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Carissime sorelle, vi scrivo…Lettera alla donna del cardinale Carlo Caffarra

WOMAN IN A DESERT
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Gustiamoci a fondo questa esortazione così ricca, scritta per noi donne in occasione del Giubileo del 2000 dall'allora Arcivescovo di Ferrara, il compianto Carlo Caffarra. Per comprendere e promuovere davvero la donna e i tempi difficili e fecondi che stiamo attraversando, occorre che torniamo alla sua origine, attraversiamo la sua degradazione causata dal peccato e giungiamo alla sua, alla nostra piena trasfigurazione in Cristo, per mezzo di Maria.

Carissime,
è da molto tempo che desideravo scrivervi. Il Giubileo 2000 ed in particolare la solennità dell’Annunciazione del Signore, in cui vogliamo celebrare il giubileo della donna, me ne offre l’occasione. Mi rivolgo direttamente solo a voi donne credenti in Cristo, ma vorrei che queste mie semplici riflessioni raggiungessero anche quelle donne che non sono credenti.

La verità originaria della donna: Adamo – Eva

…gli voglio fare un aiuto che gli sia simile. (Gen. 2,18)

1. Forse nel corso della storia umana mai la donna ha dovuto affrontare tante sfide, mai è stata così radicalmente provocata a porsi il problema della sua identità. In una tale condizione la prima esigenza è di interrogarci, carissime sorelle, sulla verità della nostra persona. Solo la consapevolezza della propria identità offre alla persona criteri veri di giudizio e di discernimento nelle varie situazioni. Questo primo capitolo della lettera vuole darvi un aiuto per scoprire voi stesse.

Noi possiamo sapere la verità sulla donna leggendo e meditando con grande attenzione la pagina che descrive la sua creazione: Genesi 2,16-25. Nell’atto creativo si manifesta il progetto del Creatore, e la verità della creatura è il pensiero di Dio nei suoi confronti: ciò che Dio ha pensato di essa.

La pagina biblica è particolarmente significativa perché dice esplicitamente quale è stato il motivo che ha spinto Dio a creare la donna: “non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (v.18). In queste parole è racchiuso tutto il mistero della persona umana-donna.

L’esistenza della donna è richiesta perché l’umanità della persona raggiunga la sua bontà, la pienezza cioè del suo essere [“non è bene che …”], in quanto solo la donna rende possibile quella comunione delle persone che le fa uscire dalla solitudine. Desidero fermarmi un poco su questo significato delle parole bibliche.

La solitudine di cui parla il testo biblico non è da intendersi in primo luogo in senso negativo. Essa significa l’assoluta originalità della persona umana nell’universo creato. La persona umana posta di fronte agli animali [vv. 19-20], si percepisce completamente diversa e dotata di una vera e propria superiorità nei loro confronti. Nel confronto con gli animali la persona umana prende coscienza della sua superiorità, che cioè non può essere messa alla pari con nessun’altra specie di essere vivente sulla terra. L’uomo è “solo” perché è essenzialmente diverso dal mondo visibile in cui è collocato. La solitudine connota la sua suprema dignità.

Perché allora il testo biblico dice “non è bene che …”? La solitudine qui assume anche una qualificazione negativa: la persona umana ha bisogno di “comunicare” con un’altra persona umana. Questo bisogno, questa esigenza può essere soddisfatta solo nell’incontro con un’altra persona: si esige il superamento della solitudine, e nello stesso tempo in questo superamento si afferma la dignità unica della persona.

La creazione della donna è la risposta a questo bisogno: ella è creata perché si renda possibile la comunione fra le persone. La verità quindi della donna e la ragione, il significato del suo esserci possono essere racchiusi in due affermazioni fondamentali.

La prima: la donna è una persona umana pari nella dignità alla persona umana-uomo, perché partecipe della sua stessa natura: il test cui viene sottoposto l’uomo nel confronto cogli animali doveva preparare questo avvenimento nell’universo: la creazione di un essere che è come l’uomo.

