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4 casi di sacerdoti ingiustamente incarcerati per abusi sessuali che non hanno commesso

Francisco Vêneto - pubblicato il 29/03/19 - aggiornato il 29/03/19

Caso 2: Stati Uniti, 2016

L’influente rivista statunitense Newsweek ha pubblicato un lungo reportage sulla serie di falsità dell’ex chierichetto Daniel Gallagher, diventato noto nel Paese come “Billy Doe”. Le menzogne del giovane hanno provocato l’ingiusta condanna di tre sacerdoti e un professore dell’arcidiocesi di Philadelphia, accusati di abusi sessuali nei suoi confronti.

Newsweek - Twitter

Nel 2011, Daniel Gallagher, allora 22enne, ha affermato di essere stato violentato in varie occasioni dai sacerdoti Charles Engelhardt ed Edward Avery (quest’ultimo ha finito per abbandonare il ministero sacerdotale) e dal professore Bernard Sheroe quando frequentava la scuola della parrocchia di San Girolamo di Philadelphia. La sua testimonianza ha portato alla condanna dei tre presunti aggressori e anche del sacerdote William Lynn, ex vicario dell’arcidiocesi per le questioni legate al clero, considerato colpevole di copertura. È stato il primo caso nella storia in cui un amministratore cattolico è stato condannato per questo tipo di accusa.

Il processo si è esteso contro l’arcidiocesi di Philadelphia, condannata a pagare a “Billy Doe” un indennizzo di circa 5 milioni di dollari, pagamento effettuato nell’agosto 2015.

Il sacerdote Charles Engelhardt è morto in carcere nel novembre 2014, dopo una richiesta respinta di sottoporsi a un intervento cardiaco.

Fin dalle prime accuse lanciate da “Billy Doe” nel 2009, il giovane ha presentato almeno nove versioni diverse dei presunti abusi di cui sarebbe stato vittima. La sua storia, per quanto si sia dimostrata inconsistente, è bastata per attirare l’attenzione della giornalista Sabrina Rubin Erdely, della rivista Rolling Stone, che nel 2011 ha dato voce alle denunce del giovane in un lunghissimo articolo intitolato The Catholic Church’s Secret Sex-Crime Files (“Gli archivi segreti dei crimini sessuali della Chiesa cattolica”), testo che descriveva “Billy Doe” come un “bambino dolce e amabile”.

La stessa giornalista ha scritto in seguito del caso di “Jackie”, studentessa dell’Università della Virginia che dichiarava di essere stata violentata da 7 uomini durante una festa universitaria. Poco tempo dopo si è scoperto che la storia del 2014, per settimane nei titoli dei media statunitensi e mondiali, non era altro che una bugia di “Jackie”.

La rivista Rolling Stone ha dovuto ritrattare pubblicamente, e ora affronta un processo per diffamazione.

Tornando al caso dei sacerdoti accusati a seguito di menzogne simili, la congregazione religiosa di padre Engelhardt, gli Oblati di San Francesco di Sales, ha assunto lo psichiatra forense Stephen Mechanik per valutare “Billy Doe”. Nel rapporto di 40 pagine, diffuso dalla rivista Newsweek, lo psichiatra mostrava i risultati degli esami del MMPI-2 (Inventario di Personalità Multifase del Minnesota) applicati al giovane accusatore. Negli esami, “Billy Doe” ammetteva di aver mentito e di aver fornito “informazioni poco affidabili” sul caso.

Per dimostrare che il giovane “non è sempre stato onesto con chi gli ha offerto servizi medici”, lo psichiatra ha effettuato una minuziosa revisione dell’iter clinico di Daniel Gallagher, “Billy Doe”: addirittura 28 istituti tra cliniche di riabilitazione per uso di droghe, ospedali, medici e consulenti sanitari.

In una delle menzogne di Gallagher, raccontata nel 2007 e ripetuta nel 2011, diceva di essere “paramedico e surfista professionale” e sosteneva di aver dovuto abbandonare lo sport per via della dipendenza dalle droghe. Il ragazzo aveva anche affermato di soffrire di ernia del disco, ma il dottor Mechanik ha constatato che nessun referto medico indicava una diagnosi di questo tipo. Quanto alle accuse di abusi sessuali, secondo il perito il giovane aveva presentato “informazioni contraddittorie e poco affidabili” quando ai dettagli dei presunti attacchi, il che implicava che non fosse “possibile concludere con un ragionevole grado di certezza psichiatrica o psicologica che il signor Daniel Gallagher fosse stato abusato sessualmente”.

Il percorso di Gallagher include fatti verificati come il consumo e il traffico di eroina, oltre all’espulsione da due scuole secondarie e il passaggio per 23 centri di riabilitazione per uso di droghe nell’arco di 10 anni. È stato anche arrestato 6 volte per furto e traffico di droga, incluso un caso di possesso e tentativo di distribuzione di 56 pacchetti di eroina.

“Curiosamente”, nulla di tutto ciò sembra aver insospettito la Giustizia statunitense, che ha dato credito al giovane nonostante la mancanza di prove, e basandosi solo su accuse contraddittorie ha condannato ingiustamente al carcere i tre sacerdoti cattolici e il professore indicati come stupratori.

E non erano certo mancati i segnali di allarme: in una dichiarazione confidenziale ottenuta e divulgata da Newsweek, il detective Joseph Walsh è stato consultato, il 29 gennaio 2015, su nove contraddizioni importanti nella storia di Gallagher, e ha testimoniato che quando ha interrogato il ragazzo sulle contraddizioni Daniel ha adottato tre atteggiamenti: o rimaneva seduto senza dire nulla, o si limitava a sostenere che era drogato o raccontava un’altra storia diversa.

Newsweek affermava anche che c’era una serie di ragioni per credere che Daniel Gallagher mentisse in modo reiterato. La pubblicazione citava come esempio, oltre a quelli menzionati, dei registri scolastici di numerose denunce di lesioni fisiche e psichiche presumibilmente subite dal ragazzo – tutte smentite.

Tutto questo ha portato il Tribunale Superiore dello Stato della Pennsylvania ad annullare, il 22 dicembre 2015, per la seconda volta la condanna del sacerdote William Lynn e a ordinare un nuovo processo. Tre giudici hanno concluso che il magistrato di prima istanza, M. Teresa Sarmina, aveva ammesso come prove 21 accuse aggiuntive di accuso sessuale contro il sacerdote, ma queste risalivano al 1948, tre anni prima della nascita del presbitero.

Al funerale di padre Engelhardt, il superiore provinciale degli Oblati di San Francesco di Sales, padre James Greenfield, ha rivelato che alla vigilia del processo il sacerdote defunto aveva ricevuto la proposta di “negoziare un accordo per uscire di prigione e svolgere servizi comunitari”. Il presbitero aveva preferito rimanere in carcere “perché non intendeva spergiurare contro se stesso dichiarandosi colpevole di un crimine che semplicemente non aveva commesso”.

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