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I migranti nel cuore del Papa e del cardinal Sarah

MIGRATION
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Quasi a porre un contraltare al magistero magrebino del Santo Padre, in questi giorni la stampa internazionale (oggi il Figaro) rilancia le pagine più critiche contro le migrazioni che si trovano nel nuovo libro del cardinal Sarah. Si tratta effettivamente di due posizioni distinte e parzialmente distanti: non possono tuttavia dirsi contrapposte, perché entrambi gli ecclesiastici concordano sulla diagnosi complessiva del fenomeno e perfino alcuni spunti operativi sono coincidenti. Approfondire per capire.

Queste sembrano costituire il vero fondamento – che dunque è meno teologico che politico – della severa posizione di Sarah. Per comprenderlo meglio può essere utile leggere una pagina presente in Le soir approche et déjà le jour baisse, tratta dal capitolo 11 (“I nemici spietati”): poiché la versione italiana non comparirà che dopo l’estate, apparecchio qui a beneficio del lettore una traduzione della risposta del Cardinale alla domanda di Nicolas Diat:

«Qual è la sua posizione riguardo alla determinante questione della migrazione?»

C’è una grande illusione che consiste nel far credere ai popoli che le frontiere saranno tutte abolite. Certo, i flussi migratori sono sempre esistiti. La ricerca di una vita migliore o la fuga dalla povertà e dai conflitti armati non sono cosa nuova. I movimenti attuali si distinguono però per la loro importanza. Uomini che si assumono rischi incredibili. Il prezzo da pagare è grave. Si presenta l’Occidente a degli Africani come il paradiso terrestre. La fame, la violenza e la guerra possono spingere questi uomini a rischiare la loro vita per raggiungere l’Europa. Ma come accettare che dei paesi siano privati di tanti loro figli? Come queste nazioni si svilupperanno se tanti lavoratori scelgono l’esilio? Che strane organizzazioni umanitarie sono queste che vangano e rivangano l’Africa per spingere giovani uomini alla fuga promettendo loro vite migliori in Europa? Perché la morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero esito dei viaggi dei miei fratelli africani verso un eldorado sognato? Certe storie mi rivoltano. Le filiere mafiose dei trafficanti devono essere sradicate con la massima fermezza. Curiosamente, esse restano sempre impunite. Da questo punto di vista, la situazione in Libia è catastrofica. Un paese cinicamente distrutto per spillargli il suo petrolio. Perché i governi occidentali hanno così pochi progetti da presentare in vista della sua ricostruzione? Non sono certo che – da una parte come dall’altra – il rispetto e la protezione della vita umana siano osservati.

Poco tempo fa il generale Gomart, ex dirigente del servizio militare francese che ha lasciato l’esercito nel maggio 2017, spiegava: «Quest’invasione dell’Europa da parte dei migranti è programmata, controllata e accettata […]. Niente del traffico migratorio nel Mediterraneo è ignorato dalle autorità francesi, militari e civili». Il generale era effettivamente incaricato di raccogliere tutte le informazioni suscettibili di aiutare la Francia a prendere le sue decisioni. Egli analizza come il traffico migratorio in Medio Oriente e nel Mediterraneo fosse captato dai servizi segreti francesi. Questi ultimi conoscevano i posti in cui i trafficanti si scambiano i loro carichi umani e dove questi vengono stipati. I servizi segreti francesi li vedono preparare le partenze verso l’Europa dalle spiagge della Tripolitania e della Cirenaica, imponendo ai migranti una traiettoria inflessibile.

Prima di ogni partenza in mare, i trafficanti chiamano il Centro di coordinamento dei soccorsi marittimi, in Italia, ed è così che le barche europee vanno a raccogliere direttamente in mare i flussi migratori per condurli in porto, così che non si spiaggino sulle coste africane… L’invasione non è imprevedibile, non c’è quindi alcun mistero: tutto è risaputo. Si sa dove i trafficanti vanno ad approvvigionarsi di barche. Si sa che la Turchia rilascia falsi passaporti, e che le autorità incaricate di omologare preferiscono chiudere un occhio. I servizi francesi sono al corrente fin nei minimi dettagli del traffico migratorio in Africa.

Bisogna fare tutto il possibile perché gli uomini possano restare nei paesi che li hanno visti nascere. Ogni giorno, centinaia di Africani muoiono nelle acque del Mediterraneo. Resto schiantato dalla storia di quei due giovani guineani che hanno cercato di fuggire clandestinamente Conakry. Saliti nella stiva dell’aereo, sono morti di freddo durante il viaggio. Degli amici fidati mi hanno parlato di giovani provenienti dall’Africa morti nei congelatori di barche che trasportavano banane. La barbarie non può durare oltre.

