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Il cardinale Becciu: per gli omosessuali niente ordinazione. Preti gay? Si ritirino a vita privata

SYNOD2018

Antoine Mekary | ALETEIA

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 09/04/19

E sulla difficoltà a tenere riservate informazioni in Vaticano dopo i casi Vatileaks, è laconico: penalità pecuniarie a chi ne viola il segreto

Omosessualità nel clero, violazione del segreto professionale in Vaticano: ne parla il cardinale Angelo Becciu, già sostituto della Segreteria di Stato – incarico svolto dal 2011 fino al 2018 quando Papa Francesco lo ha creato cardinale, nominandolo poi prefetto delle Cause dei Santi.

L’autorevole porporato si esprime su argomenti bollenti, senza peli sulla lingua, una lunga intervista al vaticanista di Mediaset, Fabio Marchese Ragona, autore del libro “I nuovi cardinali di Francesco” (edizioni San Paolo).

Il cardinale Becciu

Gay in seminario

Il cardinale si sofferma sulla questione dei sacerdoti gay: «Chi ha tendenze omosessuali è bene che non rimanga in seminario e che non diventi prete», dice citando le parole del Papa.

«Chi si avvia al sacerdozio è chiamato a fare voto di castità. Come sappiamo bene, la giornata del prete si svolge prevalentemente a contatto con altri uomini, soprattutto per chi vive in comunità religiose, e per salvare la sua castità gli si raccomandano regole di prudenza nel rapporto con le donne. Ora un omosessuale che condividesse consistentemente, nello spazio e nel tempo, la sua vita con altri di pari sesso sarebbe capace di vivere facilmente la castità promessa? Non sarebbe pretendere troppo da lui?».

Gay sacerdoti

Diverso il discorso per chi ha tendenze omosessuali ma è già prete (o anche vescovo e cardinale): «Si dovrà esigere che osservi le promesse sacerdotali e se non ne fosse capace, o addirittura offrisse scandalo, sarà doveroso che per il bene della Chiesa si ritiri a vita privata, così come con la stessa severità lo si esige a un consacrato eterosessuale», afferma Becciu.


PADRE THOMAS PETRI

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La delusione per Vatileaks

Per otto anni il prelato sardo ha affiancato due Papi, Benedetto e Francesco, divenendo testimone di momenti difficili come la rinuncia del Pontefice bavarese e, appunto, i due Vatileaks. In particolare il primo «era un mondo che crollava perché i rapporti personali e di lavoro che erano fondati sulla fiducia e sulla lealtà si erano improvvisamente sbriciolati, arrivando persino a sospettare gli uni degli altri. Furono giornate nere», rammenta il cardinale.

«Papa Francesco e Papa Benedetto soffrirono assai di fronte a tale tradimento. Non vi erano e non vi sono motivazioni che possano giustificare un siffatto comportamento. Esso risponde solo a logiche di potere, è frutto di frustrazioni, di gelosie, di vendette e per qualcuno anche di mire affaristiche».




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Punizioni per chi viola il segreto professionale

«Purtroppo – prosegue – per alcuni che lavorano in Vaticano è venuto meno il senso di appartenenza, il senso della Chiesa, la capacità di saper soffrire nel silenzio (lo dico soprattutto ai preti!). Il giuramento “sub gravi” ormai non vincola più, il segreto pontificio non dice ormai più niente», sottolinea il porporato.

«Mi chiedo se non sia giunto il momento che anche in Vaticano si adotti il sistema, in uso presso studi notarili o altri enti civili, della penalità pecuniaria in caso di violazione del segreto professionale. Il timore, se scoperti, di pagare di tasca propria sarebbe un bel deterrente! Come Sostituto avevo chiesto di studiare la proposta, spero che essa vada avanti», dice il cardinale (Vatican Insider, 8 aprile).




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