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Depressione, suicidi, solitudine. I social media uccideranno i nostri figli?

CHILD, PHONE, ADDICT
Rawpixel | Shutterstock
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I dati sulle conseguenze neurologiche della dipendenza da internet sono allarmanti, ma non siamo inerti. Genitori ed educatori possono innescare percorsi virtuosi, facendosi portatori sani di "frustrazione".

Ogni giorno mi riprometto di smetterla di essere la madre che strilla: “Spegni quel computer!” o “Piantala con quel telefono!”. Cioé: continuerò a farlo, ma vorrei fare anche altro … qualcosa di più rinvigorente del puro urlo ai buoi scappati dal recinto. Vorrei anche cambiare certe patologie che riconosco molto bene su me stessa, innanzittutto un’ansia frenetica che lievita sempre più. Proprio facendo ciò che spesso impedisco ai miei figli di fare – buttare l’occhio su Facebook nei tempi morti – mi sono imbattutta in un video allarmante, che denuncia un crescente disagio del nostro cervello a causa dell’abuso di social media. Ovviamente mi sono perfettamente ritrovata nella descrizione di certe consuetudini, ma oltre all’allarme sarebbe bene anche rimboccarsi le maniche.

Fuor di metafora: sono sovrabbondanti gli studi e gli appelli che denunciano i gravi danni della dipendenza da internet, ma è evidente che questi mezzi di comunicazione non spariranno dalla faccia della Terra come i dinosauri. È necessario che la macchina virtuosa dell’educazione ingrani la marcia e proceda spedita.

Come in ogni piano di battaglia che si rispetti, comincio da uno sguardo generale sul nemico.

ADHM e FoMO, acronimi strani di un vissuto molto comune

Non ho potuto fare a meno di riconoscere anche il mio ritratto nelle parole di Federico Pistono che, in un video molto cliccato, denuncia la crescita pericolosa di nuove malattie mentali derivate dal tempo e dal modo in cui usiamo i social media:

Lo span (finestra NdR) di attenzione è stato ridotto drasticamente, perché tu scorri Facebook e Instagram in tre secondi e poi … boom! … o ci sei, o sei via. E questo porta a una riprogrammazione del tuo cervello. Anche tutta la comunicazione delle aziende, delle pubblicità è stata riprogrammata per attirarti ogni tre secondi e per far leva sulle tue emozioni primarie: la paura, l’eccitamento sessuale, la noia (quando tu sei annoiato ti vogliono dare il contrario). È un martellamento che ti rende incapace di star fermo a pensare. (da Hack The Maverick)

© De Seasontime | Shutterstock
Image d'illustration.

Verissimo. I nostri tempi di lettura o concentrazione su un contenuto si riducono a una manciata di secondi. Addirittura la lettura di un contenuto non rientra più nel desiderio di informazione, quanto nella patologica voglia di distrazione. Siamo immersi in un fiume di stimoli costanti e se ti fermi a pensare sei finito – aggiunge Pistono. Ma questo comportamento non si scatena solo quando abbiamo gli occhi sul pc o sullo smartphone, deborba anche in tutto ciò che ci accade nella realtà viva. Si respira ovunque, dal bar al supermercato, una urticante allergia all’attesa, un’incapacità a stare con la testa tra le nuvole. Io stessa, ieri, nella sala d’attesa del mio dottore non riuscivo a stare seduta sulla sedia con gli occhi nel vuoto; ho combattuto per venti minuti per non tirare fuori il telefono, e mi è sembrata un’eternità.

In America, dove l’impatto con i social media è arrivato prima, c’è un’esplosione di casi di ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), vale a dire di Disturbi da Deficit di Attenzione Iperattiva. È un disturbo neurobiologico ad esordio infantile, caratterizzato da marcati, persistenti e maladattivi livelli di inattenzione, impulsività e iperattività.

I ragazzi che stanno per più di due ore connessi ai social media sono più infelici, più depressi, tentano di più il suicidio e si sentono più soli. (Ibid)

Alla San Diego State University studia e lavora la professoressa Jean M. Twenge che si occupa della rivoluzione psicologica innescata dalla comparsa degli smartphone: le sue indagini individuano un anno ben preciso come punto di svolta sociale, il 2012. È stato l’anno in cui il numero degli americani in possesso di uno smartphone ha superato il 50 per cento e in cui, contemporaneamente, gli studi sugli adolescenti hanno mostrato l’emergere di caratteristiche completamente nuove: sempre minore tempo dedicato a uscire con gli amici, alle ore di sonno, agli appuntamenti sentimentali e alle esperienze sessuali, sempre maggiore la sensazione soggettiva di solitudine. Le parole delle Twenge si spingono anche oltre:

I bambini superconnessi stanno crescendo meno ribelli, più tolleranti, meno felici e assolutamente inadeguati all’età adulta. (da Il Foglio)

Oltre al disturbo da deficit di attenzione, i social networks producono anche un picco dell’ansia, tecnicamente definito con l’acronimo FoMO, “Fear of missing out”, la cui definizione ci racconta un vissuto altrettanto frequente: costante apprensione che altri stiano facendo esperienze positive dalle quali ci si sente esclusi, caratterizzata dal desiderio di stare continuamente connessi e informati su cosa stanno facendo gli altri.

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