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La prigionia infinita della prostituzione

Nils Hamerlinck
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Mentre Salvini rilancia l’idea della “Case chiuse”, il nord Europa colpisce i clienti. Noi da che parte vogliamo stare?

Il vicepremier leghista Matteo Salvini è favorevole, non da oggi, alla riapertura case chiuse, e dunque all’abrogazione della Legge Merlin che dichiara (l’ultima volta sul tema è proprio venerdì scorso a Gorizia): “Sono favorevole alla riapertura delle case chiuse”.

La Lega per la prostituzione

“Non c’è nel contratto di governo”, ha dichiarato il segretario del Carroccio, “perché i Cinque Stelle non la pensano così, però io continuo a ritenere che togliere alle mafie, alle strade e al degrado questo business, anche dal punto di vista sanitario”, sia la strada giusta”. Per Salvini sarebbe una soluzione auspicabile per combattere il racket e aumentare gli introiti dello Stato: “io continuo a ritenere che togliere alle mafie, alle strade e al degrado questo business, anche dal punto di vista sanitario”(Today).

Ma la regolamentazione è la via per rendere le mafie intoccabili

A Salvini risponde, dalle pagine di In Terris, don Aldo Bonaiuto, della Comunità Papa Giovanni XXIII (Apg23), l’erede di Don Benzi, che ha speso tutta la vita a salvare le donne dalla tratta e dalla schiavitù della prostituzione dice chiaramente:

Colpisce la concezione sbagliata di coloro che pensano che il drammatico fenomeno della prostituzione schiavizzata, si possa combattere riaprendo le case chiuse. Il business del mercimonio umano, così evidente a chiunque, non si può trasferire nelle casse di uno Stato che rischia di diventare il “pappone” di giovani donne che, per vari motivi, sono costrette a prostituirsi. Dietro ad ogni essere umano che si prostituisce c’è sempre un drammatico stato di bisogno e, nella maggior parte dei casi, una condizione di sfruttamento, assoggettamento, schiavitù. Come far finta di non sapere che il traffico di donne, finalizzato al meretricio, è la terza industria illegale al mondo per fatturato?

In un certo qual senso le parole di don Aldo sembrerebbero andare nella stessa direzione di chi dice “ma così le togliamo al racket e al traffico di esseri umani”, ma chiunque lo dica non conosce i dati – oltre ad avere una scarsa idea della dignità umana – e se a non conoscere i dati è il Ministro degli Interni c’è da preoccuparsi. Salvini infatti ribadisce:  «Prostituirsi è una scelta – disse – E nel mondo sviluppato non si fa finta di niente. Oggi in Italia questo mercato lo gestisce la criminalità. E riguarda 80 mila persone. In Austria, Svizzera, Germania si mettono le regole, si danno garanzie. È un lavoro come un altro che si fa per scelta ed è sanitariamente tutelato e tassato» (Messaggero), ma ignora il fallimento proprio della Germania, certamente più rappresentativo di paesi come Svizzera e Austria che hanno meno abitanti della Lombardia. Nel 2013 il giornale tedesco Der Spiegel, certificava il fallimento del modello regolamentarista nel paese, il Post diede contezza del lungo reportage spiegando come:

Con la nuova legge diversi bordelli si sono messi in regola registrandosi come vere e proprie attività commerciali, ma senza che a questo si accompagnasse un miglioramento delle condizioni delle prostitute. Le prostitute che hanno regolarizzato il loro status professionale sono state pochissime: nonostante il sindacato tedesco Ver.Di avesse preparato dei contratti “campione” per facilitare la regolarizzazione della posizione professionale di molte prostitute, solo l’1 per cento di quelle contattate dallo Spiegel sarebbe sotto contratto.

e di come i protettori non siano stati sconfitti, ma legalizzati:

Lo Spiegel racconta la storia di Alina, una prostituta arrivata dalla Romania e finita a lavorare in un bordello vicino all’aeroporto di Berlino. La vita di Alina si era ridotta a dipendere in tutto e per tutto dal suo “protettore”: non poteva fare nulla in maniera autonoma – anche per comprare degli snack o delle sigarette doveva essere accompagnata da una guardia – e non poteva decidere che servizi sessuali offrire ai clienti, come invece prevede, tra le altre cose, la nuova legge del 2001.

La storia di Alina, hanno detto molte organizzazioni ed esperti che si occupano del fenomeno della prostituzione in Germania, non è inusuale. Le prostitute che lavorano nel paese sono circa 200 mila, di cui una percentuale tra il 65 e l’80 per cento proviene dall’estero, la maggior parte da Romania e Bulgaria: sono costrette a prostituirsi – e non scelgono di farlo liberamente – vivono negli stessi posti in cui lavorano, subiscono violenze e non hanno un’indipendenza economica che gli permetta di abbandonare il “protettore” o la loro professione.

La dignità delle donne non è negoziabile

Rachel Moran, autrice del libro “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione” lo ha spiegato dopo aver vissuto sulla propria pelle la condizione di abuso che accompagna inevitabilmente il mondo della prostituzione.

In attesa della Corte

Tutto questo dibattito torna in auge proprio mentre – di fronte alla Corte Costituzionale – si dibatterà domani sulla permanenza stessa della Legge Merlin come spiega Documentazione.info

Martedì 5 marzo la Corte costituzionale si riunirà per dibattere su una revisione della legge Merlin, che nel 1958 eliminò le case chiuse. Questo perché la Corte d’appello di Bari ha sollevato una questione circa l’autodeterminazione sessuale: perché dovrebbe essere illegale offrire prestazioni sessuali a pagamento quando a farlo è una donna maggiorenne, libera e consenziente?

La questione non è stata sollevata come manifesto di una riflessione condivisa sul ruolo e sulla dignità della donna nella nostra società, ma è figlia di un processo d’appello su un caso in cui erano coinvolte delle escort, considerate come “prostitute professionali”. In pratica qualcuno per difendersi dal reato di sfruttamento della prostituzione vorrebbe far sì che anche in presenza di scambio di denaro per un rapporto sessuale questa non si possa più definire prostituzione.

Sono otto le associazioni femministe impegnate nella difesa dei diritti della donna che si sono dichiarate contrarie a questa ipotesi di revisione e che hanno chiesto di essere ascoltate dalla Corte il 5 marzo: Differenza Donna OnlusRete per la ParitàDonne in quotaCoordinamento italiani della Lobby Europea delle Donne/Lef-ItaliaSalute DonnaUDIResistenza FemministaIROKO ONLUS.

 

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