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I Patti prematrimoniali possono essere motivo di nullità del matrimonio?

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Lorenzo Fontana negli studi di Porta a Porta - Rai 1

Giovanni Marcotullio | Wed Mar 13 2019

Ora va detto questo, anche sintetizzando quanto andiamo scrivendo: i patti prematrimoniali non erodono – necessariamente e per sé – il consenso, salvo il caso appunto che includano riferimenti a un’eventuale separazione. Così James H. Provost scriveva nel 1984, rispondendo a una consultazione per la Canon Law Society of America:

Secondo me […] i patti prematrimoniali non invalidano il matrimonio, di per sé, nella loro natura propria; però potrebbero farlo, se conducessero a una simulazione o a suoi equivalenti, o se implicassero una condizione futura invalidante. Renderebbero illecito il matrimonio se fosse presente una condizione non permessa dall’Ordinario locale. Oppure potrebbe non avere alcun effetto sul matrimonio. L’unico modo per determinare quale possa essere l’effetto di un patto prematrimoniale è di esaminare caso per caso.

James H. Provost, Canon 1066 in William A. Schumacher e Richard A. Hill (edd.), Roman Replies and CLSA Advisory Opinions 1984, 54-55

Sei anni dopo ebbe a rincarare la dose, in tal senso, Gregory Ingels. Parlava di un caso in cui era stato stipulato un accordo prematrimoniale per tutelare i diritti patrimoniali di famiglia a mezzo di un fondo fiduciario da 500 milioni di dollari, per via di una delle parti. Scriveva dunque il canonista statunitense:

Nella nostra società, sempre più litigiosa, circostanze come quelle presentate nel caso di specie hanno sollevato la necessità di formalità civili innovative come i patti prematrimoniali, proprio per offrire protezione aggiuntiva nel foro civile in relazione non solo ai diritti della coppia stessa e dei figli, ma anche alle famiglie di entrambe le parti, nel caso in cui il matrimonio dovesse finire.

Da questa prospettiva, un patto prematrimoniale non deve necessariamente essere visto come una condizione presente o futura che affetti il consenso che la coppia sta ponendo, cosa che renderebbe il matrimonio nullo o illecito (c. 1102), oppure come una presunzione che il matrimonio debba fallire. Piuttosto, un patto prematrimoniale può essere visto come un mezzo civilmente accettabile mediante il quale le parti e le loro famiglie provvedono sul piano della legge civile a una protezione che essi stimano necessaria.

Gregory Ingels, Canon 1066: Pre-Nuptial Agreements in William A. Schumacher e Richard A. Hill (edd.), Roman Replies and CLSA Advisory Opinions 1990, 106

Di tutte queste considerazioni ha preso rispettosamente atto Joseph B. McGrath, docente ad Harvard, diacono permanente e giudice del tribunale arcidiocesano di Washington: esse tuttavia «non riescono a superare uno scrutinio canonico»,

quando in nome della protezione dei diritti legali delle parti il patto prematrimoniale anticipa e classifica tutte le conseguenze giuridiche che, per le due parti, a cascata deriverebbero da una futura separazione/divorzio.

In entrambi gli scritti sopra citati, del resto, gli autori si premurano di dire che una valutazione canonica del patto prematrimoniale deve sempre essere fatta per assicurarsi che i suoi termini non siano contrari alla legge canonica. Provost annota che tra i problemi canonici presentati da un patto prematrimoniale ci sono i seguenti:

  1. Se il patto prematrimoniale sia prova di un difetto nel consenso della persona, per esempio la prova di una mentalità che esclude la durevolezza del matrimonio, o prova di un errore sulla natura del matrimonio. L’uno o l’altro può già invalidare ilmatrimonio.
  2. Se il patto costituisca una conditio sine qua non per stipulare il matrimonio.
  3. Se il patto contenga una condizione sul futuro, che invaliderebbe il matrimonio a norma del canone 1102, § 1.
  4. Se il patto contenga una condizione sul presente, non sul futuro, la quale rende necessario, per la liceità del matrimonio, il permesso scritto dell’Ordinario del luogo.

Joseph B. McGrath, The effect of pre-nuptial Agreements on the Validity of Marriage, in The Jurist 53 (1993), 385-395, 394-395

Valutazioni conclusive

Insomma, due cose sono evidenti:

  1. da un lato che, per quanto si voglia distinguere, facilmente il “prenup” attenta alla validità del matrimonio sacramentale (e il discorso vale anche, mutatis mutandis, per il diritto canonico delle Chiese Orientali);
  2. dall’altro che la Chiesa esprime, nell’abbondante e costante richiesta di pareri e di studi, l’intento di armonizzare le proprie disposizioni alla cultura dominante non per una qualche smania di conformità al mondo, ma proprio in ottemperanza a quanto il Can. 1752, alla fine del CIC, ricorda – che cioè «la salvezza delle anime […] deve sempre essere nella Chiesa la legge suprema».

E certamente nessuno s’illude che si possa garantire salvezza a qualcuno sovvertendo la legge di Cristo: donde appunto le ricerche, gli studi, le riforme. E a proposito: non è un caso che gli autori citati siano tutti statunitensi – per forza di cose è lì che si è finora prodotta la maggiore giurisprudenza in materia –, ma le recenti riforme del diritto matrimoniale avviate da Papa Francesco vanno proprio nella direzione di un vaglio più attento e severo della qualità del consenso (e nella formazione al matrimonio e nei processi di nullità). Dunque cosa diremo? Come verrà percepita Oltretevere l’ostinata mania dei governi italiani di aggiungere a una materia già tanto intricata (e nella quale annaspano numerosissime persone in condizione di grande sofferenza) un enzima che – per dirla popolarmente – fa piovere sul bagnato?

E qui occorre un’ultima considerazione, che dovrà essere anch’essa necessariamente “politica”: i cattolici, infatti, non possono pretendere dalla Santa Sede un rigore spietato se non si adoperano fattivamente perché i combinati disposti delle leggi e dei costumi facilitino la convivenza umana, anziché complicarla. Se la Santa Sede dichiarasse tout court nulli tutti i matrimoni di chi ricorresse ai patti prematrimoniali, aiuterebbe o no la vita dei cattolici? 

Tornando ai “prenup”, ma sempre nell’ambito delle considerazioni sul ruolo civile e politico dei cattolici – sempre più brutalmente estromessi dalla gestione della cosa pubblica –, non ho potuto fare a meno di notare che l’annuncio del silenzio del Ministro alla Famiglia sul tema è stato accolto da un imbarazzato ronzio proprio da quella pars che per anni ha minacciato interventi al napalm circa le futuribili aberrazioni che eventualmente potrebbero derivare dalla famigerata nota 351 di Amoris Lætitia. Non che la cosa, tuttavia, mi abbia sorpreso…

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