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“Figli dei sacerdoti, il criterio da seguire è il bene dei bambini”

BENIAMINO STELLA

M. MIGLIORATO I CPP

Andrea Tornielli - Vatican News - pubblicato il 01/03/19

Il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione del Clero, spiega le linee guida del Dicastero applicate nei casi dei preti di rito latino che hanno prole

Quello dei “figli dei preti” è un tema rimasto per lungo tempo tabù, con la conseguenza spesso, soprattutto nel passato, che questi bambini crescevano senza avere un padre conosciuto e riconosciuto. Si tratta comunque di un problema distinto da quello affrontato la settimana scorsa in Vaticano, centrato sugli abusi commessi ai danni di minori. Negli ultimi giorni è stato presente a Roma lo psicoterapeuta Vincent Doyle, figlio di un prete cattolico irlandese e fondatore di “Coping International”, un’associazione per la difesa dei diritti dei figli di preti cattolici in tutto il mondo. Doyle vuole far «uscire dall’anonimato» e aiutare psicologicamente «le tante persone nate da una relazione fra una donna e un prete» in varie parti del mondo. Lo psicoterapeuta irlandese in recenti interviste su diversi media ha parlato di un documento della Congregazione per il Clero – di fatto, di uso interno, impropriamente definito “segreto” – riguardante l’atteggiamento da tenere in questi casi. L’esistenza di queste linee guida interne, conosciute dallo stesso Doyle sin dal 2017, e il criterio generale riguardante la protezione dei bambini sono stati confermati dal direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede Alessandro Gisotti. Ne parliamo con il cardinale Beniamino Stella, Prefetto della Congregazione del Clero, il Dicastero che si occupa di tale aspetto della vita dei sacerdoti.

Eminenza, quali sono i criteri che guidano le decisioni da prendere nel caso di sacerdoti con figli?

R. – Il Dicastero segue una prassi fin dai tempi in cui era Prefetto il Cardinale Claudio Hummes – da una decina di anni – il quale per primo aveva portato all’attenzione del Santo Padre, all’epoca Benedetto XVI, i casi di sacerdoti minori di 40 anni con prole, proponendo di far loro ottenere la dispensa senza attendere il compimento del quarantesimo anno come previsto dalle norme di quel tempo. Una tale decisione aveva, e ha, come obiettivo principale quello di salvaguardare il bene della prole, il diritto cioè dei bambini ad avere accanto a sé un padre oltre che una madre. Anche Papa Francesco, che già si era espresso in questo senso da cardinale arcivescovo di Buenos Aires durante un dialogo con il rabbino Abraham Skorka pubblicato nel libro «Il cielo e la terra», è stato categorico: l’attenzione prioritaria da parte del sacerdote deve essere nei riguardi della prole.

Che cosa si intende con “attenzione”?

R. – Certamente non ci si riferisce soltanto al pur necessario sostentamento economico. Ciò che deve accompagnare la crescita di un figlio è soprattutto l’affetto dei genitori, una adeguata educazione, di fatto tutto ciò che comporta un effettivo e responsabile esercizio della paternità, soprattutto nei primi anni della vita.




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Può dire in che cosa consiste il documento interno di cui si è parlato?

R. – Si tratta di un testo intitolato “Nota relativa alla prassi della Congregazione per il Clero a proposito dei chierici con prole”, che raccoglie e sistematizza la prassi in vigore da anni nel Dicastero. Come è stato spiegato, si tratta di uno strumento di lavoro a cui fare riferimento quando si presenta una situazione del genere, un testo “tecnico” per i collaboratori del Dicastero, da cui farsi guidare. Solo per questo non è stato pubblicato. Consta per altro che il signor Doyle abbia potuto prenderne visione due anni fa. Questo testo viene abitualmente presentato e commentato dalla Congregazione alle Conferenze Episcopali e a singoli Vescovi, che trattano il tema e chiedono come procedere.

Può spiegare come si comporta oggi il Dicastero che lei presiede di fronte a questi casi?

