoraggiare i preti, che spesso sono sovraccarichi di lavoro, soli e isolati. A volte fanno anche fatica a incontrare il loro vescovo, stanno in una parrocchia in cui i praticanti sono poco numerosi e questo può essere scoraggiante. Desidero anche incoraggiare i vescovi, la cui missione oggi è difficile, delicata e richiede molto amore, molta sofferenza e coraggio. Oggi capita che i preti vengano additati per strada e che si dica loro “sei un pedofilo!” oppure “sei un omosessuale!”. La settimana scorsa, un religioso è venuto ad Assisi per salutarmi. Passeggiando in una delle piazze di Roma con altri tre francescani, ho saputo che tutti e tre si sono sentiti tacciare di pedofilia da persone che avevano incrociato i loro passi. Mi ha detto: «Senza rancore né nervosismo, li abbiamo benedetti». Di fatto, non vale la pena arrabbiarsi per questo. E comunque per molti preti è difficile reagire in questo modo, benedicendo quelli che li insultano: o si vergognano o piangono… Ho veramente voluto aiutarli a restare sereni in ogni circostanza.

Hanno caricato Gesù di tutti i peccati del mondo; egli li ha portati sul suo dorso con la croce. Ecco perché dico a tutti i preti che soffrono: anche voi siete chiamati a portare sulla schiena tutti i peccati del mondo, con Gesù ì: non meravigliatevi se alcuni vi accusano di pedofilia, di venalità, di avidità e di sete di potere, di omosessualità (secondo certe recenti inchieste tutti noi, vescovi e preti, saremmo omosessuali – cosa totalmente assurda e diffamatoria!)…

J.-S. F.: Un peccato che si può difficilmente assimilare a un’accusa gratuita non è l’omissione di denuncia dei crimini commessi da alcuni in seno alla Chiesa?

+R. S.: Certamente. Ma sa, anche io sono stato vescovo diocesano. E molto spesso l’ultimo a sapere quel che accade nella sua diocesi è proprio il vescovo. Per molteplici ragioni si esita a dargli informazioni che feriscono o che sembrano presentarsi come denunce.

Prendiamo il caso del Cardinal Barbarin. Io sono certo che le sue azioni non siano state dettate dalla volontà di nascondere qualcosa, ma dall’intento di trovare una soluzione al gravissimo problema posto da un prete i cui atti sono assolutamente inaccettabili. I suoi predecessori avevano certamente, anch’essi, cercato una soluzione. Ma non secondo i criterî di oggi. Mi sembra che non si debba giudicare la maniera in cui si risolvevano ieri problemi di questo genere secondo la nostra mentalità di oggi.

Le statistiche provano che nelle famiglie i casi di pedofilia sono ancora peggiori, e nessuno parla di questo. Semplicemente, s’ignora il dramma. E nessuno lo denuncia… Strano!

Voglio veramente incoraggiare i preti, e anche i laici, che sono ugualmente disorientati, e dire loro che la Chiesa non è in crisi. Sono solto alcuni membri della Chiesa ad essere in crisi. Infatti la Chiesa è santa, senza macchia né ruga, immacolata. Essa è nostra Madre, uscita intatta dalle mani di Dio. Solo alcuni dei suoi membri, talvolta anche gerarchicamente altolocati, deturpano il volto della loro madre, della santa Chiesa.

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