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Notizie dal mondo: lunedì 11 marzo 2019

© BEN STANSALL / AFP
The Dalai Lama takes to the stage to address the faithful in Aldershot on June 29, 2015 which has a large Nepalese Buddhist community made up mainly of serving and retired Gurkha soldiers.
AFP PHOTO / BEN STANSALL / AFP / BEN STANSALL
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Venezuela: Guaidó dichiara stato d’emergenza nazionale

Come aveva annunciato domenica 10 marzo, il presidente dell’Assemblea Nazionale e presidente autoproclamato del Venezuela, Juan Guaidó, ha dichiarato lunedì 11 marzo lo stato d’emergenza nazionale. Come sottolinea il quotidiano La Vanguardia, si tratta di una «misura per un periodo limitato di 30 giorni». L’oppositore ha anche esortato i venezuelani a scendere martedì 12 marzo alle 15 (ora locale) nuovamente in piazza.

A spingere Guaidó a fare questo passo è il buio in cui versa letteralmente il Paese sudamericano. Il Venezuela, che da anni sta attraversando una pesante crisi economica e politica, anzi costituzionale, nonché umanitaria, soffre infatti da giorni l’impatto del più esteso blackout della sua storia, iniziato giovedì 7 marzo.

«Non possiamo voltare le spalle alla tragedia che sta vivendo il nostro Paese», ha scritto Guaidó in un tweet. La mancanza di energia elettrica sta infatti aggravando ulteriormente la crisi umanitaria nel Paese, bloccando non solo l’attività commerciale e industriale ma anche quella degli ospedali, dove almeno 17 persone sono decedute, tra cui molti pazienti in dialisi.

Come ricorda il quotidiano ABC, a causare il blackout è stata una seria di guasti nella principale centrale idroelettrica del Paese, quella di Guri, nel sud del paese, che fornisce il 70% del fabbisogno elettrico nazionale. Da parte sua, il regime di Nicolás Maduro attribuisce il blackout ad un «attacco» e punta il dito contro gli USA. Il Venezuela sarebbe il bersaglio di una «guerra elettrica, cibernetica ed economica» da parte di ciò che chiama «l’impero» e della sua «aggressione permanente e brutale» contro il popolo venezuelano.

Algeria: Bouteflika rinuncia a quinto mandato e rinvia le elezioni presidenziali

Il presidente dell’Algeria, Abdelaziz Bouteflika, rinuncia ad un quinto mandato e rinvia le elezioni presidenziali indette per il 18 aprile prossimo. A dare l’annuncio è stato lo stesso presidente attraverso «un messaggio alla Nazione» diffuso alle ore 18.17 di lunedì 11 marzo dall’agenzia ufficiale Algérie Presse Service. «Non ci sarà nessun quinto mandato e non è mai stata una questione per me», dichiara Bouteflika, il quale aggiunge che dato il suo stato di salute e la sua età, il suo «ultimo dovere» nei confronti del popolo algerino è sempre stato quello di contribuire alla fondazione di una nuova Repubblica. Il presidente 82enne annuncia poi che «non ci saranno elezioni presidenziali il prossimo 18 aprile».

Il messaggio arriva 24 ore dopo il ritorno in patria del presidente, avvenuto in seguito a un ricovero di due settimane presso l’Ospedale Universitario di Ginevra, Svizzera. Un aereo governativo era atterrato nella mattinata di domenica 10 marzo all’aeroporto di Ginevra-Cointrin, e poi ripartito verso le ore 16 del pomeriggio, per arrivare alle 17.38 alla base militare di Boufarik (situata una trentina di chilometri a sud della capitale).

L’annuncio, il 10 febbraio scorso, della partecipazione alle presidenziali da parte di Bouteflika, al potere dal 1999 e colpito nel 2013 da un ictus, aveva causato un movimento di protesta, che «ha cambiato il panorama sociale e politico del Paese», ricorda El Mundo. Proprio il giorno del ritorno di Bouteflika in Algeria, il Paese ha assistito ad uno sciopero generale (essendo domenica, che è infatti il primo giorno della settimana lavorativa algerina).

La protesta aveva raggiunto persino l’ospedale dov’era ricoverato il presidente. Venerdì 8 marzo la polizia svizzera ha fermato l’oppositore Rachid Nekkaz, che con un centinaio di sostenitori aveva organizzato una manifestazione davanti al nosocomio. «Ci sono 40 milioni di algerini che vogliono sapere dov’è il presidente», aveva detto Nekkaz, citato dal quotidiano Le Temps.

Tibet: 60° anniversario della rivolta contro la Cina

I tibetani hanno commemorato domenica 10 marzo il 60esimo anniversario dell’inizio della rivolta anti-cinese, che ha portato alla fuga del 14esimo Dalai Lama verso l’India, dove vive tuttora in esilio nella località di McLeod Ganji, vicino a Dharamsala, nello Stato dell’Himachal Pradesh. Alcune migliaia di persone hanno partecipato nella capitale indiana Nuova Delhi ad una marcia, portando ritratti del Dalai Lama e gridando slogan come «La libertà del Tibet è la sicurezza dell’India» e «L’amicizia India-Cina è una farsa», così riporta il South China Morning Post. Secondo i sostenitori della causa tibetana, fra cui il professor John Powers, la regione è stata trasformata in un «immenso gulag».

