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Anche se è notte...

Jan Curtis, Istituto Geofisico dell'Università dell'Alaska, ACRC / Wikimedia

Aurora boreale vista dall'Alaska nel 1998

Luisa Restrepo - pubblicato il 08/03/19

Trattenere Dio è impossibile, ma si può entrare a fondo in sé e vedere una luce nell'oscurità: l'amore

La certezza più profonda che abbiamo noi esseri umani, l’unica capace di affrontare l’oscurità, e ancor più di sopportare di conviverci, è quella di essere stati amati, di essere amati.

Questa esperienza è quella che nel presente ci permette di incamminarci con speranza verso il futuro, di convivere con l’oscurità e di entrare nelle notti della vita.

A volte non lo vogliamo sapere per non soffrire, e a volte lo sappiamo ma ci costa accettare che siamo profondamente assetati.

Resistiamo alla misura infinita che Dio ci ha posto nel cuore e che rende tanto meravigliosa e allo stesso tempo tanto dura la vita: desiderare la felicità senza misura.

Per potersi sintonizzare con questa esperienza bisogna essere vulnerabili davanti al mistero. Solo lì l’ineffabile ci comunicherà i suoi segreti. Detto in modo più chiaro, se non mi metto davanti a Dio, quelli che parlano di Lui non mi diranno nulla.

Mi convinco sempre di più che l’esperienza di fede sia un cammino di certezze e oscurità. Dio è un Dio rivelato, ma allo stesso tempo è un Dio nascosto.

Ci permette di affacciarci su tutto quello che è possibile, dalla precarietà di questo mondo a una realtà che ci è stata detta ma non si è esaurita.

Non si può trattenere Dio. Non possiamo afferrarlo tra le mani e aggrapparci a Lui perché non se ne vada. La presenza di Dio ci parla. Lo ascoltiamo ma non riusciamo a vederlo; pensiamo di averlo ma ci sfugge dalle mani; è presente ma si sente come un’assenza assoluta; ci ferisce di gioia e percepiamo quella gioia come un vuoto doloroso.

“Il nostro Dio è un Dio trascendente. Possiamo trovarlo in un fiore, ma neanche i cieli dei cieli lo possono contenere. Un Dio che ha templi ma che non entra neanche nel tempio dell’universo. Non lo possiamo intrappolare. Un Padre che è in cielo. Abbà, vicino, affettuoso, e allo stesso tempo in cielo. Un ‘immenso padre’, dirà San Giovanni della Croce. Un Dio che si è donato a noi in Gesù e continua ad essere mistero, una fede piena di certezze anche se continua ad essere notte. Sappiamo alcune cose, ma ne ignoriamo tante altre. Abbiamo, come chi cammina nella notte, delle stelle per guidarci, ma si vede così poco… Continua ad essere notte, ma una notte popolata. Continua ad esserci oscurità, ma Egli è con noi, e c’è luce per guidarsi nell’oscurità. Non è più semplicemente notte” (P. Manuel Pascual).

Non di rado sperimentiamo la vita come una prigione oscura. Crisi e circostanze di fronte alle quali sembrano esserci solo due possibilità: affondare e disperare o percepire un invito perché alla fine esca fuori il meglio.

In quei momenti di oscurità bisogna fare appello a ciò che di più profondo c’è in noi. Entrare per trovare, lì nel profondo, un Dio che si offre, che si dona, ma che ci dice “Non puoi trattenermi”.

Un Dio che ci chiede di “accoglierci”, di essere in grado di uscire dalle proprie convinzioni e sicurezze per dire: “Ti credo e ti amo”.

Quando dico “Ti credo” significa “Mi abbandono”. Quello che sapevo finora come ultima istanza di comprensione non mi basta. Quello che tu mi dici di essere, e che sei, è quello che credo.

“So che mi ami, ti credo, ‘anche se è notte’… Oscurità della fede che ha compiuto un salto al di là di ciò che è verificabile. Credo che mi ami ma non posso verificarlo in ogni momento. Ancor di più, molte circostanze della vita sembrano dirmi che non mi ami, e tuttavia ho visto qualcosa che mi ha dato la certezza del tuo amore; ma ho oscurità perché non riesco sempre a capire come mi ami. Oscuro perché non è verificabile, un salto al di là di quello che si può provare, o meglio, verificabile solo quando si salta” (P. Manuel Pascual).

Si tratta di un nuovo modo di vedere, di un modo di stare nella vita, ricevendo quello che ci offrono e come ce lo offrono.

Paradossalmente, a volte bisogna chiudere gli occhi per vedere, bisogna soffrire la solitudine per celebrare la comunione. A volte vediamo meglio nell’assenza che nella presenza. Così, nella luce che ci dà l’oscurità, capiamo dov’è la compagnia e dov’è la luce.

Questa esperienza permette di far sbocciare in noi qualcosa di grande: ci fa rendere conto di cosa è più importante, di quello senza il quale non possiamo vivere, di quali sono le verità essenziali della nostra vita.

Vogliamo qualcosa di nuovo e ci rendiamo conto che quel qualcosa di nuovo non va sempre cercato nella quantità delle cose, ma in uno sguardo profondo sulla realtà.

Guardare a fondo un paesaggio, un volto, un libro, e non andare tanto dietro alla dolce menzogna del cambiamento, che non serve sempre a vedere meglio, ma a dissimulare il fatto che non abbiamo potuto finire di vedere perché era notte.

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