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Una figlia che muore, un incendio: l’abbraccio di Dio comincia da un rosario insieme

AFRICA, MASS, BABY
Adriana Mahdalova | Shutterstock
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Il senso comunitario africano innestato nella comunione cristiana genera miracoli di accoglienza e fraternità nelle Jumuiyas (piccole comunità cristiane) a Nairobi.

di Matteo Zuliani, viceparroco di St. Joseph a Kahawa Sukari, Nairobi – Kenya

Il senso della comunità è certamente uno dei fattori che più colpisce nella cultura africana. È quasi un tratto genetico, tanto è marcato nelle persone: basti pensare all’importanza dell’appartenere a un clan o a una tribù, con tutto quello che ne consegue. Un matrimonio tra membri di tribù diverse, ad esempio, può portare grandi problemi alla famiglia nascente, compreso il rischio di perdere completamente l’appoggio dell’una o dell’altra famiglia. D’altra parte, lappartenere a qualcosa di più grande dell’individuo è garanzia di sicurezza e riparo nei momenti difficili dell’esistenza.

Nella nostra parrocchia ci sono le Jumuiyas, piccole comunità cristiane. Sono gruppi di famiglie vicine di casa, tra 20 e 50, che si riuniscono ogni settimana per recitare insieme il Rosario, leggere il Vangelo e meditarlo. Portano il nome di un santo che scelgono come patrono. Una volta al mese, partecipano ad una messa: è in questa situazione che siamo presenti anche noi. La celebrazione avviene in casa: a volte, si tratta di ville di imprenditori e commercianti, altre volte, sono semplici baracche.

Lo schema è sempre quello: mentre si dice il Rosario, il prete ascolta le confessioni in qualche angolo della casa o addirittura sul balcone, poi c’è la messa, infine un momento libero di domande poste al sacerdote. Questioni del genere: “Perché usiamo l’incenso a messa?”; “Ci racconti dell’Italia?”; “Perché dovremmo perdonare i terroristi?”. Il tutto si conclude con un tè nelle case più povere o con una vera e propria cena nelle famiglie benestanti.

Tra le Jumuiyas che ho avuto la possibilità di conoscere durante lo scorso anno, quella di Sant’Anna mi ha colpito in modo particolare. È numerosa, composta per lo più da famiglie di mezza età molto fedeli alla Chiesa e coinvolte nella vita della parrocchia. Come ho avuto modo di constatare in due occasioni, sono persone che cercano di aiutarsi nel cammino alla santità.
La prima volta che ho partecipato a una messa a Sant’Anna è stato per un lutto. Una ragazzina di quindici anni, Whitney, era morta per l’incuria dei medici. La Jumuiya e i parenti si erano radunati nella sua casa per una messa di suffragio: una sessantina di persone in tutto. Non sapevo cosa dire e non volevo dire cose superflue. Ho parlato perciò del Paradiso e della compagnia cristiana che accompagna ciascuno dalla nascita fino all’incontro con il Padre. Ho chiesto alla Jumuiya di prendersi cura della famiglia di Whitney: il Signore stava dando loro questa responsabilità. Dopo qualche tem­po, incontro il responsabile di Sant’Anna e gli chiedo come vanno le cose. Mi risponde: “Padre, ci siamo presi cura della famiglia di Whitney, in particolare di Regina, la mamma. Ora è diventata uno dei membri più fedeli della Jumuiya”. Da allora, ogni volta che vado a Sant’Anna, il suo è il primo volto che cerco, in mezzo alle persone che dicono il Rosario.

SIMON MAINA / AFP
Kenyans pray during a mass featuring a cardboard cutout of Pope Francis (not pictured) at the Holy Family Basilica on October 27, 2015 in Nairobi. Pope Francis will visit Kenya, the second pope to have done so, as well as Uganda, and the Central African Republic in November 2015. Pope John Paul II visited in 1985 and also held talks with government officials and then President Daniel arap Moi. AFP PHOTO/SIMON MAINA / AFP / SIMON MAINA

Un secondo episodio è più rocambolesco. Una sera, mentre mi preparo a celebrare la messa in una casa, vedo che le persone iniziano a ricevere telefonate: tutti si agitano e corrono fuori. Perplesso, chiedo al responsabile che cosa stia accadendo. Mi risponde che la casa di Gladys, una madre di famiglia sui cinquant’anni, sta andando a fuoco. Mi consiglia anche di sedermi e aspettare perché ci pensano loro. E se ne va anche lui. Rimango in casa da solo, recitando il Rosario. Dopo un po’, rientrano tutti e mi spiegano che Gladys ha perso parte della propria casa a causa di un incendio. Preghiamo per lei. Di nuovo, dico alla Jumuiya che, con questi accadimenti dolorosi, il Signore sta dicendo loro che devono prendersi cura gli uni degli altri.
Dopo meno di due settimane, incontro di nuovo il responsabile: “Padre, come Jumuiya abbiamo deciso di tassarci e pagare le spese per sistemare la casa di Gladys. Lei fa parte della nostra famiglia”.

A fine anno, durante la consueta grigliata di capra, ho voluto ringraziare i membri di Sant’Anna per la testimonianza che mi hanno dato: il senso comunitario africano si compie davvero quando si innesta sul tronco della comunione cristiana. Viene purificato e redento dall’appartenenza a Cristo che ci spinge a sacrificarci per gli altri. Dimenticavo… Regina e Gladys sono di due tribù diverse rispetto al resto della Jumuiya: è la cosa più straordinaria!

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO DALLA FRATERNITÀ SAN CARLO

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