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Qual è la tua tentazione più grande?

CHRIST AND THE DEVIL

Public Domain

padre Carlos Padilla - pubblicato il 11/03/19

Ho una ferita, la mia, nessun'altro ce l'ha uguale. La forma della mia ferita è il mio modo originale di vivere...

Il demonio tenta Gesù. Viene tentato nella solitudine del deserto. Essere tentati è la cosa più umana. La tentazione mi tocca nella mia debolezza.

La debolezza di Gesù era il fatto di essere uomo. Aveva rinunciato al potere di Dio. Non sapeva tutto, non poteva tutto, non era ovunque, non era immortale. Si era limitato nel tempo e nello spazio. Non avrebbe potuto far uso della sua essenza divina. Era Dio ed era uomo.

Non conosceva il peccato. Non era spezzato dal peccato originale. Non aveva la fragilità che porta l’uomo a fare il male.

In me ci sono due forze interne che lottano continuamente. Una di esse sorge dalla bontà della mia anima. Da quell’Abele che ho dentro.

E un’altra forza mi porta al male. A volere il male. A cercare la cattiveria che in realtà non desidero. Il piccolo Caino che porto dentro.


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E il demonio conosce la mia fragilità. Sa che sono spezzato e che può facilmente vincere le mie resistenze.

Può insinuarmi paradisi terreni che calmerebbero la mia sete di infinito. Mi mostra un cielo sulla terra che egli ha inventato.

Facendomi credere che sarò felice se mangio dell’albero proibito o seguo i suoi passi verso il frutteto che mi presenta tanto attraente in mezzo al deserto, un miraggio.

Il demonio conosce la rinuncia di Gesù. È il figlio di Dio. Sa come può tentare Gesù. Perché Gesù ha abbracciato la carne umana.

E sa allo stesso tempo chi è suo Padre che lo ama: “Questi è il figlio mio, l’amato”. Ha ascoltato la sua voce nel Giordano e qualcosa gli è saltato nel cuore.

Un anelito di infinito che trovava un’eco molto profonda. Era Dio. Era il Figlio di Dio. Ma non aveva tutto il potere di Dio.

Limitato nella sua carne, aveva abbracciato il volere dell’uomo. La sua volontà debole. La sua anima fragile.

Il demonio si avvicina di soppiatto nel silenzio del suo deserto. Vede che ha fame, lo vede bisognoso perché uomo.

Lo tenta con la possibilità di non smettere di essere Dio. È la tentazione più grande per il Figlio di Dio. Non c’è motivo di rinunciare a tanto. Potrebbe essere Dio tra gli uomini. Capace di tutto. Senza limite. Realizzatore di miracoli. Un mago.

Perché tante rinunce? Che senso ha? Potrebbe salvare tutti. Essere adorato da tutti. Rispettato da tutti. Anche temuto da tutti. Perché no?

Il demonio tenta Gesù che è uomo, che è Dio. Tenta anche me come uomo. Voglio essere come Dio. Voglio essere perfetto e fare tutto bene. Voglio fare tutto ciò che mi propongo.

Il demonio conosce la mia debolezza umana e si avvicina. Ho una fragilità nell’anima. Dice padre Josef Kentenich:

“L’uomo ha avuto sempre difficoltà a radicarsi nel mondo soprannaturale, perché la sua natura è lesionata, schiacciata e infettata dal peccato originale” [1].

Sono debole. Ho una ferita, la mia, e nessuno ce l’ha uguale. La forma della mia ferita è il mio modo originale di vivere. Sono ferito.

Commenta Sant’Agostino:

“Anche se in Paradiso, prima di peccare, non poteva fare tutte le cose, ciò che non poteva fare comunque non lo voleva, e per questo poteva tutto ciò che voleva; ora, però, l’uomo è diventato simile alla vanità [anziché simile a Dio]; perché chi potrà riferire quanta immensità di cose vuole e non gli sono possibili, finché non obbedisce a se stesso?” [2].

Sono fragile nel mio peccato. Ora non posso fare ciò che voglio fare. Prima non volevo quello che non potevo. Ora lo desidero, lo voglio. Non accetto la rinuncia. Mi ribello contro la mia impotenza.

Sogno ciò che non ho scelto. Disprezzo quello che possiedo. Anelo a ciò che non mi appartiene. Per invidia, per vanità, per orgoglio.




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Il demonio conosce la mia anima malata e mi seduce mostrandomi ciò che desidero come se fosse possibile. Sa che sono fragile nei miei amori, e che quello che desidero oggi domani lo cambierò senza problemi.

