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Il piacere femminile? Ai tempi della Controriforma, un dovere del marito cristiano

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Prima che si scoprisse l’ovulazione femminile nell’Ottocento, per molto tempo restò in auge la teoria che fosse necessario anche il piacere femminile perché avvenisse il concepimento. E un testo dei primi del 600 di un gesuita spagnolo, morto in odore di santità, sul tema dell’intimità coniugale è rimasto a lungo un best seller. Una cosa un po’ diversa dalla solita vulgata che vuole una Chiesa sessuofoba e arcigna.

Ehm.
L’argomento è quello che è, e cercherò di essere il meno descrittiva possibile per non turbare i castissimi occhi di chi legge i miei articoli.
Però, questo aneddoto è così curioso (e così indicativo del livello di fake news che ci beviamo tutti, addirittura riguardo la nostra stessa Chiesa) che ho deciso che : bisognava proprio raccontarlo.

La nostra Storia affonda le sue radici in un’epoca lontana lontana sorprendentemente poco lontana, nella quale l’umanità e la scienza cominciano a chiedersi: come nascono i bambini?
Cioè. Capiamoci.
 Il concetto astratto che i bambini nascessero a seguito di un rapporto sessuale, era già chiaro e acquisito.
Altrettanto chiaro e acquisito era il concetto che, per far nascere un bambino, occorresse un rapporto sessuale consumato nella sua interezza, cioè (ehm. Da qui in poi, inizierò con le perifrasi pudiche) con emissione del seme maschile in vaso debito.
Terzo concetto che nessuno contestava, era quello per cui l’emissione del seme maschile avveniva quando (ehm. Altra perifrasi in arrivo) l’uomo raggiungeva l’acme del piacere sessuale.

Leggi anche: No, l’etica sessuale cattolica non ha avvelenato l’eros…anzi

Fin lì, tutto chiaro, ‘nsomma.
Il problema è che era molto nebuloso tutto il resto, e francamente non è poco. Restavano irrisolte domande anche importanti, tipo: come mai le donne restano incinte solo ogni tanto? Qual è la differenza tra un rapporto sessuale che genera vita e uno che invece si conclude in un “niente di fatto”? Dipende dall’uomo? Dipende dalla donna?
L’opinione comunque, guarda un po’, era che dipendesse dalla donna.
Ma, una volta tanto nel corso della Storia umana, le donne si sono viste attribuire colpe immeritate… ma con conseguenze, tutto sommato, non sgradevoli.

Gli scienziati hanno cominciato a fare questo ragionamento: ok, ci siamo resi conto che il piacere maschile è funzionale alla procreazione, perché si è notato empiricamente che il piacere maschile porta all’emissione del seme. Ma allora non è che, forse forse, anche il piacere femminile gioca un ruolo di pari importanza ai fini del concepimento? Ovvero: non è che le donne sterili che non riescono a concepire, sono tali perché non giungono al piacere, poverette?

Che cosa succedesse, esattamente, nel corpo femminile, quando la donna provava piacere, era cosa difficile a capirsi (se non altro, per banali difficoltà… anatomiche). E se Aristotele aveva sostenuto con fermezza come l’unico responsabile della fecondazione fosse il seme maschile, Ippocrate e Galeno avevano invece enfatizzato l’importanza del piacere sessuale – indispensabile all’uomo per emettere il seme, ma indispensabile anche alla donna per “preparare l’utero a ricevere il fluido vitale”.
Del resto, era anche un pensiero ragionevole. Se, nell’uomo, il piacere sessuale esiste per una finalità precisa, vuoi mica che gli dèi abbiano dato il piacere alla donna solo per non fare una discriminazione di genere?

Enunciata con una certa decisione da Ippocrate e Galeno, questa convinzione resta in auge per un po’, poi cade nel dimenticatoio, poi ricomincia ad essere studiata… e, infine, viene riportata all’attenzione della comunità scientifica internazionale dal De re anatomica di Realdo Colombo, pubblicato nel 1559.
E il fatto che Realdo Colombo fosse archiatra pontificio è un dettaglio non da poco, per spiegare la vera e propria rivoluzione con cui, grazie alla sua opera, non solo la scienza, ma anche la Chiesa, cominciano a guardare la sessualità.