La seconda: la donna è una persona umana diversa dall’uomo; è a causa di questa diversità che l’uomo esce dalla sua solitudine e si costituisce la comunione delle persone. In sostanza. L’umanità di realizza in due modalità di uguale dignità, ma diverse nella loro interiore configurazione: la mascolinità e la femminilità. Possiamo dunque dire che la solitudine dell’uomo di cui parla il testo biblico, non significa solamente la scoperta che la persona fa di essere diversa da – superiore ad ogni altro vivente, ma anche la scoperta della sua vocazione ad essere con un’altra persona. E quindi nasce il desiderio, l’attesa di una “comunione delle persone”.

2. Dopo che Dio ha creato la donna, dice il testo biblico che “la condusse all’uomo“: la donna viene donata da Dio all’uomo. E’ il dono più prezioso fatto all’uomo. La parola biblica “la condusse” richiama significati profondi. Una persona non può essere donata nel modo con cui viene donata una cosa. Essa deve consentire ad essere donata: deve essere essa a donare se stessa. Il testo biblico quindi significa da una parte che la vocazione della persona è il dono di sé, e dall’altra che la persona deve consentire a questa sua vocazione.

Non posso non ricordare a questo punto un testo mirabile dell’ultimo Concilio dove si insegna che la persona umana è l’unica creatura nel mondo visibile che Dio abbia voluto “per se stessa”, aggiungendo però subito che la persona umana non può “ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé” (Cost. past. Gaudium et Spes 24,4). Qui ritroviamo individuati con grande precisione la verità e l’ethos della “comunione delle persone”. La verità: la comunione delle persone può costituirsi solo attraverso il dono reciprocamente offerto ed accettato; l’ethos: ciascuno deve essere accolto così come è stato voluto dal Creatore, cioè “per se stesso”. L’unità vera fra l’uomo e la donna è posta in essere solamente in questo modo, cioè dall’amore. L’amore infatti è questo dono di sé che nasce dall’affermazione della persona “per se stessa”. La persona umana, uomo e donna, diventa dono nella libertà dell’amore e così ritrova se stessa.

3. Il testo biblico descrive certamente la comunità coniugale; Gesù stesso lo interpretò in questo modo (cfr. Mt 19,4) così come l’autore della lettera agli Efesini (cfr. 5,31-32). La cosa è importante. Per una serie di ragioni.

Alla luce del principio della creazione, la comunità coniugale monogamica ed indissolubile è in un certo senso il paradigma fondamentale di ogni società umana: unità nella diversità; unità nella quale ciascuno è affermato ed accolto “per se stesso”; costituzione di una comunione di persone.

Ciò che desidero sottolineare è che secondo la pagina biblica questo è reso possibile dalla presenza della donna. Ad essa sembra essere affidata in modo singolare la missione di far accadere la comunione delle persone, la custodia della libertà del dono, la cura che la persona sia sempre voluta “per se stessa“.

4. Ma il mistero della femminilità si manifesta e si rivela fino in fondo mediante la maternità: nella capacità di concepire una nuova persona umana, di darle la sua forma originaria. In un’unione singolare col Creatore (cfr. 2 Mac 7,22-23), la donna coopera con Lui in modo unico a che si formi una nuova persona “ad immagine e somiglianza di Dio”. Durante i nove mesi della gestazione Dio è presente in modo unico nella persona della madre, poiché solo da Dio può provenire quell’”immagine e somiglianza” che è propria della persona umana. Il momento in cui la donna vive il miracolo del figlio che emerge dal suo corpo, è forse il momento in cui è dato ad una creatura umana di vivere più intensamente la gioia dell’atto creativo. E’ per questo che la maternità esige una singolare venerazione e rispetto.

5. Carissime sorelle in Cristo, ho cercato di dire molto brevemente quale è la verità originaria della donna, come emerge da una lettura attenta del racconto della sua creazione. Riassumo dunque.

L’intenzione di Dio creatore, quando ha creato la donna, è stata di “dare un aiuto simile” all’uomo: di rendere possibile una vera comunione fra le persone. La comunione fra uomo e donna si costituisce nell’unità della diversità, attraverso il dono sincero di sé, nel quale ciascuno è accolto “per se stesso”. Da questa unità può essere concepita dalla donna una nuova persona umana, in una misteriosa ma reale cooperazione con Dio creatore.

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