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Chiesa e abusi (ieri oggi e domani): la versione di Benedetto XVI

Pape François et Benoit XVI à l'inauguration du jubilé de la miséricorde VINCENZO PINTO / AFP
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È stata pubblicata stamattina sul Corriere della Sera la versione italiana di uno scritto che il Papa Emerito aveva preparato come personale contributo al meeting vaticano sugli abusi, dello scorso febbraio, e che dopo aver sentito Parolin e Francesco lo stesso ha deciso di divulgare. Perché? Cosa dice il documento? Domande a cui proviamo a rispondere.

La questione della riforma del diritto canonico penale, dunque, con tutte le sue difficoltà formali e sostanziali, si fa tenendo presente un traguardo:

Un diritto canonico equilibrato, che corrisponda al messaggio di Gesù nella sua interezza, non deve dunque essere garantista solo a favore dell’accusato, il cui rispetto è un bene protetto dalla legge. Deve proteg­gere anche la fede, che del pari è un bene importante protetto dalla legge. Un diritto canonico costruito nel modo giusto deve dunque contenere una duplice garanzia: protezione giuridica dell’accusato e protezione giuridica del bene che è in gioco. Quando oggi si espone questa concezione in sé chiara, in genere ci si scontra con sordità e indifferenza sulla questione della protezione giuridica della fede. Nella coscienza giuridica comune la fede non sembra più avere il rango di un bene da proteggere. È una situazione preoccupante, sulla quale i pastori della Chiesa devo­no riflettere e considerare seriamente. 

Prospettive contemplat(t)ive

La terza parte dello scritto ratzingeriano è l’unica delle tre a non essere suddivisa in due paragrafi, bensì in tre. È la sezione più squisitamente teologica, dunque è stata sistematicamente trascurata dai cacciatori di scandalucci. La si potrebbe schematizzare forse così:

  1. il mistero di Dio;
  2. la celebrazione dei misteri cristiani;
  3. il mistero della Chiesa, corpus permixtum.

Mysterium” è formalmente e contenutisticamente la Rivelazione di Dio, che si prolunga nella vita sacramentale della Chiesa. Papa Francesco ricordava, alla fine del meeting di febbraio, che «dietro agli abusi c’è Satana»: insipientemente, il mondo laico l’ha bacchettato per queste parole (fin dagli editoriali de Le Monde!), eppure Benedetto XVI aveva scritto – anche prima del meeting – questo medesimo concetto, perfino più cesellato.

[…] il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

Questo è l’antefatto. Poi viene la certezza naturale e rivelata dell’esistenza di Dio, e nel fatto che voglia rivelarsi a noi sta la prima gemma dell’Evangelo: questo Dio – l’uomo riesce ad avvertire – è buono, nonostante noi stessi e tutto il male che facciamo e subiamo. E nel male che facciamo e subiamo sta il sovvertimento della coscienza morale cui era dedicato il primo punto:

Quando in una società Dio muore, essa diviene libera – ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non molto tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli.

“L’assenza di Dio”, in cui sta «in ultima analisi il motivo» che ha permesso alla pedofilia di estendersi tanto, erode perfino il sancta sanctorum della vita cristiana:

Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore rin­graziare il Signore.

Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

E questo è il contesto in cui Benedetto XVI riporta il dettaglio – tremendo nella sua diabolica blasfemia – del prete che violentava la ragazzina dicendole le parole della consacrazione eucaristica: veramente «dietro a questo c’è Satana». Nel senso più stretto, proprio e pieno del termine.

Il Papa Emerito propone una lettura sapienziale e tipologica dei primi capitoli del libro di Giobbe, e conclude:

Per i cristiani è chiaro che quel Giobbe che per tutta l’umanità esemplarmente sta di fronte a Dio è Gesù Cristo. Nell’Apocalisse, il dramma dell’uomo è rappresentato in tutta la sua ampiezza. Al Dio creatore si contrappone il diavolo che scredita l’intera creazione e l’intera umanità. Egli si rivolge non solo a Dio ma soprattutto agli uo­mini dicendo: «Ma guardate cosa ha fatto questo Dio. Apparentemente una creazione buona. In realtà nel suo complesso è piena di miseria e di schifo». Il denigrare la creazione in realtà è un denigrare Dio. Il diavolo vuole dimostrare che Dio stesso non è buono e vuole allontanarci da lui.

In preda alla tentazione – e alla fascinosa paura che ne promana – gli uomini fanno spesso cose sciocche. Gli ecclesiastici sono tentati di “prendere in mano” la gestione della Chiesa, come se potessero aggiustarla col loro ingegno:

La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisamente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

Così argomentava Benedetto XVI all’inizio della terza parte, e come in una Ringkomposition a quel punto tornava sul suo finire:

L’idea di una Chiesa migliore creata da noi stessi è in verità una proposta del diavolo con la quale egli vuole allontanarci dal Dio vivo, servendosi di una logica menzognera nella quale caschiamo sin troppo facilmente. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni (“martyres”) nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

A che servirà questo testo?

La parte più incredula di me, alla fine di questa stupenda lettura, ha mormorato: «Tutto bellissimo, quindi adesso che si fa?». E ho subito scoperto vera in me l’amara constatazione su cui poco prima m’ero trovato cerebralmente concorde:

Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica.

Così siamo tentati di pensare che tutte le migliori pagine dei più alti teologi del mondo non possono certo valere una radicale riforma ecclesiale ab imis fundamentis, quando «si tratta di cose concrete». E ancora una volta siamo beffati dal Tentatore: le “cose concrete” sono già in scaletta, e lo stesso Papa Emerito ne parla – la riforma del diritto penale canonico, la migliore tornitura della presunzione d’innocenza e dei bona servanda. Ma perché la Chiesa deve occuparsi di questo? Solo perché “chi rompe paga”? Mica è detto che uno abbia intenzione – o anche solo modo – di rimediare ai propri guai…

Il fatto è che «abbisogna di garanzia non solo il diritto dell’accusato. Sono altrettanto importanti beni preziosi come la fede». E in quest’affermazione – umile eppure incrollabile – sta un germe di ostinata evangelizzazione. Per questo “il mondo” (in senso teologico) – che con gli scandali spera di soffocare la testimonianza dei seguaci della Via – non tollera che il tema venga affrontato come hanno fatto Francesco e Benedetto.

O Dio, nella tua eredità sono entrate le genti:
hanno profanato il tuo santo tempio,
hanno ridotto Gerusalemme in macerie.

Hanno abbandonato i cadaveri dei tuoi servi
in pasto agli uccelli del cielo,
la carne dei tuoi fedeli agli animali selvatici.

Hanno versato il loro sangue come acqua
intorno a Gerusalemme
e nessuno seppelliva.

Siamo divenuti il disprezzo dei nostri vicini,
lo scherno e la derisione di chi ci sta intorno.

Fino a quando sarai adirato, Signore: per sempre?
Arderà come fuoco la tua gelosia?

Sal 78 (79), 1-5

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