Se un medico importante riporta in auge la teoria per cui il piacere femminile è indispensabile ai fini della procreazione, ne consegue che la ricerca del piacere durante il rapporto non è più lussuriosa libidine (e/o un desiderio tollerabile come male minore): no no, è proprio un preciso dovere cristiano e partriottico, sotto il punto di vista etico, morale e spirituale. Se non soddisfi tua moglie a letto, quella non ti resta incinta: orpo, amico, qui bisogna darsi daffare!

L’opera più esplicita sul tema è il De sancto matrimonii sacramento disputationum tomi tres a firma di Tomás Sánchez, un gesuita spagnolo morto in odore di santità (ma mai dichiarato santo) all’inizio del ‘600. Pubblicato per la prima volta a Madrid nel 1605, ma presto divenuto un vero e proprio best seller ristampato in diversi luoghi d’Europa, il trattato parla di matrimonio… ma, soprattutto, parla di intimità coniugale. E, signori miei, ne parla in termini così dirompenti da far probabilmente arrossire molti dei teologi d’oggi!

Contestando aspramente quei Padri della Chiesa che avevano sostenuto come l’atto coniugale fosse necessariamente intriso di colpe a causa dello sfrenato piacere che vi si prova, Sánchez ribatte invece che esso è lecito, meritorio (gode, infatti, di dignità sacramentale) e addirittura doveroso (soddisfa, infatti, l’impegno che è stato preso sottoscrivendo il patto matrimoniale). E per quanto riguarda il godimento fisico che si accompagna al gesto, niente panico: del resto

il piacere non è male in sé, visto che la natura stessa sagacemente lo ha annesso all’atto al fine della procreazione […] così come ha posto piacere nel cibo, per la conservazione dell’individuo.

Può darsi che sia la stessa cosa che v’ha detto anche il vostro prete quando avete fatto il corso prematrimoniale, solo che Sánchez è un prete della Controriforma, e, voglio dire, non ditemi che la cosa non vi stupisce neanche un po’.

Ma Sánchez non si ferma qui. Va oltre.
In ossequio all’embriologia ippocratico-galenica per cui il piacere maschile e quello femminile concorrono in parti uguali alla generazione, Sánchez si dilunga in raccomandazioni (francamente, anche un po’ imbarazzanti) sull’importanza assoluta che i coniugi giungano entrambi a godere, e che, possibilmente, lo facciano anche nello stesso momento (un dettaglio che, secondo Ippocrate e Galeno, rende ancor più probabile la fecondazione). E, a quel punto, il testo di morale si trasforma in un vero e proprio manuale di educazione sessuale, pronto a sottolineare l’importanza di tutto quello che noi moderni definiremmo preliminari – preziosissimi nell’interesse del “coniuge più lento”, per dirla con le parole di Sánchez.
E il gesuita è molto netto nel sottolineare che, no, non è affatto un peccato per il marito agire in tal modo, anzi: è suo preciso dovere. Peccato, semmai, sarebbe il “considerar chiusa la questione” dopo aver goduto: al contrario

è obbligatorio continuare […] perché ciò serve alla completa consumazione da parte della moglie.

Leggi anche: La sessualità nel matrimonio cristiano è meravigliosa

Sarà magari il caso di sottolineare, per una questione di correttezza storica, che tutta ‘sto interesse verso il piacere femminile nasceva a causa di una convinzione medica sbagliata: senza quello, niente bambini. Giusto per essere chiari, non è che Sánchez fosse un femminista ante litteram: è che, in base alle convinzioni mediche che andavano per la maggiore, evitare di… compiacere il partner era un po’ come usare un contraccettivo, se me la passate.
Ad ogni buon conto, penso che le donne dell’epoca seppero accettare con una certa filosofia una siffatta convinzione, ancorché sbagliata. Credeteci o no (mi rendo conto che una affermazione simile stoni parecchio, con la nostra idea preconcetta di un passato sessuofobo e atterrito dal piacere fisico) ma questa convinzione, con tutte le conseguenze del caso, continuò ad essere periodicamente tirata in ballo per diversi secoli della storia recente.

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