In Europa, i migranti sono privati della loro dignità. Degli esseri umani vengono parcheggiati dentro a dei campi e condannati ad aspettare senza fare alcunché delle loro giornate. In Francia, la giunga di Calais era una vergogna. Come volete che un uomo senza lavoro possa trovare una vera realizzazione? Lo sradicamento culturale e religioso degli Africani gettati dentro a dei paesi occidentali che attraversano essi stessi una crisi senza precedenti è un sostrato terribile.

La sola soluzione sostenibile nel tempo passa dallo sviluppo economico dell’Africa. I capi di Stato del mio continente hanno una grande responsabilità. L’Europa non deve diventare la tomba dell’Africa.

Non sono certo che il patto di Marrakech, che ha per scopo il rinforzare la cooperazione tra i paesi in merito alle problematiche migratorie, firmato nel 2018 tra molti paesi fra cui la Francia, sia realmente foriero di un progresso. Questo testo ci promette delle migrazioni sicure, ordinate e regolari. Io temo che produrrà esattamente il contrario. Perché i popoli delle nazioni che hanno firmato il testo non sono stati consultati? I governi di questi stati, come la Francia, pensano che il popolo non sia capace di giudicare correttamente questioni tanto importanti per l’avvenire del mondo? Le élite mondialiste hanno paura della risposta della democrazia sui flussi migratori? Paesi pure diversi fra loro come l’Italia, l’Australia, la Croazia, l’Estonia, l’Austria, l’Ungheria, la Slovacchia, la Polonia, la Svizzera, la Repubblica ceca, o ancora gli Stati Uniti hanno rifiutato di firmare questo patto. A contrario, mi stupisco che la Santa Sede non sia intervenuta per apportare sfumature e complementi a questo testo, che mi sembra gravemente insufficiente.

Robert Sarah e Nicolas Diat, Le soir approche et déjà le jour baisse, 308-311

Il Global Compact e l’apporto della Santa Sede

In realtà la citazione attribuita al generale Gomart è stata ripetutamente contestata, in Francia, e dei giornalisti hanno potuto acclararne l’infondatezza verificando personalmente. È palpitante, nelle parole del Cardinale, il dolore di un figlio d’Africa, di un grande patriarca nella cui voce sembra di sentire le pulsazioni di Tertulliano. Però dire che la Santa Sede non sia intervenuta per migliorare il testo di Marrakech non è corretto, oggettivamente. Michael Czerny ha illustrato con dovizia di dettagli, nel numero de La Civiltà Cattolica a cavallo tra il 2018 e il 2019, come fin dal primo giorno del 2017 la nuova sezione del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, chiamata “Migranti e Rifugiati” e per il momento direttamente dipendente dal Santo Padre, abbia cominciato a lavorare consultando conferenze episcopali e Ong cattoliche. Ne è risultato un testo chiamato Venti Punti di Azione per i Patti Globali, strutturato attorno ai verbi-chiave “accogliere, proteggere, promuovere e integrare” (Francesco, Discorso ai partecipanti al Forum internazionale “Migrazioni e pace”, 21 febbraio 2017), che il Papa ha richiamato anche sabato a Rabat.

In tutte e tre le fasi dei lavori la Santa Sede ha dunque avuto un ruolo attivo e propositivo, facendo valere la sua esperienza sul campo e l’inestimabile conoscenza dell’umanità che porta in dote. Nelle sei sessioni informali (tre a New York, due a Ginevra e una a Vienna) si sono toccati due macroargomenti:

  1. I diritti umani di tutti i migranti, l’inclusione e la coesione sociale, nonché tutte le forme di discriminazione, compresi il razzismo, la xenofobia e l’intolleranza.
  2. Le cause che inducono la migrazione, tra le quali le conseguenze negative dei cambiamenti climatici, i disastri naturali e quelli provocati dall’uomo; la protezione e l’assistenza, lo sviluppo sostenibile, l’eliminazione della povertà, la prevenzione e risoluzione dei conflitti.

Durante la seconda sessione, mons. Ivan Jurkovič, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha ribadito «i diritti di tutti a vivere in dignità, pace e sicurezza nei loro Paesi di origine» e ha sottolineato, come già ripetutamente aveva fatto il Vaticano, i legami tra il diritto a migrare e il diritto “prioritario” a rimanere, sostenendo che la responsabilità della migrazione irregolare comincia a casa propria, ma non termina lì.

