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Il sacerdote cattolico: ministro di Dio per i suoi fratelli

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Padre Bruno Esposito, OP - pubblicato il 08/03/19

Basta un po’ di buon senso per cogliere ciò che in fin dei conti è un dato evidente, e quindi non ha bisogno di essere dimostrato e può essere colto da tutti, anche se non tutti potranno spiegarne le ragioni: il male, fisico o morale che sia, è sempre una privazione, una mancanza di qualcosa di dovuto. Purtroppo, invece, spesso e volentieri, siamo portati più a cogliere, ad evidenziare e sottolineare, per primo ciò che manca (il male), ed a trascurare quel bene, quel positivo alla luce del quale, solamente, ha senso parlare di un male. Allora, in questa breve riflessione sulla figura del sacerdote (ma in qualche modo applicabile ad ogni consacrato/a a Dio), mi sembra importante proprio partire da ciò che un ministro di Dio è chiamato ad essere, e come da sempre è stato percepito dalla gente comune, a prescindere che fosse credente o meno, come la storia della Chiesa ci ricorda riguardo le missioni evangelizzatrici. In altre parole: partendo da quel positivo alla luce del quale solamente potremo tentare di comprendere il male causato dalla non realizzazione del bene, provvedendo di conseguenza con i modi idonei a combatterlo.

Personalmente, sono cresciuto nella mia parrocchia avendo davanti delle figure di parroci, sacerdoti e seminaristi impegnati nel proprio cammino di conversione e dedicati completamente al servizio del Popolo di Dio. Al di là dei talenti che ciascuno aveva ricevuto da Dio o delle proprie fragilità o dei caratteri di ciascuno, per me, come per la maggioranza dei fedeli della parrocchia, è sempre stato chiaro chi era il sacerdote: un uomo scelto da Dio per essere un suo ministro in mezzo ai fratelli, solidale con loro nei momenti di gioia e di dolore, che poi sono i momenti che ritmano il pellegrinaggio terreno di ognuno, di ogni famiglia: i sacramenti dell’iniziazione cristiana, la ricerca di un lavoro, il matrimonio, le celebrazioni di anniversari, i problemi familiari, le malattie, la morte.

Invece, soprattutto in questi ultimi venti anni, a questa figura di sacerdote si è sostituita quella di un vero e proprio “orco”, di una persona di potere, attaccata ai soldi e schiava delle peggiori perversioni. Ormai questa “convinzione” è diventata “opinione pubblica” ed è entrata a tutti i livelli: politico, culturale, giuridico ed anche ecclesiale. La conferma si ha vedendo anche la maggior parte dell’attuale produzione cinematografica. Però questo, grazie a Dio, non è vero, o almeno non è vero nei termini in cui viene presentato! Come non è vero che tutti, o quasi, i medici sono incompetenti e uccidono i loro assistiti, che tutti i politici sono ladri, che tutti gli avvocati sono disonesti, che gli insegnanti sono impreparati o che i genitori non sanno educare i propri figli. Come spesso accade fa più rumore e si pone più attenzione ad un albero che cade, invece che alla foresta che cresce! Però, le generalizzazioni e le etichette sono sempre pericolose e portano a sacrificare degli innocenti in nome di una esigenza di giustizia, che in quanto, di fatto, sommaria, non potrà mai essere vera giustizia. Doverosamente in questi ultimi decenni, la Chiesa ha cercato di dare una risposta credibile agli scandali ma, a mio sommesso avviso, in più di qualche occasione più per paura o per dare soddisfazione ai mass media ed all’opinione pubblica che per amore di verità e trasparenza. Correndo il rischio, in più di qualche occasione, di passare da un estremo all’altro: da un complice silenzio ad un immotivato impulso a denunciare chiunque fosse accusato e questo più proteggere posizione ed interessi che per amore di giustizia e quindi per il bene di tutte le parti, nessuna esclusa. Abdicando in qualche modo ad essere sempre e comunque maestra di umanità e di misericordia, anche verso quei sacerdoti che possono aver sbagliato. Il vescovo, non dimentichiamolo mai, è e rimarrà sempre padre dei suoi sacerdoti, buoni o cattivi che siano, e non potrà mai essere compreso come un semplice datore di lavoro.

Accettando, molte volte, una semplice denuncia come sinonimo di colpevolezza, si oblia uno dei principi fondamentali su cui si edifica una società ed un ordinamento giuridico degno di un tale nome: il diritto di difesa, che è un diritto naturale, con tutto quello che questo significa. Non dimenticando che l’elemento essenziale del diritto di difesa è senz’altro la possibilità di un vero contraddittorio, il quale deve essere il più trasparente possibile. Per questo si richiede la conoscenza dell’accusatore e delle accuse, nella consapevolezza che “onus probandi incumbit ei qui dicit”. Infatti, nel contraddittorio, in modo particolare, ma non esclusivo, in ambito penale, è la colpevolezza che va provata e non l’innocenza, come qualcuno oggi pensa o come purtroppo in qualche caso si permette e si realizza (in dubio pro reo!). Questa reazione agli scandali sta di fatto producendo una vera e propria “guerra al massacro” dove nessuno può sentirsi più al sicuro ed ogni sacerdote può essere di fatto accusato di tutto e per questo solo fatto, senza vero appello, vedere distrutta la sua vita. Incitando, anche se in modo inconsapevole, qualcuno a presentare delle denunce anche solo in vista di ottenere qualche ritorno economico o di ricevere notorietà o per pura vendetta. Ovviamente tutti possono immaginare le conseguenze di un simile clima, a livello di opinione pubblica e di esercizio stesso della missione del sacerdote.

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