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Filippine: Duterte vuole arrestare tutti i suoi critici, a cominciare dalla Chiesa cattolica

DUTERTE

PCOO EDP-Public domain

Jaime Septién - pubblicato il 08/04/19 - aggiornato il 08/04/19

I filippini sanno dal 2016 che quando dalla sua bocca escono insulti verrà versato del sangue

Il Presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, sembra non avere freno, che si tratti di presunti o reali narcotrafficanti o di vescovi cattolici. I primi li uccide, accusando i secondi di qualsiasi tipo di misfatto.

L’ultima delle sue minacce – di fronte a una riunione di procuratori svoltasi il 4 aprile – non ha visto come bersaglio delle sue minacce un gruppo specifico, rivolgendosi direttamente contro “tutti i suoi critici”, che ha minacciato di arresto e incarcerazione accanto a degenerati, tossicodipendenti e criminali.

Una guerra “rivoluzionaria”

Secondo l’agenzia ucanews.com, alcuni membri della Chiesa cattolica delle Filippine e difensori dei diritti umani di questo Paese asiatico temono di essere nuovamente bersaglio del Presidente.

Duterte è capace di incarcerare chi parla male della sua gestione, e ha ventilato la possibilità di scatenare una “guerra rivoluzionaria” fino alla fine del suo mandato se i suoi critici lo “spingeranno al limite” – guerra nella quale sarebbe “disposto a morire”.

Il vescovo Gerardo Alminaza, di San Carlos, nella zona centrale delle Filippine, ha affermato che anche senza questa guerra dichiarata da Duterte ai suoi critici “gli omicidi aumentano e i poveri vivono nella paura”.

Nella diocesi di San Carlos, il 30 marzo sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco 14 contadini accusati dalla Polizia di essere “ribelli comunisti”. “Preghiamo perché [Duterte] non lo faccia (la guerra ai suoi critici), perché una repressione alimenterebbe solo ulteriori disordini”, ha sottolineato il presule.




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Non ci sono più diritti

Wilfredo Dulay, sacerdote della Congregazione dei Discepoli Missionari di Gesù, ha affermato che il “laccio si sta stringendo” intorno a Duterte, riferendosi a una serie di video che affermano che il denaro della droga è stato canalizzato in conti bancari intestati ai figli del Presidente filippino.

Anche se questi ultimi hanno negato, è certo che l’accusa non è debole e potrebbe portare Duterte ad aggrapparsi a questo tema per aumentare la pressione sui suoi critici, soprattutto sulla Chiesa cattolica (le Filippine sono il terzo Paese con il più alto numero di cattolici al mondo, e i vescovi sono stati durissimi nei suoi confronti).

“Quali altri diritti restano?”, si è chiesto il fratello redentorista Ciriaco Santiago, che ha documentato gli omicidi collegati alla droga, di fronte ai tanti abusi dei diritti umani da parte dell’amministrazione attuale.

“La Chiesa fiorisce nel caos”, ha aggiunto. “Nei momenti in cui è perseguitata, assume la sfida di mettersi nei panni dei profeti, e la sfida di oggi è che tutti ci uniamo per opporsi a questa minaccia di dittatura”.




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Un uomo disperato

Padre Danilo Pilario, decano della scuola di Teologia, ha dichiarato che i commenti del Presidente derivano dalla pressione che sente su di sé.

“Le critiche infinite sulle incursioni cinesi, l’assassinio di tossicodipendenti e contadini e più di recente la presunta partecipazione della sua famiglia ai proventi della droga sembrano spingerlo al limite”, ha osservato il sacerdote.

“Sono le affermazioni di un uomo disperato”, ha aggiunto. Il problema è che un uomo disperato con le caratteristiche di Duterte può arrivare a limiti di crudeltà insospettati per rimanere al potere.

Tags:
chiesa cattolicafilippinepresidente
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