Michael Czerny, Il “Global Compact” sulle migrazioni, in La Civiltà Cattolica 4044, 553-554

Certo non si negano i limiti del documento, che comunque è «un quadro cooperativo non giuridicamente vincolante» (ivi 557), anzi:

Nel corso dell’intero processo, la delegazione della Santa Sede ha sostenuto un corretto svolgimento della negoziazione. Purtroppo, la pressione di alcune agenzie delle Nazioni Unite ha fatto sì che nella bozza fossero inserite la promozione del documento quadro delle “Priorità e principî guida” dell’Organizzazione mondiale della sanità e altre linee guida che raccomandano pratiche controverse come l’aborto per soddisfare i cosiddetti “bisogni di salute riproduttiva” all’insorgere di un’emergenza umanitaria. Benché, a differenza delle altre azioni e best practices esplicitamente menzionate nel testo, il documento quadro dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e altri orientamenti simili siano stati inclusi senza menzionarne il contenuto, si rimarca che i relativi documenti non sono mai stati negoziati, né hanno ricevuto una approvazione formale da parte degli Stati.

Ivi 556

L’influenza positiva avuta dalla Santa Sede nel corso del negoziato è quantificabile nel fatto che almeno 15 dei 20 già menzionati Punti di Azione stilati dal dicastero curiale romano alle dipendenze del Santo Padre si sono trovati rispecchiati nell’elenco dei 23 obiettivi del Global Compact. Vale la pena ricordarne alcuni:

2. Ridurre al minimo le cause avverse e i fattori strutturali che costringono le persone a lasciare il loro Paese di origine.

5. Migliorare la disponibilità e la flessibilità dei percorsi di immigrazione regolare.

6. Facilitare condizioni eque ed etiche per l’assunzione e la protezione, per garantire un lavoro dignitoso.

10. Prevenire, combattere e sradicare il traffico di persone nel contesto delle migrazioni internazionali.

11. Gestire le frontiere in maniera integrata, sicura e coordinata.

16. Mettere i migranti e la società in grado di realizzare una piena inclusione e coesione sociale.

19. Mettere i migranti e le comunità della diaspora nella condizione di contribuire pienamente allo sviluppo sostenibile in tutti i Paesi.

«Una convinzione che soggiace sia al processo – illustra Czerny – sia al patto multilaterale è che nessuno Stato può affrontare le migrazioni da solo». E questo è un punto su cui davvero chiunque si faccia carico della realtà, invece di pensare ad ampliare il proprio consenso politico, dovrebbe convenire.

La lezione di Papa Francesco

Insomma, a leggerlo per davvero, il Global Compact non è affatto un generico inno all’immigrazione incontrollata, anzi conta di poter sradicare la tratta umana senza negare i diritti di milioni di uomini che lecitamente desiderano vivere altrove, e anzitutto scardinando le condizioni che rendono appetibile a molti la fuga in confronto alla permanenza. Non pochi punti del pensiero di Sarah, dunque – a cominciare dal sacrosanto pensiero per il destino dei Paesi africani – vengono sostanzialmente a coincidere con le linee-guida del Global Compact, che con sapiente umiltà la Santa Sede non ha lasciato in mano ai globalisti alla Soros, ma ha contribuito a migliorare. Estirpare le connivenze del mondo sedicente progredito agli sfruttamenti delle risorse africane, alla vendita di armi, all’inquinamento non sostenibile, al sottosviluppo delle infrastrutture…; e aprire veri ed efficaci corridoi umanitari, nei quali chi ha legittime aspirazioni a vivere altrove ed è disposto a integrarsi nel Paese di destinazione rispettandone cultura e leggi, sia facilitato nel viaggio e nell’inserimento, secondo le possibilità dei Paesi che accolgono. E stroncare contestualmente ogni forma di tratta. Questa è la via, l’unica che sembra avere qualche chance.

Ci sarebbero molte altre considerazioni da fare sulla teologia politica di Sarah, che sembra dovere molto sia all’africano Agostino sia all’europeo Salviano, ma qui ci siamo dilungati già troppo. Vorrei concludere con gli ultimi paragrafi del discorso di Rabat da cui siamo partiti. È Francesco che spiega non solo il senso delle migrazioni, ma pure quale sia il posto dei migranti nella Chiesa.

Ciò che è in gioco è il volto che vogliamo darci come società e il valore di ogni vita. Si sono fatti molti e positivi passi avanti in diversi ambiti, specialmente nelle società sviluppate, ma non possiamo dimenticare che il progresso dei nostri popoli non si può misurare solo dallo sviluppo tecnologico o economico. Esso dipende soprattutto dalla capacità di lasciarsi smuovere e commuovere da chi bussa alla porta e col suo sguardo scredita ed esautora tutti i falsi idoli che ipotecano e schiavizzano la vita; idoli che promettono una felicità illusoria ed effimera, costruita al margine della realtà e della sofferenza degli altri. Come diventa deserta e inospitale una città quando perde la capacità della compassione! Una società senza cuore… una madre sterile. Voi non siete emarginati, siete al centro del cuore della Chiesa.

