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Padre Raniero Cantalamessa: riconosciamo l’ipocrisia dietro le nostre azioni

FATHER RANIERO CANTALAMESSA
Antoine Mekary | ALETEIA
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Il testo della prima predica di Quaresima alla Curia Romana

Sono delicatezze nei confronti di Dio che tonificano l’anima. Non si tratta di fare di ciò una regola fissa. Gesù dice anche: ”Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5, 16). Si tratta di distinguere quando è bene che gli altri vedano e quando è meglio che non vedano.

La cosa peggiore che si può fare, al termine di una descrizione dell’ipocrisia, è quella di servirsene per giudicare gli altri, per denunciare l’ipocrisia che c’è intorno a noi. È proprio a costoro che Gesù applica il titolo di ipocriti: “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello!” (Mt 7,5). Qui è veramente il caso di dire: “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,7). Chi può dire di essere del tutto esente da qualche forma di ipocrisia? di non essere un po’ anche lui un sepolcro imbiancato, diverso all’interno da quello che appare all’esterno? Forse soltanto Gesù e la Madonna sono stati esenti, in modo stabile e assoluto, da ogni forma di ipocrisia. Il fatto consolante è che appena uno dice: “Sono stato ipocrita”, la sua ipocrisia è vinta.
“Se il tuo occhio è semplice”

La parola di Dio non si limita a condannare il vizio dell’ipocrisia; essa ci spinge anche a coltivare la virtù opposta che è la semplicità. “La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso” (Mt 6,22). La parola “semplicità” può avere – ed ha anche oggi – il senso negativo di dabbenaggine, ingenuità, superficialità e imprudenza. Gesù si preoccupa di escludere questo senso; alla raccomandazione: “Siate semplici come colombe”, fa seguire infatti l’invito a essere anche “prudenti come serpenti” (Mt 10,16).

San Paolo riprende e applica alla vita della comunità cristiana l’insegnamento evangelico sulla semplicità. Nella Lettera ai Romani scrive: “Chi dona, lo faccia con semplicità” (Rom 12, 8). Si riferisce, in primo luogo, a coloro che nella comunità sono preposti a opere di carità, ma la raccomandazione di applica a tutti: non solo a chi dà del proprio denaro, ma anche a chi da del proprio tempo, del proprio lavoro. Il senso è di non far pesare quello che si fa per gli altri o nel proprio ufficio. Alessandro Manzoni che nel suo romanzo “I Promessi sposi” ha incarnato così bene lo spirito del Vangelo, ha una scenetta delicatissima a questo riguardo. Il buon sarto del paese.

“Interruppe il discorso da sé, come sorpreso da un pensiero. Stette un momento; poi mise insieme un piatto delle vivande ch’eran sulla tavola, e aggiuntovi un pane, mise il piatto in un tovagliolo, e preso questo per le quattro cocche, disse alla sua bambinetta maggiore: – piglia qui –. Le diede nell’altra mano un fiaschetto di vino, e soggiunse: – va’ qui da Maria vedova; lasciale questa roba, e dille che è per stare un po’ allegra co’ suoi bambini. Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina” [5].

L’apostolo Paolo parla di semplicità anche in un altro contesto che ci interessa particolarmente perché attinente alla Pasqua. Scrivendo ai Corinzi dice:

”Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5, 7-8).

La festa che l’Apostolo invita a celebrare non è una festa qualunque, ma la festa per eccellenza, l’unica festa che il cristianesimo conosce e celebra nei primi tre secoli della sua storia, e cioè la Pasqua. La vigilia della Pasqua, il 13 Nisan, il rituale ebraico ordinava che la padrona di casa perlustrasse al lume di candela tutta la casa, rovistando ogni angolo, per far sparire ogni piccolo vestigio di pane fermentato e celebrare così, l’indomani, la Pasqua con solo pane azzimo. Il fermento infatti era per gli ebrei sinonimo di corruzione e il pane azzimo, simbolo di purezza, novità e integrità. In questo senso Gesù chiama l’ipocrisia un fermento, “il fermento dei farisei” (Lc 12, 1).

San Paolo vede nella pratica rituale ebraica una grandiosa metafora della vita cristiana. Cristo è stato immolato; è lui la vera Pasqua di cui quella antica era un’attesa; bisogna dunque perlustrare la casa interiore, il cuore, spogliarsi di tutto ciò che è vecchio e corrotto, per essere “una pasta nuova”; fare, anche dentro di noi, la grande pulizia primaverile. La parola greca heilikrineia che è tradotta con “sincerità” contiene l’idea di splendore solare (helios) e di prova o giudizio (krino) e significa perciò una trasparenza solare, qualcosa che è stato provato contro luce e trovato puro.

