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Due delle loro figlie hanno malattie incurabili, e i genitori le preparano ad andare in Cielo

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di Emilio Ibáñez

One Billion Stories è un network televisivo nata nel 2011, e si definisce “un think tank di media di missione, che riscrive l’arte di raccontare storie in tutto il mondo. La nostra passione è unire trascendenza e tecniche mediatiche 2.0”. La catena diffonde storie che aiutano a pensare al nostro orizzonte trascendente, all’“incontro con l’eternità qui sulla Terra”.

La storia che riportiamo ci riesce, e anche abbondantemente. È quella di Beth e Jon, genitori di una simpatica famiglia con cinque figlie, due delle quali soffrono di un disturbo neurodegenerativo genetico raro, il morbo di Batten. La maggiore, Cecilia, ha appena nove anni, Lily ne ha sette. La malattia provoca una graduale perdita della vista e della mobilità, nonché della capacità di ragionare. Si finisce sulla sedia a rotelle o a letto, alimentati solo da una sonda nasogastrica. Non esistono cure o trattamenti conosciuti, né molte speranze che le autorità competenti indaghino su questa patologia, perché esistono altre malattie rare con un numero superiore di pazienti e che quindi vengono preferite nella ricerca di una cura.

Come fanno i genitori ad affrontare una situazione che offre così poche speranze?

Come accettare che le proprie bambine dolci e sorridenti perdano a poco a poco e in modo irreversibile quella scintilla divina fino a conseguenze che è preferibile non immaginare? Non è ovviamente una situazione facile, e richiede un animo sereno e la volontà di smorzare i sentimenti che affioreranno sicuramente in modo tragico e incontrollato. Bisogna confidare ed essere cauti e molto obiettivi.

Soprattutto, bisogna avere fede e speranza. Fede e speranza in un Dio che è un Padre buono e vuole il meglio per i suoi figli, noi umili mortali, anche se non lo capiamo o al momento non sappiamo apprezzarlo. È più difficile capire le cose se non si ha la fede, ed è proprio questo che confessano Beth e Jon, i genitori di Cecilia e Lily, affermando che non saprebbero come vivere questa situazione senza la fede in Dio vissuta nella comunità della loro chiesa. Tra le altre cose, i coniugi hanno affermato di essersi trasferiti a meno di 15 minuti dalla parrocchia per poter essere più vicini possibile alla loro comunità, in cui Cecilia e Lily hanno ricevuto la Prima Comunione e la Cresima, pienamente consapevoli di quello che facevano.

La forza che viene dallo Spirito di Dio

Preparando queste riflessioni pensavo ai primi cristiani e alle prime comunità di fedeli, nelle quali, anche se la forza veniva dallo Spirito di Dio, si trovava anche forza in se stessi. Come descrive Aristide nella sua Apologia, i primi cristiani “fanno bene ai nemici; (…) sono dolci, buoni, hanno pudore, sono sinceri e si amano tra loro; non disprezzano la vedova; salvano l’orfano; chi possiede dà, senza aspettarsi nulla in cambio, a chi non ha. Quando vedono dei forestieri li fanno entrare in casa e gioiscono per questo, riconoscendo in essi veri fratelli, visto che chiamano così non quelli che lo sono secondo la carne, ma quelli che lo sono secondo l’anima; (…) se vengono a sapere che alcuni sono perseguitati o incarcerati o condannati per il nome di Cristo, mettono in comune le proprie elemosine e inviano loro quello di cui hanno bisogno, e se possono li liberano. Se c’è uno schiavo o un povero da soccorrere, digiunano due o tre giorni, e gli inviano il cibo che avevano preparato per sé, ritenendo che anche quello debba goderne, essendo stato chiamato come loro alla gioia”. Come si riferisce negli Atti degli Apostoli, “la moltitudine di quelli che avevano creduto era d’un sol cuore e di un’anima sola; non vi era chi dicesse sua alcuna delle cose che possedeva ma tutto era in comune tra di loro”.

Seguendo le riflessioni di un santo recente, “chiediamo a Dio che nella Chiesa santa, nostra Madre, i cuori di tutti, come nel cristianesimo delle origini, siano un unico cuore, perché fino alla fine dei secoli si compiano davvero le parole della Scrittura: la moltitudine dei fedeli aveva un cuor solo e un’anima sola”. Dio ci ha posti nella nostra comunità perché ce ne prendiamo cura, perché agiamo al servizio degli altri senza porre al di sopra interessi personali che la contaminino. La nostra vicinanza rafforzi quanti chiedono il nostro appoggio nelle loro necessità, perché la comunità sia davvero “un pezzetto di cielo in Terra”.

Qui l’articolo originale pubblicato su Catholic Link.

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