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I migranti nel cuore del Papa e del cardinal Sarah

MIGRATION
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Quasi a porre un contraltare al magistero magrebino del Santo Padre, in questi giorni la stampa internazionale (oggi il Figaro) rilancia le pagine più critiche contro le migrazioni che si trovano nel nuovo libro del cardinal Sarah. Si tratta effettivamente di due posizioni distinte e parzialmente distanti: non possono tuttavia dirsi contrapposte, perché entrambi gli ecclesiastici concordano sulla diagnosi complessiva del fenomeno e perfino alcuni spunti operativi sono coincidenti. Approfondire per capire.

Mentre sabato pomeriggio il Santo Padre ha voluto scrivere una pagina importante del proprio magistero, durante l’incontro coi migranti nella sede della Caritas diocesana di Rabat, vengono divulgate alcune parole del cardinal Robert Sarah, pronunciate in diverse interviste, che sembrerebbero contraddire la linea del Romano Pontefice e della Santa Sede nel trattamento dei flussi migratori internazionali (e tali sono nella massima parte dei casi le linee editoriali dei fogli che ospitano e rilanciano quelle dichiarazioni).

Sabato a Rabat il Papa ha richiamato anzitutto il senso del Global Compact per i migranti firmato a Marrakech:

Qualche mese fa si è svolta, qui in Marocco, la Conferenza Intergovernativa di Marrakech che ha ratificato l’adozione del Patto mondiale per una migrazione sicura, ordinata e regolare. «Il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo» (Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 7 gennaio 2019).

Questo Patto permette di riconoscere e di prendere coscienza che «non si tratta solo di migranti» (cfr Tema della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2019), come se le loro vite fossero una realtà estranea o marginale, che non abbia nulla a che fare col resto della società. Come se la loro qualità di persone con diritti restasse “sospesa” a causa della loro situazione attuale; «effettivamente un migrante non è più umano o meno umano in funzione della sua ubicazione da una parte o dall’altra di una frontiera»[1].

Quando sono andato in Polonia [nell’ottobre del 2017, N.d.R.], paese che ho sovente criticato, ho incoraggiato i fedeli ad affermare la loro identità così come hanno fatto per secoli. Il mio messaggio è stato semplice: voi siete anzitutto polacchi, cattolici, e solo successivamente europei. Voi non dovete sacrificare queste due prime identità sull’altare dell’Europa tecnocratica e senza patria. La Commissione di Bruxelles non pensa che alla costruzione di un libero mercato al servizio delle grandi potenze finanziarie. L’Unione europea non protegge più i popoli, protegge le banche. Ho voluto dire di nuovo alla Polonia la sua missione singolare nel piano di Dio. Essa è libera di dire all’Europa che ciascuno è stato creato da Dio per essere messo in un ben preciso posto, con la sua cultura, le sue tradizioni e la sua storia. Questa volontà attuale di globalizzare il mondo sopprimendo le nazioni, le specificità, è pura follia. Il popolo giudeo ha dovuto vivere l’esilio, ma Dio l’ha ricondotto nel suo paese. Cristo ha dovuto fuggire Erode in Egitto, ma alla morte di Erode è tornato nel suo paese. Ciascuno deve vivere nel suo paese. Come un albero, ciascuno ha il suo suolo, il suo ambiente in cui può crescere perfettamente. Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi.Le dichiarazioni del cardinal Sarah sembrano andare in senso opposto, e ciò tanto con riferimento particolare al Global Compact quanto con più generale critica dell’immigrazionismo globalità. Io stesso, che del Cardinale ammiro la radicalità e l’austerità, ho tradotto un paio di giorni fa una di queste interviste(rilasciata a Laurent Dandrieu per Valeurs Actuelles), della quale anzi è utile riportare qui il passaggio relativo alle migrazioni:

[…]

I leader politici che parlano come me sono minoritari, al giorno d’oggi? Non lo penso. Esistono molti paesi che vanno in questa direzione, e questo dovrebbe condurci a riflettere. Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invasa dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo.

