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La Streisand: Micheal Jackson aveva i suoi bisogni sessuali e quei bambini non sono morti. Poi ritratta

JACKSON E STREISAND
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La Fair Lady ha ritrattato le esternazioni sui casi al centro del documentario Leaving Neverland, che racconta le molestie sessuali che avrebbero subito Wade Robson e James Safechuck, secondo le loro stesse testimonianze.

Il fenomeno entro il quale si può incorniciare la notizia è il legame tra pedofilia e showbiz, ma la news circoscritta è quella dei commenti che Barbra Streisand ha rilasciato in un’intervista al Times in seguito alla diffusione del documentario Leaving Neverland, nel quale due delle presunte vittime, in piena infanzia all’epoca dei fatti, hanno raccontato degli abusi che avrebbero subito dalla popstar per antonomasia, Micheal Jackson, nella sua tenuta fiabesca, Neverland appunto.

Il commento di Barbra Streisand sul caso Micheal Jackson “riaperto” dal docufilm “Leaving Neverland”

Detto questo, veniamo alle parole di Barbra Streisand, quelle che le hanno guadagnato una tempesta di insulti (shitstorm, in gergo social) e che lei ha poi altrettanto “tempestivamente” rettificato. Dicendo proprio quello che nella precedente dichiarazione negava, ometteva o sfumava.

In un’intervista con il Times, Streisand ha affermato che crede assolutamente ai racconti di Wade Robson e James Safechuck, i due bambini – ora adulti – che raccontano delle molestie subite in passato. Ma nonostante questo, in qualche modo, sembra giustificare la popstar: “I suoi bisogni sessuali erano i suoi bisogni sessuali, causati da qualunque infanzia avesse avuto o dal suo DNA”. Streisand afferma anche che i due bambini oggi sono “sposati e hanno avuto dei figli. In fin dei conti, non li ha uccisi”. “Puoi dire che siano stati ‘molestati’, ma quei bambini, come li potete sentire dire, erano entusiasti di essere lì”. (Rolling Stones)

I bisogni sessuali, di qualunque tipo, sono quindi un lasciapassare intoccabile per ogni tipo di comportamento? E i bambini, in questo caso, possono essere ridotti senza battere ciglio, a oggetto sessuale di cui godere? È questo che dice, di fatto, la diva, cercando poi una sponda impossibile nel consenso (altro nulla osta contemporaneo per qualsiasi aberrazione) che questi bambini avrebbero espresso.

La diffusione del documentario per la televisione

Il documentario, della durata di 4 ore, diretto da Dan Reed, ha debuttato 25 gennaio al Sundance Film Festival e racconta la storia di Wade Robson e James Safechuck, due ragazzi che presumibilmente furono abusati sessualmente dalla pop star quando avevano rispettivamente sette e dieci anni (vedi FoxLife).

La HBO, che lo ha prodotto insieme con Channel 4, lo ha trasmesso in due parti il 3 e il 4 marzo scorsi. Le reazioni, già dal suo debutto al festival, non si sono fatte attendere. La famiglia di Jackson è andata su tutte le furie al solo annuncio della proiezione,

negando le accuse, mettendo in dubbio la credibilità dei due e sostenendo che il film “viola tutte le norme e l’etica del documentario e del giornalismo. È una vergogna”. (Rolling Stones)

e ha ricordato proprio da quelle accuse che sono al centro del lunghissimometraggio il Re del pop era stato scagionato. E che proprio le due presunte vittime avevano affermato sotto giuramento che tra loro e Micheal Jackson non era successo nulla di inappropriato. Di sicuro il processo mediatico e a morto sepolto, la damnatio memoriae di un divo che diventa capro espiatorio di un sistema che forse vuole proseguire con le proprie abitudini, non è una modalità da abbracciare o scusare.

Ma, detto questo, come farebbe un bambino, sedotto dalla ricchezza, dal lusso, dagli agi, con tutta la famiglia chissà quanto involontariamente complice, a liberarsi del controllo di un adulto e di quel peso? Che le accuse, in caso siano vere, siano tornate fuori ora che i bambini sono diventati adulti è altamente verosimile e anzi depone proprio a favore loro. La pellicola è arrivata anche in Italia, trasmessa il 19 e il 20 marzo scorso su canale 9. Ed è arrivata anche, riportata sulle pagine della rivista Rolling Stones, la reazione a caldo della Fair Lady.

Barbra Streisand corregge il tiro

Diamole atto che ha ritrattato e con chiarezza; però non può che continuare a stonare la sua prima sbrigativa liquidazione della faccenda. Erano contenti di essere lì, ora sono sposati, stanno bene, in fondo non li ha ammazzati. Come avesse potuto, da dietro lo schermo, dire quello che avrebbe detto tra amici, in un dopocena qualunque. Insomma di che si lamentano? erano contenti, no? Passami il sale, per favore.

Così facendo non attribuisce di fatto ai bambini una autonomia di giudizio, di esercizio della libertà contro adulti manipolatori, una forza che invece strutturalmente non possono avere? (E se è vero che costoro non sono morti, molte vittime di abuso invece muoiono suicide o per overdose – che sono quasi sinonimi. E chi sopravvive ha una specie di morte interiore. Quindi, sì, sono morti in un certo senso).

E anche questo appare come un tratto familiare di quella corrente sempre più impetuosa e torbida che vuole “liberare” i bambini e la loro sessualità; che si batte (ma non fatemi ridere!) per la loro autodeterminazione e il “diritto” all’amore. E tutte le altre assurdità che però con sempre maggiore sistematicità ci vengono proposte, suggerite, buttate là sperando nell’ormai confermato effetto di assuefazione.

Comunque. Così ha dichiarato la Streisand, aprendo in ritardo l’ombrello per la pioggia – diciamo di fango – che l’ha investita:

“Per essere del tutto chiara”, ha spiegato la cantante e attrice, “non esiste circostanza per cui sia accettabile approfittarsi di degli innocenti. Le storie di Wade Robson and James Safechuck (due dei piccoli coinvolti nella vicenda, ndr) sono paurose e provo solo empatia nei loro confronti”. Streisand ritratta anche per quanto riguarda le accuse che aveva fatto ai genitori dei due, che non avrebbero tutelato i loro figli a dovere e quindi sarebbero in parte responsabili. “Il compito dei genitori è proteggere i propri figli. Ma quei genitori, forse sedotte dalla fama, sono vittime a loro volta”, ha aggiunto ora. (Ib)

La normalizzazione della pedofilia nei media è una moda globale, anche italiana

E in Italia, nel frattempo, che succede? Forse per quanto riguarda questo trend non dobbiamo aspettare come ci capita da sempre che la moda attraversi l’Atlantico. È già arrivata. Solo pochi giorni fa abbiamo potuto raccogliere nel discinto salotto della ahinoi nostra Barbara le confessioni di una Titocchia qualunque, sull’amore per un bambino, UN BAMBINO!, di 11 anni. Una sfacciataggine incredibile. Non bastava più il semplice pessimo gusto, no. Ora occorre istigare alla pedofilia, collaborare al suo già piuttosto avanzato sdoganamento. Pecuniat non olet più di quanto non puzzi invece l’animo umano quando si presta a tanto scempio.

Ma in Italia abbiamo anche leoni sempre nell’arena a combattere come Don Fortunato di Noto che denuncia, lancia l’allarme, chiama a raccolta. Proprio lui ci ha ricordato che l’istigazione alla pedofilia è e resta reato. Non è triste che lo si debba ricordare, spiegare?

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