La virtù della semplicità ha il modello più sublime che si possa pensare: Dio stesso. Sant’Agostino ha scritto: “Dio è trino, ma non è triplice” [6]. Egli è la stessa semplicità. La Trinità non distrugge la semplicità di Dio, perché la semplicità riguarda la natura e la natura di Dio è una e semplice. San Tommaso raccoglie fedelmente questa eredità, facendo della semplicità il primo degli attributi di Dio [7].
La Bibbia esprime questa stessa verità in maniera concreta, per mezzo di immagini: ”Dio è luce e in lui non ci sono tenebre” (1 Gv 1, 5). L’assenza di qualsiasi mescolanza è anche uno dei molteplici significati del titolo divino Qadosh, Santo. Pura pienezza, pura semplicità. La grande mistica santa Caterina da Genova designa questo aspetto della natura divina, di cui era innamorata, con netto, nettezza, un termine che indica, insieme, purezza e interezza, pienezza e omogeneità assoluta. Dio è “tutto d’un pezzo”. La semplicità di Dio è “pura pienezza”; a lui, dice la Scrittura, “nulla può essere aggiunto e nulla tolto” (Sir 42, 21). In quanto è somma pienezza, niente gli può essere aggiunto; in quanto è somma purezza, niente gli deve essere tolto. In noi le due cose non sono mai unite; l’una contraddice l’altra. La nostra purezza è ottenuta sempre togliendo qualcosa, purificandoci, “togliendo il male dalle nostre azioni” (cf. Is 1, 16).

Qualunque azione, benché piccola, se compiuta con intenzione pura e semplice, ci fa essere “a immagine e somiglianza di Dio”. L’intenzione pura e semplice raccoglie le forze disperse dell’anima, prepara lo spirito e lo unisce a Dio. Essa è principio, fine e ornamento di tutte le virtù. Tendendo a Dio solo e giudicando le cose in rapporto a lui, la semplicità respinge e debella la finzione, l’ipocrisia e ogni duplicità… Questa intenzione pura e retta è quell’occhio semplice di cui parla Gesù nel Vangelo, che illumina tutto il corpo, cioè tutta la vita e gli atti dell’uomo e li preserva immuni dal peccato.

Quella della semplicità è una delle conquiste più ardue e più belle del cammino spirituale. La semplicità è propria di chi è stato purificato da una vera penitenza, perché è frutto di un totale distacco da se stessi e di un amore disinteressato verso Cristo. La si raggiunge a poco a poco, senza scoraggiarsi per le cadute, ma con ferma determinazione di cercare Dio per lui stesso e non per noi stessi.

Se posso permettermi di suggerire un proposito al termine di questa meditazione, esso è di cercare nel salterio, o nella liturgia delle ore, il salmo 139; recitarlo lentamente e ripetutamente, come se lo leggessimo per la prima volta, anzi come se lo stessimo componendo noi stessi o fossimo i primi a pronunziarlo. Se l’ipocrisia e la doppiezza consistono nel ricercare lo sguardo degli uomini più che quello di Dio, qui troviamo il rimedio più efficace. Recitare questo salmo è come sottoporsi a una specie di radiografia, come esporsi ai raggi X. Ci si sente attraversati da parte a parte dallo sguardo di Dio. Io ricordo sempre l’impressione di quando per la prima volta lo recitai nel modo che ho detto. Comincia così:

“Signore, tu mi scruti e mi conosci,
tu sai quando seggo e quando mi alzo.
Penetri da lontano i miei pensieri,
mi scruti quando cammino e quando riposo.
Ti sono note tutte le mie vie;
la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, gia la conosci tutta…
Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.
Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare,
anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.
Se dico: Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte;
nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno;
per te le tenebre sono come luce”.

La cosa meravigliosa è che questa presa di coscienza di essere sotto lo sguardo di Dio non crea un sentimento di vergogna o di disagio, come chi si sente osservato e scoperto nei suoi pensieri più segreti; al contrario, da gioia perché si capisce che è lo sguardo di un padre che ci ama e ci vuole perfetti come lui è perfetto. Il salmista termina infatti la sua preghiera con il grido esultante:

”Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore,
provami e conosci i miei pensieri:
vedi se percorro una via di menzogna
e guidami sulla via della vita”.

Sì, vedi, Signore, se seguiamo una via di menzogna e guidaci, in questa Quaresima, sulla via della semplicità e della trasparenza. Amen.

1) Cf. B. Pascal, Pensieri, 147 Br.
2) La Rochefoucauld, Massime 218.
3) Cf. Strack-Billerbeck, I, 718.
4) S. Giovanni della Croce, Massime, 20 e 21.
5) Alessandro Manzoni, I promessi Sposi, cap. XXIV.
6) S. Agostino, De Trinitate, VI, 7.
7) S. Tommaso d’Aquino, S.Th. I,3,7

——

Nelle sue cinque prediche – che terrà ogni venerdì fino al 12 aprile – padre Raniero Cantalamessa proporrà un percorso per fare posto a Dio e mettere da parte l’io. Ascoltate l’intervista concessa dal religioso a “Radio Vaticana”

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