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Eugenio Corti alla moglie: mi manca qualcosa che la tua bellezza promette di colmare

EUGENIO, VANDA, CORTI
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Nel 1947 scrisse una lettera a quella che sarebbe diventata sua moglie Vanda: "Nella mia solitudine, quando ho visto te, mi è sembrato che la tua bellezza esteriore non fosse, come molte, soltanto esteriore, ma fosse lo specchio di quella dell’anima".

“Senza un po’ di femminilità che mi accompagni, sento di intristire”: la contrapposizione dei sessi che ha procurato così tante sterili discussioni negli ultimi decenni è in queste parole sciolta in compagnia. Quella frase quasi buttata lì con semplicità contiene un mistero umile del matrimonio, intenso da meditare: «non si può continuare a donare senza ricevere».

Il guasto dell’umano e la primavera dell’amore

Colpisce molto, nella lettera, quell’ammissione così sincera che molti eviteremmo di scrivere come primo approccio a qualcuno che ci piace: “Sono altro ancora, di miseria e anche di male“. È forse una delle caratteristiche che più schiette dell’uomo che vive in pienezza di gioia il messaggio cristiano, partire dalla dottrina positiva del peccato originale. La persona, nella sua solitudine, non solo è manchevole di qualcosa per la propria felicità, ma è anche incapace di perdono al male. L’amore è l’ipotesi, se vogliamo umilissima, di accettare che l’io per essere davvero se stesso la smetta di guardarsi allo specchio; da fuori, dalla voce di un altro, deve arrivare la carezza del bene e anche la mano che pulisce le macchie o che accompagna alla fonte dove lavarsi.

Non si può solo dare, per essere; per essere occorre fare esperienza di cosa sia un dono, di ricevere. Il protagonismo, l’attivismo, l’esercizio delle proprie capacità diventano facilmente un regno di dittatura assoluta se, contemporaneamente, l’io smette di sentirsi manchevole, monco, ovvero continuamente bisognoso di ipotesi, risposte, proposte che da solo non sa produrre. La bocca produce la nostra voce, ma è anche ciò che accoglie il nutrimento che da solo il corpo non produce: ecco cosa è un sano equilibrio umano. Il matrimonio – ma allo stesso modo ogni genere di vocazione, anche quella claustrale – mette al centro la relazione con l’altro togliendo il singolo dal buco nero dell’egocentrismo; ed è l’unica via d’uscita dalla pazzia maniacale di chi presume di voler sbrogliare da solo il dramma di vivere.

Eugenio e Vanda Corti hanno vissuto l’intimità della loro relazione senza clamore. Un bellissimo servizio fotografico curato da Roberto Nistri ce li mostra l’uno accanto all’altra in età avanzata. Uno scatto in particolare, li inquadra con due sguardi che divergono, lei fissa qualcosa in alto e lui invece guarda più verso il basso.

EUGENIO, VANDA, CORTI
Roberto Nistri

Il matrimonio regala la benedizione della divergenza, non dell’omologazione. L’amore non fa di un uomo e una donna due rette parallele che procedono su percorsi identici e separati, è una vera manna quando si apre questo angolo tra due segmenti divergenti: uno verso il cielo, l’altro verso la terra …. e in mezzo tutta l’ospitalità di cui siamo capaci (a contenere il bene e il male, ad accogliere la vita e la morte, a incontrare eventi e presenze).

So che questo nostro tempo valorizza le frasi brevi, i monologhi incisivi, i montaggi frenetici. Ai lettori che se la sentono di essere rivoluzionari … e possono godere della lentezza del tempo, propongo un passo de Il cavallo rosso, in cui l’autore descrive lo sbocciare di un amore e in cui senz’altro Corti dice qualcosa del suo amore per Vanda. L’arrivo puntuale della primavera ci ricorda ogni anno che il Creato contiene una promessa di fioritura nel bene per ciascuno, che viene proprio dopo l’inverno. Così i molti inverni dei nostri egoismi si sciolgono solo quando molliamo la presa e ci mettiamo nelle mani di qualcuno, ci tuffiamo in un rapporto umano d’amore che ci introduca al rapporto originale con chi ci ha amato dal principio:

Era in arrivo la primavera: lo si avvertiva anche sul vecchio tram articolato che portava beccheggiando – e sui rettilinei più lunghi come caracollando – Michele a Milano. […] Il giovane rimise carta e matita in tasca e tornò a guardar fuori. S’accorse che tra le erbacce morte e allettate spuntavano di già quelle nuove, d’un color verde tenero in mezzo a tutto quel grigiore. “Guarda, il miracolo della primavera, anche qui in periferia, come dappertutto! Bisogna riconoscere che la natura il suo dovere non manca di farlo, che non viene meno ai suoi compiti. A sciupare le cose, qui come dovunque, sono puntualmente gli uomini.” Rifletté: “Ecco un’altra dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, del guasto che l’uomo si porta dentro. Davvero se non ci si rifà al precedente del peccato originale (per oscuro che esso sia: chissà cos’è successo in realtà!) mai e poi mai si potrebbe capire il comportamento umano.” In lui, ch’era poeta, sulle riflessioni andò tuttavia prevalendo – rapidamente – il senso della primavera in arrivo: entro poche settimane – si disse – sarebbero spuntate le viole, le quali a Nova, su certe prode esposte a mezzogiorno, apparivano già a metà marzo. Che festa, quand’era bambino, le prime viole! Le raccoglieva infilando le piccole dita tra le erbe secche, ne metteva insieme due o tre, e le portava gioioso alla donna attempata che lo accudiva: «Senti che buon odore, Ersilia.» “ E se quest’anno facessi una scappata a Nova, a raccogliere le viole per Alma?”. […] Ad Alma le viole starebbero bene nei capelli, attorno alla testolina nitida: “Messe a corona: così per esempio, oppure in quest’altro modo, o in quest’altro…” Il giovane vedeva con gli occhi della mente la testa di lei ornata nei diversi modi: se la prospettava con una tale forza d’immaginazione da averla quasi realmente davanti. Per qualche istante non lo toccava più il grigiore delle periferie, non vedeva più la gente affollata nel tram, la dimessa gente popolana di sempre: sul lungo tram articolato correvano, insieme con lui, Almina e la primavera. (da Il cavallo rosso)

 

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