In questo passaggio di Sarah convergono alcune importanti direttrici del pensiero politico-teologico del porporato: esplicitamente menzionata la similitudine con la crisi dell’impero romano; la tecnocrazia dell’Europa delle banche e l’immigrazione pianificata su tavoli opachi sono le due forze eversive che Sua Eminenza descrive in atto (altrove, richiamandosi alla similitudine con la decadenza tardo-antica, le chiama rispettivamente “barbarie materialistica” e “barbarie islamista”). Ci torneremo.

Un’anomalia metodologica in Sarah

Quel che colpisce invece in questi due paragrafi è che si dà una vistosa differenza metodologica nelle risposte, rispetto a quelle agli altri quesiti di Dandrieu: mentre infatti Sarah è solito rispondere richiamandosi sempre cristallinamente alle Scritture, alla Tradizione della Chiesa, al Magistero (specialmente pontificio) – e lo fa tanto vigorosamente da relativizzare senza mezzi termini le posizioni difformi di preti, vescovi e Conferenze episcopali – su questo punto il richiamo al depositum fidei si fa secondario e perfino arrancante.

Sua Eminenza vuole affermare che «è una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione»? Un’affermazione forte, ma da tanto prelato il lettore si aspetta un argomento competente, specie per affermare che «ciascuno deve vivere nel suo paese – come un albero, ciascuno ha il suo suolo, il suo ambiente, in cui crescere perfettamente». E accanto a questa ulteriore similitudine – debole invero, dacché gli alberi vengono trapiantati ed esportati, entro certi limiti – nessun vero argomento teologico. In realtà sarei rimasto più meravigliato se ne avessi trovati: tutta la storia della salvezza, da Abramo agli Apostoli, da Mosè a Zorobabele, è una narrazione di peregrinazione e migrazione su lunghe distanze, attraverso culture estranee quando non ostili. I missionari che hanno animato le grandi pagine di evangelizzazione della Chiesa (pagine magnificate dallo stesso Sarah nella medesima intervista!) contravvengono un tanto ingiustificato assioma: egli stesso, Robert Sarah, nato in Guinea e che ha trascorso gran parte della vita girando il mondo come servizio alla Chiesa universale, contravviene quell’assioma. Tutti i numerosi esempi che nel 1952 Pio XII riassunse nella Costituzione Apostolica Exsul Familia contravvengono l’assioma. Il cardinal Sarah si riduce allora a osservare «quanti leader politici» pensano le stesse cose, e non si può non cogliere del paradosso nel vedere che il principio della concordantia auctoritatum, rigettato per vescovi e Conferenze episcopali, sembra valere per i politici! Perché non esiste un fondamento teologico a una simile affermazione.

È invece vero il contrario: «Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti» (Mt 13,33). La vitalità del cristianesimo non si pone l’essere minoranza come un problema, anzi – proprio come fa la pasta madre – si ravviva quando viene nuovamente trapiantata e posta in un contesto “non lievitato”. Coincidenza, lo diceva proprio ieri mattina Papa Francesco, mentre nella cattedrale di Rabat incontrava i sacerdoti, i religiosi, i consacrati e il Consiglio ecumenico delle Chiese:

Penso che la preoccupazione sorge quando noi cristiani siamo assillati dal pensiero di poter essere significativi solo se siamo la massa e se occupiamo tutti gli spazi. Voi sapete bene che la vita si gioca con la capacità che abbiamo di “lievitare” lì dove ci troviamo e con chi ci troviamo. Anche se questo può non portare apparentemente benefici tangibili o immediati (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 210). Perché essere cristiano non è aderire a una dottrina, né a un tempio, né a un gruppo etnico. Essere cristiano è un incontro, un incontro con Gesù Cristo. Siamo cristiani perché siamo stati amati e incontrati e non frutti di proselitismo. Essere cristiani è sapersi perdonati, sapersi invitati ad agire nello stesso modo in cui Dio ha agito con noi, dato che “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Naturalmente quella sola affermazione di Sarah è quella che detta i titoli dei giornali, alcuni dei quali hanno interessi politici a rappresentare il cardinale guineano come campione dell’ostilità alle migrazioni (e di sponda come antagonista del Romano Pontefice).

Nello stesso passaggio sopra citato sono presenti altre osservazioni, inerenti alla dignità dei migranti, al bieco cinismo dei traffici d’uomini, al triste destino che spesso in Europa attende molti migranti, fra cui non pochi connazionali del Cardinale.

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