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“Leur souffle”, un documentario insolito sulle benedettine di Jouques

© SAJE Distribution
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L’argomento del film “Leur souffle” è piuttosto raro, al cinema. E per giunta non è facile penetrare nella vita delle monache, né percepirla nella sua più pura intensità. Dopo aver girato questo lungometraggio, la regista Cécile Besnault ha deciso di rispondere alla chiamata alla vita religiosa. Prima però ha coinvolto il collega Ivan Marchika con sé. Come tanti altri, anch’egli non crede in Dio, ed è a quelli che Cécile desidera rivolgersi. In un continuo dialogo fra i loro punti di vista, sono partiti ad esplorare il mistero di un luogo insolito (un monastero claustrale femminile!), quello di Jouques, nella valle della Durance (Bouches-du-Rhône).

© SAJE Distribution

Louise Almeras: Come cineasta, quali sono state le sue prime impressioni arrivando sul posto?

Ivan Marchika: Non sapevo assolutamente cosa aspettarmi, avevo paura di essere un elefante in un negozio di porcellane. Sono stato colpito dal calore dell’accoglienza, dalla loro gentilezza, dalla fraternità fra loro anzitutto, ma riservata anche agli esterni. È una cosa assai particolare, nel mondo moderno. Adesso sono molto felice di essere amico di questa comunità. Quando le vedevo in attività, sentivo la differenza con tutto quello che avevo potuto vedere prima. Ho compreso che avevano un modo d’essere tutte integre in ciò che facevano, un modo veramente puro. C’è una forza che da questa dedizione si sprigiona in ogni attività, anche secondaria. Per loro nessun lavoro è ingrato, tutto offrono nella loro preghiera.

L. A.: Secondo lei donne così sono le sole a poter vivere così intensamente l’istante – la cosa che più colpisce nel film – anche se sono fuori dal mondo?

I. M.: La loro vita prende senso anche attraverso l’esistenza di Dio e il loro rapporto col tempo. È un modo di onorare la creazione, cercando di assumere il proprio posto nel corso delle vicende terrene, fin nel più piccolo dei compiti che si deve adempiere. In un mondo che sarebbe sprovvisto di Dio, con delle persone che lottano per l’esistenza, con l’angoscia e la morte, ci si potrebbe chiedere l’utilità di immergersi – a questo punto – in un’attività. Si pensa a sfangare la giornata, a realizzare il compito seguente e poi si va a dormire. In una comunità come quella, invece, lì dove molti vedono difficoltà e imperfezione, si trova una grande profondità e una grande bellezza anche nella più piccola attività quotidiana. Si partecipa di un tutto che esiste, che supera il nostro semplice rapporto individuale con quell’attività.

L. A.: Il documentario è un po’ come un “mini-ritiro”, ma senza il passo che lo precede prima di entrarci. Con quali disposizioni lo spettatore deve approcciarsi al film?

I. M.: Il film può funzionare davvero solo se lo spettatore ha fatto, almeno in parte, questo passo. La grande difficoltà del film è l’assenza del personaggio principale sullo schermo. È una proposta di dialogo tra i nostri sguardi di operatori del cinema e quello dello spettatore, che deve attualizzarlo posizionandosi di fronte alla comunità. Lo spettatore deve esservi perfettamente presente. Cécile ha cercato di farmi assistere a delle messe, e io che sono molto materialista non percepivo niente. Era difficile per me arrivare a quello che lei voleva per il film. La voce fuori campo di Cécile, all’inizio, quando evoca l’importanza di credere alla musica delle conchiglie per riuscire a sentirla, permette di comprendere meglio la sua intenzione. Del resto, anche se il film è talvolta difficile e poco confortevole, esso invita a entrare veramente in dialogo con la vita piuttosto bruta delle religiose. Abbiamo voluto sfruttare il potenziale della fiction, che permette di affascinare maggiormente e di trasportare l’osservatore attraverso una storia.