In un commento editoriale pubblicato sabato 9 marzo sul sito dell’agenzia ufficiale Xinhua, la Cina ha offerto la sua visione sull’evento e lodato i progressi ottenuti nella regione autonoma. «Sessant’anni dopo l’epocale riforma democratica in Tibet, i popoli della regione dell’altopiano hanno goduto di diritti umani senza precedenti nella storia». Secondo l’agenzia, la «riforma», che ha messo termine alla «servitù feudale del Tibet», sarebbe più epocale del movimento di abolizione della schiavitù portato avanti dal presidente statunitense Abraham Lincoln. La Cina del resto non ha lasciato nulla al caso e blindato l’intera regione, vietando l’ingresso ai turisti stranieri da circa metà febbraio al 1° aprile, ufficialmente anche per impedire casi di malattia da altitudine.

Quanto sia profondo l’impatto della Cina sul Tibet lo dimostrano le parole pronunciate nei giorni scorsi dal sindaco della capitale Lhasa, Go Khok. Rivolgendosi a delegati tibetani e giornalisti a margine dell’Assemblea Nazionale del Popolo (cioè il parlamento cinese), il primo cittadino di Lhasa ha dichiarato che nel 2018 la sua città «ha preso una posizione netta nell’eliminare l’influenza negativa che il Dalai Lama ha esercitato attraverso la religione e ha fatto grandi sforzi per liberare l’influenza religiosa passiva». «Partendo dalla premessa che i bisogni religiosi dei credenti sono stati soddisfatti, il numero di giorni in cui si sono svolte attività religiose maggiori e il numero di persone che vi hanno partecipato sono stati ridotti a meno del 10%», ha sostenuto il sindaco, citato dal South China Morning Post (7 marzo).

USA: medico ospedaliero comunica a paziente tramite «robot» che sta per morire

Uno dei compiti senz’altro più delicati e perciò più difficili per un medico è comunicare a un paziente che sta per morire. Ma il metodo escogitato dal Kaiser Permanente Medical Center a Fremont, in California, lascia perplesso. Come riporta il quotidiano USA Today, che è stato informato dell’accaduto dalla nipote di un paziente 78enne, l’ospedale ha mandato nella stanza dell’uomo ricoverato in terapia intensiva una sorta di «robot», provvisto di uno schermo, attraverso il quale un medico ha comunicato in video-conferenza la notizia che stava per morire.

Il paziente in questione, Ernest Quintana, era stato accettato domenica 3 marzo nella struttura ospedaliera di Fremont, nei pressi di San Francisco, per una patologia polmonare cronica. Il giorno successivo, lunedì 4 marzo, il «robot» è apparso nella stanza del malato, e un medico in video-conferenza ha comunicato al paziente e alla nipote, Annalisia Wilharm, che l’ospedale aveva esaurito tutte le cure e che per l’uomo la fine era imminente. Infatti, la morte è subentrata martedì 5 marzo.

«Se venite a raccontarci notizie normali, va bene, ma se venite a raccontarci che i polmoni non funzionano più e volete mettere una flebo di morfina fino alla morte, dovrebbe essere fatto da un essere umano e non da una macchina», ha dichiarato la figlia del paziente e la madre di Annalisia, Catherine Quintana. Mentre la famiglia ha ritenuto come «insufficiente» la spiegazione offerta dall’ospedale, ha osservato inoltre che la qualità del video-collegamento era tale, che alla fine la nipote ha dovuto comunicare la notizia al nonno.

Madagascar: drammatica epidemia di morbillo

C’è chi vorrebbe far vaccinare la propria prole, ma non lo può fare, perché mancano i mezzi o fondi. Quest’è la tragica situazione in un Paese come il Madagascar, dove una malattia che sembrava debellata, ossia il morbillo, ha provocato nel periodo che va da settembre 2018 a febbraio 2019 quasi mille vittime: 926, come ricorda il sito Sciences et Avenir. Nello stesso arco di tempo sono stati registrati nella grande isola situata nell’Oceano Indiano oltre 79.000 casi di morbillo.

Anche se si tratta di una malattia molto contagiosa, la quale «si trasmette per via aerea ed è un acrobata mortale, capace di librarsi per un ora sospeso e attivo nell’ambiente, pronto a colpire», come spiega Il Corriere della Sera – che riprende un articolo diffuso dall’agenzia Reuters – il richiamo costa 15 dollari, l’equivalente di 13 euro, «un miraggio […] in uno dei Paesi più poveri del mondo, dove la maggioranza delle persone vive con meno di 1,5 euro al giorno e quasi la metà dei bambini sono malnutriti».

Poi c’è chi potrebbe far vaccinare il proprio figlio, ma declina l’offerta, anche se il bambino è appena sfuggito ad una malattia altamente letale. Lo dimostra il caso di un bambino di 6 anni nello Stato americano dell’Oregon, che in seguito ad una caduta nella fattoria dei suoi genitori ha contratto il tetano, una malattia infettiva rara, non contagiosa ma tremenda: la quantità letale della tossina per un uomo è di circa 7 milionesimi di milligrammo, come ricorda il sito Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità.

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