Conosce la facilità con cui cado nell’infedeltà e quanto rapidamente mi stanco delle cose. Conosce la mia anima fin nel profondo e per questo mi tenta. Mi mostra come possibile quello che la mia anima desidera. Vuole che possieda tutto, che sia tutto, che possa tutto.

Qual è la mia tentazione più grande? Avrà a che vedere con la mia ferita fondamentale. Con la mia carenza più profonda.

Non sono stato amato come ho bisogno, o non sono stato valorizzato nella mia dedizione e generosità, o sono stato lasciato solo e non mi hanno cercato né lodato quando ne avevo bisogno. O non mi hanno lasciato la libertà di cui avevo bisogno e sono ferito.

E allora la tentazione entra come l’acqua attraverso una fessura. Scorre dolcemente senza far rumore. Quando cerco di rendermene conto è tardi. C’è un fango dentro di me che ferma i miei passi. Non riesco a uscire.

La volontà zoppica e mi vedo trascinato dove non voglio andare. È un muro contro il quale sbatto senza poter resistere. Impossibile resistere alla sua forza.

È forse troppo tardi per opporre resistenza. Quando ha smesso di entrare l’acqua dolce, o la brezza leggera, senza far niente per evitarlo.

È già tutto fatto. Una volta che l’acqua o il vento entra. Non posso fermarlo con la mia volontà. Sono caduto. E maledico me stesso.

Ma quest’ultima caduta non è colpa mia. Avrei dovuto fermarmi prima. Prima di tutto. Quando ero ancora più forte dell’acqua debole o della brezza dolce. In quel momento potevo. Dopo non più.

Il demonio tenta Gesù con la possibilità di soddisfare i suoi desideri. Gli offre di rinunciare ai suoi limiti per poter essere Dio:

“Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane’. Gesù gli rispose: ‘Sta scritto: ‘Non di solo pane vivrà l’uomo’”.

È la prima tentazione. Dopo 40 giorni Gesù ha fame e sete. Sono necessità fondamentali. Basta un suo ordine per ottenere del cibo. Colui che risusciterà dai morti e darà da mangiare a tanti non potrebbe nella sua necessità soddisfare la sua fame?

Era semplice farlo. Trasgredire una norma a proprio beneficio. Era quello il senso del suo percorso sullal terra? Aveva assunto la mia condizione mortale per soddisfare i suoi desideri?

Il demonio tenta Gesù anche con la possibilità di essere potente:

“Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: ‘Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo’. Gesù gli rispose: ‘Sta scritto: ‘Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”. Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: ‘Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: ‘Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano’; e anche: ‘Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Gesù gli rispose: ‘È stato detto: ‘Non metterai alla prova il Signore Dio tuo””.

Padrone di tutti i regni. Immortale. Invincibile. Non era forse Dio? Quella tentazione poteva indebolire il cuore di Gesù. Poteva farlo dubitare. Far uso del suo potere divino. Dimenticare la sua impotenza. Rinunciare alla povertà della carne. E adorare il demonio. Volgere il cuore al male.

Oggi sento che mi piace essere protetto e non cadere. Non voglio essere ferito. Non voglio morire. Ma so anche che non devo servire il male per ottenerlo.

Guardo Dio e ascolto le parole che ripeto nel salmo:

“Resta con noi, Signore, nell’ora della prova. Non ti potrà colpire la sventura. Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra. Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi. Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome. Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso”.

Il Signore è mio Dio. Mi proteggerà. Non devo temere infortuni né disgrazie. Guardo la mia storia sacra.

Oggi ascolto la storia di Mosè:

“Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente e vi diventò una nazione grande, potente e numerosa. Gli Egiziani ci maltrattarono, ci oppressero e ci imposero una dura schiavitù. Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore udì la nostra voce, vide la nostra oppressione, il nostro travaglio e la nostra afflizione, e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con potente mano e con braccio steso, con grandi e tremendi miracoli e prodigi, ci ha condotti in questo luogo e ci ha dato questo paese, paese dove scorrono il latte e il miele”.

Guardo la mia storia. Sono stato salvato. Non devo rinunciare a nulla per vivere fiducioso. Dio mi porta sul palmo della mano.

[1] J. Kentenich, Envía tu Espíritu
[2] Kentenich Reader Tomo 3: Seguir al profeta, Peter Locher, Jonathan Niehaus

Tags:
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