L. A.: In questo film, le religiose non sono mai in fuga, e obbligano lo spettatore alla medesima disposizione. Tuttavia, la tristezza è talvolta evocata attraverso i salmi, che scandiscono il film. Secondo lei questo modo di vivere potrebbe essere una risposta all’angoscia?

I. M.: Per Cécile sì, assolutamente. Per me no, io sono sempre in angoscia. A proposito dei salmi, che diversamente da lei non conoscevo, e che dunque sono stati per me una scoperta, sono stato io a spingere nella scelta, perché a dispetto della loro arcaicità mi sembravano molto densi, mi paiono riecheggiare questioni universali dell’angoscia di fronte all’esistenza. Cécile proponeva da parte sua una progressione, nei testi, con la proposta di rivolgersi a Dio come risposta a tutti quegli interrogativi umani – senza essere perciò dei santi, dei re o delle religiose. Tutti sono capaci di questo movimento verso Dio. Per questa ragione, il film è costruito sul respiro dei salmi.

L. A.: Il ritmo monastico è saldamente ancorato nel materiale, ma anche nella ripetizione delle cose, come il ritmo del mondo. A differenza di questo, però, lì si trova iscritta la preghiera. Come si fa a esperire ciò che sostiene le religiose?

I. M.: È una cosa molto misteriosa, la preghiera. Cécile faceva fatica a rispondere a questa domanda, a spiegare la sua gioia e il suo bisogno di pregare. L’ha fatto attraverso questo film, prima di tacere per sempre nel Carmelo di Lourdes. Lo scopo del film era che il documentario prolunga la sua esistenza attraverso lo spettatore. La domanda che si pone alla fine del film dovrebbe essere: «Quali che siano le vostre risposte e quali che siano le sfumature di dette risposte, che posizione prendete davanti a queste religiose e come continuate ad approcciare la vita?». All’uscita dalla sala, alcuni spettatori atei mi hanno detto di non pensare di poter vivere la loro quotidianità allo stesso modo. Uno fra loro desiderava che si fosse cercata ancora più intensità, perfino nel racconto delle mansioni più triviali. La sfida dunque non era quella di imbastire una storia su Cécilie, per rassicurare lo spettatore e dirgli “Non preoccuparti, non è la tua storia, però puoi commuoverti con quella della regista”. Piuttosto che portare ciascuno a ripartire ciò la propria esperienza dopo il confronto con la comunità. Cécile non voleva scegliere la facilità e voleva invece preservare questa proposta – difficile, certo, ma la più vera.

L. A.: Attraverso inquadrature lunghe, silenzio, lentezza, ci confrontiamo a un vuoto e poi alla nostra solitudine di fronte all’esistenza. Forse è a partire da lì che ci si può porre la questione di Dio?

I. M.: Assolutamente, ed è per questa ragione che per noi era importante che lo spettatore non si scordasse di sé. Nell’ora del divertimento generalizzato si teorizza perfino che quando si fa un film – il quale si vuole che abbia successo – bisogna trovare degli espedienti perché lo spettatore si scordi di sé e delle persone che ama per amare quelle che sono sullo schermo, provando dei surrogati di sentimenti. Abbiamo voluto una forma di cinema che proponga un confronto con sé, quasi doloroso, piuttosto che un cinema dell’oblio di sé.

L. A.: Lei era alla macchina da presa. Come ha stabilito la maniera di filmare le religiose e di pensare le inquadrature?

I. M.: L’immagine era una delle sfide capitali del film perché Cécile voleva che si desse la possibilità di vedervi la presenza divina. Volevamo mettere in dialogo le religiose con quel che non si può determinare, che è il problema della rappresentazione di Dio. Il posto della luce nell’immagine era dunque molto importante, simbolo di un personaggio vibrante, avvolgente, nella maniera di toccarle e di accompagnare il loro respiro. Poiché è per la la luce che lo si vede, la maniera in cui ci appare un viso è in rapporto con il suo collocamento di fronte alla luce. La nostra volontà era quella di mostrare che il viso non è solo bello o concentrato, ma nella sua relazione con la luce, con Dio, che lo rende accessibile e bello.

© SAJE Distribution

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio]

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