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L’ignoto nel cuore e un figlio a casa: l’ultima scalata di Daniele Nardi è solo follia?

DANIELE, NARDI, ALPINIST
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E’ morto insieme al compagno di scalata Tom Ballard sullo sperone Mummery del Nanga Parbat: questa impresa tragica spalanca la domanda sull’uomo in bilico tra desiderio di assoluto, affetti domestici e confronto col limite.

All’amica scrittrice Alessandra Carati, che lo aveva seguito al campo base per l’arrampicata al Nunga Parabat, Nardi aveva confessato di essere alla ricerca del proprio io:

«Devi essere così concentrato che [salire] diventa quasi una forma di meditazione — racconta Alessandra —. Daniele lassù si sentiva tutt’uno con la natura e la montagna. Era la sua ricerca di spiritualità, il nucleo più profondo della sua umanità». (da Corriere)

Tentando di avvicinarmi a questo cuore indomito, finisco lì dove sua moglie è già: nel silenzio. L’assenza di un padre è dolore, ma questo padre non si è assentato con superficialità e per voltare le spalle ai suoi cari, ma per volgere lo sguardo a un centro ignoto che è più in alto di tutto ciò che l’uomo può costruire.

Aprire una via, ascesa, purezza

Due ore scarse di sole al giorno, 40 gradi sotto zero, tempeste di neve, il presidio di soldati per il rischio di incursioni dei talebani: questa era la situazione al campo base sul Nanga Parbat da cui sono partiti Daniele Nardi e Tom Ballard. Non sono semplici condizioni avverse, è un peso insostenibile di fronte a cui il semplice avventuriero egocentrico cede in fretta.

Quando Daniele Nardi parlava di montagna usava termini che non sentiamo più nella vita quotidiana: ascesa, aprire una via, purezza. Il desiderio che riempiva fino all’eccesso il suo cuore era la possibilità di salire lungo un percorso non calpestato da piede umano, farlo con l’umiltà di un alpinismo semplice dove non è in dubbio la piccolezza umana a fronte della magnificenza esorbitante della natura. La chiamava un’ascesa in purezza.

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Altre vie, più consolidate, portavano alla cima del monte Nunga Parbat; ma Nardi vedeva nel percorso Mummery una via diretta, una spada lucente e dritta fino alla cima. Come non comprendere anche solo per pura intuizione la bellezza di questa ipotesi? Chi di noi non vorrebbe lasciarsi ogni bassezza alle spalle e inerpicarsi fino alla sommità di tutto? E’ un’immagine bella e terribile del nostro destino, che le sole forze umano non compiono.

Un’eccesso di dedizione a questo sogno gli è costato la vita, non ha voluto ascoltare chi lo dissuadeva. Sono leciti tutti i richiami a una consapevolezza più accorta, meno prorompente nell’entusiasmo.

MAN
Public Domain

Ma pur con tutto il pianto nel cuore per le famiglie, non riesco a muovere nessuna accusa a Nardi. Accusa non è la parola giusta, e non ne trovo altre adeguate. Anche Dante rimase in silenzio di fronte a Ulisse che gli raccontò della sua morte oltre le Colonne d’Ercole. L’umano ha dei limiti oggettivi, ma ha anche un’anima capace di un ardore infinito. Come si fa a non ammirare l’idea di un’ascesa in purezza? E’ questo gigantesco e folle sforzo umano che rende così necessaria e ragionevole l’Incarnazione. Noi vogliamo salire al cielo, ma non abbiamo le ali.

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Non una virgola in meno della follia sensata di Daniele Nardi vorrei che soffiasse nel cuore dei miei figli, non un briciolo in meno del suo ardore nell’aprire una via nuova. Che avrà meditato salendo? Che vertigine è stare a tu per tu con ogni forma pesante di limite? Come sta spalancato un cuore di fronte a una vastità che eccede in tutto? Messner ha auspicato che le famiglie di Ballard e Nardi possano recarsi in Pakistan a vedere il luogo dove sono morti i loro cuori, per dare un volto non solo al lutto ma anche al senso di quella scalata.

Lo capisco, ed è l’unica cosa da fare anche per noi. Stare ai piedi della montagna che non si fa scalare. Perché solo contemplando la ferita sanguinante di questo fallimento umano, pieno di ardore, si capisce che l’unica cosa sensata per l’uomo è che quella via nuova sia aperta da Dio, scendendo dal Cielo.

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