R. – La presenza dei figli nei dossier relativi alle dispense sacerdotali è stata trattata, di fatto, come una causa praticamente “automatica” per una presentazione celere del caso al Santo Padre ai fini della concessione della dispensa stessa. Si cerca dunque di fare il possibile perché la dispensa dagli obblighi dello stato clericale sia ottenuta nel più breve tempo possibile – un paio di mesi – così che il prete possa rendersi disponibile accanto alla madre nel seguire la prole. Una situazione di questo genere è considerata “irreversibile” e richiede che il sacerdote abbandoni lo stato clericale anche qualora egli si ritenga idoneo al ministero. Un calcolo approssimativo sulle richieste di dispensa fa emergere che circa 1’80 per cento di queste comporta la presenza di prole, benché spesso concepita dopo l’abbandono del ministero stesso.

Questa regola viene applicata sempre e comunque? La si applica anche nel caso in cui i preti con figli non vogliano chiedere la dispensa dal ministero?

R. – A volte capita che i Vescovi e i Superiori religiosi presentino la situazione di sacerdoti che non intendono chiedere la dispensa, anche di fronte alla presenza di figli, soprattutto quando è cessata la relazione affettiva con la loro madre. In tali casi ci sono, purtroppo, Vescovi e Superiori i quali pensano che, dopo aver sistemato economicamente la prole, o dopo aver trasferito il sacerdote, il chierico possa continuare a esercitare il ministero. Le incertezze in questa materia, quindi, nascono dalla resistenza dei sacerdoti a chiedere la dispensa, dall’assenza di una relazione affettiva con la donna e a volte dal desiderio di alcuni Ordinari di offrire al sacerdote pentito e ravveduto una nuova opportunità ministeriale. Quando, secondo la valutazione del Vescovo o del Superiore responsabile, la situazione richiede che il sacerdote si faccia carico delle responsabilità derivanti dalla paternità, ma non vuole chiedere la dispensa, il caso viene presentato alla Congregazione per la dimissione del chierico dallo stato clericale. Ovviamente, un figlio è sempre un dono di Dio, comunque sia stato generato. La perdita dello stato clericale si dà perché la responsabilità genitoriale crea una serie di obblighi permanenti che nella legislazione della Chiesa latina non prevedono l’esercizio del ministero sacerdotale.

Questa regola è generale e sempre valida, oppure ogni caso viene affrontato in modo diverso?

R. – Ovviamente, ogni caso va esaminato nel merito e nella propria specificità. Le eccezioni sono in realtà molto rare. Ad esempio, si dà il caso di un neonato, figlio di un sacerdote, che per determinate situazioni entra a far parte di una famiglia già consolidata, in cui un altro genitore assume nei suoi confronti il ruolo di padre. Oppure quando si tratta di sacerdoti avanti con gli anni, con figli in età già “matura”, di 20-30 anni. Preti che hanno avuto in gioventù dolorose vicende affettive e che hanno poi provveduto ai figli con accompagnamento economico, morale e spirituale, e oggi esercitano il loro ministero con zelo e impegno, dopo aver superato le fragilità affettive precedenti. In queste situazioni, il Dicastero non obbliga i Vescovi a invitare i preti a chiedere la dispensa. Si tratta, mi pare, di casi in cui il Dicastero consiglia un più flessibile discernimento all’interno di una prassi e di linee guida rigorose per la Congregazione.

Che cosa può rispondere a quanti sostengono che la presenza dei figli dei sacerdoti è un argomento per l’introduzione del celibato facoltativo per i sacerdoti della Chiesa latina?

R. – Il fatto che alcuni preti abbiano vissuto delle relazioni e abbiano messo al mondo dei figli non tocca il tema del celibato sacerdotale che rappresenta un dono prezioso per la Chiesa latina, sul cui valore sempre attuale si sono espressi gli ultimi Pontefici, da san Paolo VI fino a Papa Francesco. Così come l’esistenza di casi di abbandono del tetto coniugale e della prole ovviamente non tocca il valore sempre attuale del matrimonio cristiano. L’importante è che il sacerdote di fronte a questa realtà sia in grado di comprendere qual è la sua responsabilità di fronte al figlio: il suo bene e la sua cura devono essere al centro dell’attenzione della Chiesa perché non manchino alla prole non soltanto il necessario per vivere, ma soprattutto il ruolo educativo e l’affetto di un padre.

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