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Cosa significa morire per amore di Cristo? 3 riflessioni imperdibili per questa Quaresima

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di Pablo Perazzo

La Quaresima è un tempo di conversione in vista della Pasqua, un periodo per pentirci dei nostri peccati e vivere più vicino a Cristo. Compiamo uno sforzo per vivere come figli di Dio. È un tempo di riflessione, penitenza, conversione spirituale. Cristo ci invita ad ascoltare la sua Parola, a pregare, a condividere con il prossimo e a compiere buone azioni.

Sono tre punti su cui possiamo riflettere per vivere una Quaresima molto più dedita a Dio per capire un po’ meglio cosa intende Cristo quando ci dice di rinnegare noi stessi, amare i nostri fratelli e prendere su di noi la croce che ci ha dato.

1. Aprire il cuore al mistero d’amore di Cristo

pixabay

È un periodo per imparare a conoscere e apprezzare la Croce di Gesù. In questo modo impariamo a prendere su di noi la nostra croce con gioia per arrivare alla resurrezione. Il Signore Gesù ci ha detto: “Allora Gesù disse ai suoi discepoli: ‘Se uno vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà’” (Matteo 16, 24-25) Cosa significa questo paradosso: “Chi avrà perduto la sua vita… la troverà”? Sembra insensato, una follia.

“Sono stato crocifisso con Cristo: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Galati 2, 20). L’unico modo per partecipare all’opera riconciliatrice operata da Gesù sulla croce è morire al nostro peccato, al nostro uomo vecchio – di cui parla San Paolo in Romani 6, 6 – con le sue cattive abitudini. Prendere su di noi la nostra croce significa l’opzione di fede per morire ai nostri peccati. È la follia della Croce.

Cristo, per amor nostro, ha vissuto questa follia della Croce: “pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” (Filippesi 2, 6-8).

2. La carità cristiana non è fatta di “gesti alla carta” per tranquillizzare la coscienza

“Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto” (1 Giovanni 4, 20). Se amiamo Dio, questo deve riflettersi nell’amore per gli altri. Se il nostro amore nei confronti di Dio è autentico, il rapporto con i nostri fratelli è frutto di questo amore.

Dev’essere un amore che sradica ogni tipo di egoismo, falsità, menzogna, interesse e convenienze personali. Essere disposti, come Cristo, a sacrificarci per gli altri, essere radicalmente generosi, dediti e servizievoli implica il fatto di cercare chi è malato, chi è triste, afflitto o angosciato, chi non ha protezione, il bisognoso. Chi ha già perso la speranza e sperimenta un profondo vuoto interiore.

Non è un’opzione facile. Comporta delle spine. Il cammino del cristiano è l’amore, ma implica la sofferenza della croce. Il cristiano prende su di sé la sua croce, e compie un’opzione d’amore per prendere su di sé la croce degli altri. L’amore per Cristo e per i fratelli è il pazzo paradosso della Croce, ma noi che lo viviamo sappiamo che è la via autentica per la felicità.

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