[…]

«Considerando lo scenario attuale, accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018). L’ampliamento dei canali migratori regolari è di fatto uno degli obiettivi principali del Patto mondiale. Questo impegno comune è necessario per non accordare nuovi spazi ai “mercanti di carne umana” che speculano sui sogni e sui bisogni dei migranti. Finché questo impegno non sarà pienamente realizzato, si dovrà affrontare la pressante realtà dei flussi irregolari con giustizia, solidarietà e misericordia. Le forme di espulsione collettiva, che non permettono una corretta gestione dei casi particolari, non devono essere accettate. D’altra parte, i percorsi di regolarizzazione straordinari, soprattutto nei casi di famiglie e di minori, devono essere incoraggiati e semplificati.

Proteggere vuol dire assicurare la difesa «dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio» (ibid.). Guardando la realtà di questa regione, la protezione va assicurata anzitutto lungo le vie migratorie, che sono spesso, purtroppo, teatri di violenza, sfruttamento e abusi di ogni genere. Qui sembra anche necessario rivolgere una particolare attenzione ai migranti in situazione di grande vulnerabilità, ai numerosi minori non accompagnati e alle donne. È essenziale poter garantire a tutti un’assistenza medica, psicologica e sociale adeguata per ridare dignità a chi l’ha perduta lungo il cammino, come fanno con dedizione gli operatori di questa struttura. E tra voi, ce ne sono alcuni che possono testimoniare quanto sono importanti questi servizi di protezione, per dare speranza, per il tempo in cui sono ospitati nei Paesi che li hanno accolti.

Promuovere significa assicurare a tutti, migranti e locali, la possibilità di trovare un ambiente sicuro dove realizzarsi integralmente. Tale promozione comincia col riconoscimento che nessuno è uno scarto umano, ma è portatore di una ricchezza personale, culturale e professionale che può recare molto valore là dove si trova. Le società di accoglienza ne saranno arricchite se sanno valorizzare al meglio il contributo dei migranti, prevenendo ogni tipo di discriminazione e ogni sentimento xenofobo. L’apprendimento della lingua locale, come veicolo essenziale di comunicazione interculturale, sarà vivamente incoraggiato, così come ogni forma positiva di responsabilizzazione dei migranti verso la società che li accoglie, imparando a rispettarne le persone e i legami sociali, le leggi e la cultura, per offrire così un contributo rafforzato allo sviluppo umano integrale di tutti.

Ma non dimentichiamo che la promozione umana dei migranti e delle loro famiglie inizia anche dalle comunità di origine, là dove dev’essere garantito, insieme al diritto di emigrare, anche quello di non essere costretti a emigrare, cioè il diritto di trovare in patria condizioni che permettano una vita degna. Apprezzo e incoraggio gli sforzi dei programmi di cooperazione internazionale e di sviluppo transnazionale svincolati da interessi di parte, in cui i migranti sono coinvolti come i principali protagonisti (cfr Discorso ai partecipanti al foro internazionale su “migrazione e pace”, 21 febbraio 2017).

Integrare vuol dire impegnarsi in un processo che valorizzi al tempo stesso il patrimonio culturale della comunità che accoglie e quello dei migranti, costruendo così una società interculturale e aperta. Sappiamo che non è per nulla facile entrare in una cultura che ci è estranea – tanto per chi arriva, quanto per chi accoglie –, metterci nei panni di persone tanto diverse da noi, comprendere i loro pensieri e le loro esperienze. Così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e innalziamo barriere per difenderci (cfr Omelia nella Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 14 gennaio 2018). Integrare richiede dunque di non lasciarsi condizionare dalle paure e dall’ignoranza.

Qui c’è un cammino da fare insieme, come veri compagni di viaggio, un viaggio che impegna tutti, migranti e locali, nell’edificazione di città accoglienti, plurali e attente ai processi interculturali, città capaci di valorizzare la ricchezza delle differenze nell’incontro con l’altro. E anche in questo caso molti di voi possono testimoniare personalmente quanto un simile impegno sia essenziale.

Cari amici migranti, la Chiesa riconosce le sofferenze che segnano il vostro cammino e ne soffre con voi. Raggiungendovi nelle vostre situazioni così diverse, essa tiene a ricordare che Dio vuole fare di tutti noi dei viventi. Essa desidera stare al vostro fianco per costruire con voi ciò che è il meglio per la vostra vita. Perché ogni uomo ha diritto alla vita, ogni uomo ha il diritto di avere dei sogni e di poter trovare il suo giusto posto nella nostra “casa comune”! Ogni persona ha diritto al futuro.

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