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La “iGen”: gli adolescenti sono più soli che mai

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Jaime Septién - pubblicato il 15/04/19

I tassi di depressione e infelicità sono aumentati a dismisura dopo il 2012

Jean Twenge insegna Psicologia presso l’Università Statale di San Diego (California, Stati Uniti). La tesi che sostiene nei suoi numerosi studi sull’era digitale e la generazione ad essa collegata è che gli adolescenti trascorrono meno tempo con i loro amici e sono più soli che mai.

Negli Stati Uniti, dove lavora la Twenge, e praticamente nel resto del mondo gli adolescenti non sono necessariamente meno socievoli, ma il contesto della loro vita sociale è cambiato, e quindi anche loro sono cambiati molto, soprattutto nelle relazioni a tu per tu, con l’altro reale e non virtuale.

La Twenge ha definito questa generazione “iGen”, chiamata anche “Generazione z”, una generazione costantemente connessa ai suoi amici attraverso i media digitali che passa in media fino a nove ore al giorno davanti a uno schermo.

Le domande poste dalla ricercatrice e dai suoi colleghi sono state queste: “Cosa succede se guardiamo le cose più da vicino e paragoniamo la frequenza con cui le generazioni precedenti di adolescenti trascorrevano il tempo con i loro amici con quella con cui lo fanno gli adolescenti di oggi? E se vedessimo che i sentimenti di solitudine differiscono in base alle generazioni?”

Una socializzazione diversa

Per avere risposte concrete, la Twenge e i suoi collaboratori hanno esaminato le tendenze relative a come 8,2 milioni di adolescenti statunitensi hanno trascorso il tempo con gli amici dagli anni Settanta.

Il risultato è che gli adolescenti di oggi “socializzano con gli amici in modi fondamentalmente diversi, e risultano anche essere la generazione più solitaria che si sia registrata”.

Il tempo che gli adolescenti trascorrono con gli amici a tu per tu è diminuito dagli anni Settanta. Il crollo è accelerato dopo il 2010, quando l’uso degli smartphone ha iniziato ad aumentare. Prima era la televisione ad occupare il tempo.

“Rispetto agli adolescenti dei decenni precedenti, quelli iGen hanno meno probabilità di incontrare gli amici. È anche meno probabile che vadano a delle feste, escano con gli amici, abbiano appuntamenti, vadano in macchina per divertimento, vadano nei centri commerciali o al cinema”, ha affermato la Twenge.

Meno tempo con l’altro

Ciò non deriva dal fatto che trascorrono più tempo al lavoro o impegnati nei compiti o nelle attività extracurricolari. Gli adolescenti di oggi hanno meno lavori remunerati, e il tempo per i compiti non è cambiato o è diminuito dagli anni Novanta, mentre quello dedicato alle attività extracurricolari è più o meno lo stesso.

Trascorrono, però, meno tempo con gli amici a tu per tu, e di gran lunga di meno. Alla fine degli anni Settanta, il 52% degli studenti di scuola secondaria si incontrava con gli amici quasi tutti i giorni, mentre nel 2017 lo faceva solo il 28%. Il calo è stato particolarmente pronunciato dopo il 2010.

La ricercatrice e i coautori si sono chiesti se queste tendenze avranno implicazioni a livello di senso di solitudine, e la risposta è stata che proprio quando si è accelerata la diminuzione del tempo trascorso con gli amici dopo il 2010 il senso di solitudine degli adolescenti è aumentato.

Tra gli allievi della scuola secondaria, il 39% ha affermato nel 2017 di sentirsi spesso solo, rispetto al 26% che aveva dichiarato la stessa cosa nel 2012. Dall’altro lato, il 38% ha dichiarato nel 2017 di sentirsi spesso escluso, rispetto al 30% del 2012.

Ci sarà qualcosa…

“I livelli più alti di solitudine sono solo la punta dell’iceberg”, ha sottolineato la Twenge. “Dopo il 2012 sono aumentati anche i tassi di depressione e infelicità tra gli adolescenti, forse perché trascorrere più tempo davanti agli schermi e meno con gli amici non è la formula migliore per la salute mentale”.

Alcuni degli “integrati” (per usare la terminologia di Umberto Eco per le comunicazioni di massa) hanno sostenuto che gli adolescenti stanno semplicemente “scegliendo di comunicare con gli amici in un modo diverso”, per cui il passaggio alla comunicazione elettronica non è preoccupante.

La Twenge si oppone, e conclude il suo articolo dicendo che “questa argomentazione assume che la comunicazione elettronica sia valida quanto l’interazione a tu per tu per alleviare solitudine e depressione, ma sembra evidente che non è così. C’è qualcosa nel fatto di stare vicino a un’altra persona, nel tatto, nel contatto visivo, nella risata, che non può essere sostituito dalla comunicazione digitale”.

Con numeri, indagini di fondo e senso comune possiamo dire, secondo la Twenge, che il risultato è una generazione di adolescenti, la “iGen” o “Generazione z”, più soli che mai.

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