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Maternità surrogata: quante menzogne nella favola del dono!

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La nostra intervista alla giornalista Monica Ricci Sargentini che da anni combatte per fare verità sulla pratica dell'utero in affitto.

Alcuni eventi recenti che si sono verificati in questi ultimi giorni hanno potentemente riacceso i riflettori sulla problematica della maternità surrogata: il parere consultivo della Corte europea dei diritti umani (Cedu) sul caso di due bambine nate in California tramite utero in affitto per conto di una coppia francese, il convegno “Nascere da madre surrogata. Implicazioni sociali, etiche e psicologiche” che si è tenuto nell’Aula Magna dell’Università Lumsa di Roma il 10 aprile scorso e l’iniziativa di Facebook, valida anche in Italia, di offrire un consistente rimborso per le spese relative alla maternità surrogata come benefit ai suoi dipendenti (Corriere).

“La madre intenzionale” può riconoscere il figlio partorito dalla madre biologica surrogata

Ha fatto molto discutere in particolare il parere consultivo emesso dalla Corte europea dei diritti umani sollecitata dalla Corte di Cassazione francese sul caso della famiglia Mennesson, che nel 2000 ha usufruito della maternità surrogata in California per avere due gemelle biologicamente figlie soltanto del marito della coppia. I più alti magistrati d’oltralpe hanno sottoposto il caso alla Cedu per chiarire i riferimenti giuridici con i quali lo Stato francese può regolarsi rispetto alla “madre intenzionale” (non biologica), il cui legame di filiazione è stato legalmente riconosciuto dallo Stato in cui è avvenuta la nascita.

Per la Cedu, deve valere il «rispetto della vita privata del bambino», ovvero innanzitutto il suo diritto a godere di una famiglia. Tale priorità, argomentano i giudici europei, «richiede che il diritto interno offra in modo celere una possibilità di riconoscimento del legame di filiazione fra il bambino e la madre intenzionale», quando è stata già riconosciuta come “madre legale” all’anagrafe dello Stato estero. Per riconoscere tale legame, secondo il foro europeo, lo Stato di riferimento della coppia non è obbligato a trascrivere interamente l’atto di nascita estero. Sono possibili «altre vie», fra le quali «l’adozione del bambino da parte della madre intenzionale». (Avvenire)

Data la rilevanza dei citati eventi abbiamo pensato di contattare la giornalista Monica Ricci Sargentini del Corriere della Sera, che da anni si occupa della tematica della maternità surrogata realizzando coraggiose inchieste sul campo.

Che ne pensa della sentenza/parere consultivo della Cedu del 10 aprile scorso sul caso francese?

Non mi straccerei le vesti come hanno fatto alcuni, perché secondo me è una sentenza un po’ “pilatesca”:  da una parte afferma che il legame di filiazione nell’interesse del bambino vada riconosciuto, ma dall’altra non ritiene che l’anagrafe del paese in cui la maternità surrogata non è legale sia obbligata trascrivere tout court l’atto originale stilato all’estero. Pertanto suggerisce la prospettiva di risolvere la delicata questione con un’adozione, ipotesi che viene prospettata anche in Italia come unica strada percorribile. Perché una volta che queste coppie vanno all’estero violando la legge, e poi tornano con il bambino nato da maternità surrogata non è certo lui che va punito, e ad un certo punto una qualche forma di riconoscimento sarà pur necessario trovarla, ma la trascrizione all’anagrafe dell’atto originario sarebbe un falso in atto pubblico, perché due padri e due madri in natura non esistono. La Cedu pertanto non ha affermato “dovete per forza trascriverli”, e inoltre ricordo che questo organismo non ha un potere vincolante! Mi sembra perciò che questa sentenza da una parte sia stata strumentalizzata questa sentenza dalle famiglie arcobaleno e dagli avvocati delle associazioni LGBT che l’hanno letta come una vittoria a favore della maternità surrogata, ed è falso, dall’altra si è gridato ad un pronunciamento che sdoganava l’utero in affitto, ed io non sono d’accordo nemmeno con questa posizione. La Cedu si è espressa su un caso specifico, dopodiché la battaglia è un’altra: bisognerebbe approvare una moratoria internazionale e nel frattempo ogni nazione si potrebbe dotare di una normativa per punire con una multe salatissime i trasgressori, tipo un milione e mezzo di euro, e così disincentivare questo turismo procreativo. Perché altrimenti ti ritrovi queste coppie che arrivano con il bambino in braccio e che cosa fai? Bisognerebbe fare in modo che questo reato diventi effettivo perché attualmente lo è solo sulla carta.

