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Oxford proibisce a studiosa di assistere a convegno su donne e diritti: ha una bambina

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Ania Kordala, la ventisettenne esclusa da un convegno oxoniense sui diritti della donna per il fatto di avere una bambina con sé.
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Il convegno è passato quasi inosservato, anche se la relatrice principale – Julia Gillard, ex premier australiana – era di rilievo internazionale: i titoli dei giornali sono stati monopolizzati dalla vicenda di Ania Kordala, vittima di “discriminazioni di genere” (le mamme sono tutte donne) mentre in sala parlavano di diritti delle donne.

Martedì scorso al Sheldonian Theatre nel campus universitario di Oxford è stata invitata Julia Gillard, ex primo ministro dell’Australia, a tenere un discorso dal titolo: “Donne e leadership: combattendo per un mondo equo”. L’argomento, come si evince dal titolo, riguardava i diritti delle donne.

Voleva partecipare all’evento anche la studentessa Ania Kordala, 27 anni, la quale, come da procedura, si è iscritta, chiedendo per e-mail agli organizzatori il permesso di portare con sé la figlioletta.

Sì, perché Ania è una giovane madre, che, con il coraggio e la fatica che possiamo immaginare, porta avanti i suoi studi occupandosi anche di una piccola bambina.Voleva partecipare all’evento anche la studentessa Ania Kordala, 27 anni, la quale, come da procedura, si è iscritta, chiedendo per e-mail agli organizzatori il permesso di portare con sé la figlioletta.
Ania si è seduta in teatro, insieme alla piccola Pola, la quale, in attesa dell’inizio dell’intervento, balbettava quieta.

L’evento era appena iniziato, quando una signora dell’organizzazione tecnica si è avvicinata e le ha intimato di andarsene immediatamente: «Sei proprio accanto al cameraman, devi andartene ora», le avrebbe detto.

La giovane ha allora proposto di trasferirsi dall’altra parte della stanza, ma niente: doveva andare via, fuori.

Un po’ sconcertata, ha allungato le mani per radunare le sue borse, dove aveva l’occorrente per la piccola, ma pure questo non le è stato permesso: un amico avrebbe dovuto portarle fuori per lei.

Sento la stanza riempirsi di applausi mentre Julia Gillard sale sul palco e inizia a parlare. A proposito di donne e leadership. A proposito di uguali diritti e opportunità.

Ania è uscita ed ha cominciato a scrivere su twitter:

Più tardi l’Università di Oxford e il Dipartimento Nuffield sulla salute della popolazione si congratuleranno con se stessi per aver organizzato un evento del genere ed essere in prima linea nella lotta per l’uguaglianza.

Il discorso verrà guardato molte volte e probabilmente riceverà anche una copertura mediatica. Ma questo è solo un lato della storia.

L’altro lato della storia è un genitore studente che voleva essere parte del discorso. Che ha letteralmente combattuto a suo modo nell’edificio nonostante gli sia stato detto “no”.

Che l’ha fatto all’interno ed è stato espulso quasi subito dopo. Che è fuori dall’edificio quando tutti gli altri sono dentro.

Un portavoce dell’Università di Oxford si è rammaricato per il disguido, dovuto, pare, ad una incomprensione tra la squadra esterna di tecnici che doveva filmare l’evento e gli organizzatori, che invece generalmente accolgono bambini e famiglie durante gli eventi. Il problema, come sempre, è riempirsi la bocca di belle parole e di proclami teorici per poi disattenderli nella pratica quotidiana, con sistematica noncuranza. 

Sotto l’articolo del Dailymail che riporta la notizia si legge, tra i commenti, anche questo:

Per essere onesti, non c’è davvero una discussione. Sì, il discorso riguardava l’uguaglianza per le donne, ma non c’è davvero bisogno di includere un potenziale bambino irrequieto. Mi sento frustrata dalle madri che si rifiutano di calmare i loro iper bambini al cinema. Solo perché il film sembra essere per i bambini, non significa che i miei figli debbano sopportare il loro bambino rumoroso e piangente.

Questo commento racchiude in poche parole tutti i temi che alimentano il moderno astio per i bambini: abbiamo la competizione tra madri a chi è la più brava (i miei figli al cinema stanno zitti, quelli delle altre no), la totale mancanza di pazienza verso i bambini e il giudizio dei loro comportamenti fatto secondo le esigenze degli adulti, nonché l’espulsione della parola “bambini” dal tema della difesa dei diritti delle donne.

Il fatto che una donna sia madre, possa esserlo, voglia esserlo, non è più considerata una caratteristica intrinseca del genere femminile, bensì una semplice marginale annotazione, come il colore dei capelli: c’è chi si tinge di biondo e chi di nero, c’è chi ha figli e chi no.

Le madri sono messe all’angolo da una mentalità che accolla a loro e solamente a loro la responsabilità totale connessa alla prole, in quanto i figli sarebbero il frutto di una scelta personale, senza alcuna valenza collettiva, spesso intesa anche con una sfumatura di egoismo (hai voluto un figlio? Adesso sono affari tuoi!)

Con disprezzo massimo vengono accolte le famiglie numerose, accusate persino di fare danni alla terra che è a rischio sovrappopolamento.

Quindi la leadership alle donne è concessa, pure sponsorizzata, solo se si tratta di donne senza figli: per loro la parità è una strada spianata, agevolata dalle quote rosa stabilite dai codici etici sempre più diffusi in ogni ambito e tanto amati dal politically correct.

È ora che i temi del femminismo e della difesa delle donne tornino a mescolarsi con la gente comune e a parlare di questioni vere: la conciliazione pratica della maternità con l’attività lavorativa; il diritto a realizzarsi anche attraverso la maternità, senza che gli ostacoli di natura economica pongano insormontabili veti; il riconoscimento del grande valore sociale della maternità e la sua indisponibilità come servizio cedibile. Quanto siano utili i discorsoni senza fondamento pratico, però, è sempre più evidente: pure la sala del Sheldonian Theatre, col suo ospite illustre, non era affatto piena e non c’è traccia su internet di un resoconto dell’evento. Di tutto quel mare di parole, è rimasta solo la polemica di Ania, rimbalzata su più testate. Perché la realtà accetta di essere contraddetta solo fino ad un certo punto e poi presenta il conto.

Secondo l’Osservatorio nazionale mobbing in Italia negli anni 2013-2015 sono state licenziate o costrette a dimettersi 800 mila donne, di cui 350 mila sono quelle discriminate per via della maternità o per richieste che tendevano ad armonizzare il lavoro con le esigenze famigliari. Inoltre, a causa del mobbing post-partum, cioè la tendenza dei datori di lavoro a demansionare o emarginare le donne al rientro dalla maternità, 4 donne su 10 sono state costrette a dare le dimissioni: 21% al Sud, 20% al Nord-Ovest, 18% al Nord-Est – il resto nelle isole e nelle periferie.

A quando un convegno su questo?

[link all’articolo originale comparso su Breviarium]

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