Che valore giuridico può avere il concetto che si sta cercando di introdurre di “madre d’intenzione”; e qual è l’obiettivo a cui tende?

“La madre d’intenzione” al pari del “progetto genitoriale”, sono espressioni che vogliono far passare l’idea del valore assoluto del desiderio di diventare genitori. Quindi è come dire: noi vogliamo fare un figlio, questa è la nostra intenzione, poi se la gravidanza viene portata avanti da un’altra donna, con l’ovulo di una terza donna, cosa importa? L’unica cosa che vale è la nostra intenzione! Per me questo è surreale. “La madre d’intenzione” è una madre adottiva, come avviene quando si adotta un orfano, solo che nel caso dell’orfano adotti un bambino che ha subito la morte o l’abbandono dei genitori, mentre nell’utero in affitto questo trauma glielo crei a tavolino. Il progetto genitoriale parte da un atto di crudeltà verso il bambino stesso, non riesco a capire come si possa infliggere una sofferenza simile ad un neonato. Io penso sempre a Kelly Martinez che ha portato avanti tre maternità surrogate e che ancora andava cercando questi figli che aveva partorito. Un bambino quando nasce – io ho tre figli – conosce solo la mamma che lo ha tenuto in pancia, e piange disperatamente se non sta con lei. Portare via un neonato a sua madre è un atto di crudeltà che non facciamo subire nemmeno ai cuccioli di cane che vengono lasciati almeno tre mesi con la madre per lo svezzamento. Questi bambini invece è come si li consideriamo una tabula rasa, dove li metti stanno, li strappi alla mamma non sentono niente. Ma come è possibile pensarlo? È evidente che si tratta di una finzione, è una specie di grande rimozione: ne parla anche lo psicologo Giampaolo Nicolais nel libro “Il bambino capovolto”, in cui evidenzia questa grave contraddizione in cui cadono tanti suoi colleghi, perché se da una parte insistono molto sulla centralità del legame prenatale, del rapporto mamma-neonato, dell’allattamento materno, poi, nel momento in cui si deve giustificare la maternità surrogata tutto questo sparisce. Ho anche discusso sui social con Giuseppe Guerrera di Potere al Popolo, che sosteneva che nella gravidanza non succede niente: ma come è possibile che non avvenga nulla in 9 mesi di gestazione, come si fa a sostenere questa tesi assurda? Resto basita ogni volta, non portano mai argomenti su base scientifica.

Qual è il significato e il messaggio che il convegno “Nascere da madre surrogata” ha voluto trasmettere?

Il messaggio del convegno è cercare di dire la verità sull’utero in affitto, portare delle testimonianze di ciò che è davvero questo business, e di ciò che significa questa pratica. Sui media vengono spesso intervistate mamme surrogate che appaiono tutte contente, ma nella maggior parte dei casi queste donne sono diventate a loro volta reclutartici di professione per le agenzie di surrogacy: sono state prima gestanti per altri ed ora cercano altre donne per farlo a loro volta, quindi è chiaro che hanno tutto l’interesse a raccontare la favola del dono. Ma per mettere un attimo il naso fuori da questa narrazione e guardare in faccia la verità, dobbiamo ascoltare Jennifer Lahl (Promotrice della campagna Stop surrogacy now ndr) che evidenzia tutti i problemi di salute che vivono queste donne (per l’estrazione degli ovociti fatti sviluppare con un pesante bombardamento ormonale), oltre alla vergognosa strategia di parcellizzazione della maternità. Essa viene attuata diversificando la donatrice di ovuli dalla portatrice della gravidanza, per contrastare il naturale processo di attaccamento al bambino: questo ci fa rendere conto di cosa sia realmente la pratica dell’utero in affitto. Pensate che in alcuni paesi le madri surrogate non possono nemmeno accarezzarsi la pancia, in altri sono addirittura obbligate ad avere uno psicologo sempre presente per evitare di affezionarsi al bambino. Kelly Martinez mi raccontò che durante la sua terza gravidanza surrogata ad un certo punto pensò che i genitori intenzionali non sarebbero venuti a prendere i bambini perché volevano un maschio e una femmina, mentre lei aspettava due maschi. Per questo cominciavano ad essere distaccati nei suoi riguardi, a non chiamarla più, a non dare notizie, e così Kelly solo a quel punto aveva cominciato ad affezionarsi ai suoi figli pensando che non sarebbero più venuti a prenderli. Allora mi chiedo: che tipo di crudeltà è chiedere tutto questo ad una donna? di tenere in grembo il figlio che verrà dato a qualcun altro, nutrirlo, farlo crescere nel suo corpo ma senza attaccarsi: che mostruosità è?

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